Antisemitismo
Report e Israele ovvero della maschera tragica di un certo giornalismo
Il primo istinto sarebbe quello di ignorarli, quelli di Report. Lasciarli al loro hype straccione, lo stesso che ha cadenzato la scorsa settimana, dettando l’agenda mediatica di un paese perduto, docilmente appeso per giorni alle presunte rivelazioni di un sedicente giornalismo d’inchiesta che alla fine ha proposto,



Il primo istinto sarebbe quello di ignorarli, quelli di Report. Lasciarli al loro hype straccione, lo stesso che ha cadenzato la scorsa settimana, dettando l’agenda mediatica di un paese perduto, docilmente appeso per giorni alle presunte rivelazioni di un sedicente giornalismo d’inchiesta che alla fine ha proposto, ad urne aperte in Liguria, la rimasticatura di un’arcinota inchiesta giudiziaria ( a chi scrive non importa nulla di chi si voleva danneggiare o favorire, il problema è che a Report importava eccome) , un tentativo di character assassination di un neoministro condotto con armi desolatamente scariche nonche’il pietoso rimestare in una obsoleta vicenda di gossip e di umana debolezza già di suo sufficientemente pietosa.
Verrebbe da ignorarli, appunto. Solo che quelle della settimana scorsa erano bagatelle, mentre qui si tratta di un massacro (e chissa’ se in quella redazione qualcuno è ancora capace di cogliere la didascalica allusione).
Il massacro, rectius il pogrom, è quello del 7 ottobre 2023. Ma volendo il massacro è pure quello della verità storica, nel momento in cui quell’evento diventa “l’operazione di Hamas”. “Operazione” : chissà quanto ci avranno pensato al termine da utilizzare gli eredi della Gabanelli. E chissà cosa si proponevano: trovare l’anodina neutralità che, ai loro occhi, consentirebbe la successiva analisi, fingendo di ignorare che perseguire la neutralità sul 7/10 è sicuro e automatico posizionarsi dalla parte più abietta? Evitare termini che potessero sminuire le responsabilità, sempre ai loro occhi, dello Stato Ebraico, giacché il loro, mai dimenticarlo, è giornalismo d’inchiesta a tesi precostituite nel quale i fatti rilevano solo se a conferma del teorema di partenza? Oppure cercavano reazioni come questo pezzo, illusi di dare scandalo con quel termine senza accorgersi che nulla oggi è più vigliaccamente mainstream del riduzionismo alla Guterres sul 7/10?
Come che sia, l’“operazione”, ci anticipano loro che la sanno lunga, “non ha avuto solo obiettivi militari”. E qui cade la maschera, laddove dietro quell’ultimo rifugio delle canaglie chiamato complessità (c’è altro oltre agli obiettivi militari), si realizza in realtà lo sdoganamento di un’organizzazione terroristica equiparata ad una milizia regolare e si apre la strada al successivo, schiacciante confronto contabile tra le “persone uccise” da Hamas e le “vittime” (attenzione alle parole) della risposta israeliana, tuttora in corso.
Ma forse lo spazio del tweet è tiranno (sebbene l’account di Report abbia la spunta blu e quindi 10.000 caratteri disponibili). Forse nel girato si parlerà, a proposito di complessità, dell’art. 14 dello statuto di Hamas dove Israele viene definito “il giocattolo del progetto sionista” o dell’art. 20 in cui Hamas rifiuta “qualsiasi alternativa alla piena e completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare“ e al volgo verrà pure mostrata una cartina geografica ( possibilmente non di Limes) dalla quale si possa banalmente desumere come il suggestivo progetto di liberazione implichi la cancellazione dalla cartina stessa dello Stato Ebraico. Forse nella puntata di Report si parlerà di tunnel sotto a scuole ed ospedali, della strategia degli scudi umani, della dichiarata funzionalità per Hamas del sangue di vittime civili palestinesi, della fonte dei dati sulle vittime nella Striscia. Forse, e arriviamo a sperare l’indicibile e ad attribuire a Ranucci e soci il coraggio della blasfemia, si giungerà a dire che la resa dei terroristi di Hamas avrebbe evitato e farebbe cessare ogni spargimento di sangue a Gaza (ma il doppio standard del pacifintismo antioccidentale italico, si sa, prevede l’intimazione della resa ai resistenti ucraini di uno stato sovrano invaso e devastato, ma non ai “resistenti” tagliagole di Hamas).
Oppure no, più probabilmente ( e siamo in vena di eufemismi) il ceto medio riflessivo e wokista, che si accomoda fedelmente a guardare “Report” come nella confortevole echo chamber della propria indignazione perenne quanto selettiva, verrà lasciato in compagnia di quei due numeri ( 1.151 e “oltre 43mila”) così tragicamente seducenti nel consentire di pensare, tra una sparata ranucciana sul genocidio ed un’altra su “Israele laboratorio politico dell’estrema destra internazionale”, di aver capito tutto.
Ma guai a parlare di antisemitismo. “Noi no!” vi diranno risentiti. Lo dicevano anche Sandra e Raimondo quasi cinquant’anni fa. Ma quello era un arguto varietà, questa è la maschera tragica di certo giornalismo odierno.
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