Diritti & Doveri
Il Pride di Roma che esclude gli ebrei gay è un suicidio storico
Riceviamo e volentieri pubblichiamo – di Vittorio Pavoncello L’esclusione di Keshet dal Roma Pride apre una frattura che va oltre la polemica su Israele: quando a una sola minoranza si impone un esame politico per poter sfilare, il linguaggio dei diritti rischia di trasformarsi nel suo




Riceviamo e volentieri pubblichiamo – di Vittorio Pavoncello
L’esclusione di Keshet dal Roma Pride apre una frattura che va oltre la polemica su Israele: quando a una sola minoranza si impone un esame politico per poter sfilare, il linguaggio dei diritti rischia di trasformarsi nel suo contrario.
Gli organizzatori del Roma Pride hanno escluso Keshet Italia e Keshet Europa, le uniche organizzazioni ebraiche LGBTQ+ italiane, dalla parata del 20 giugno.
Il motivo è politico: Keshet non ha firmato il manifesto del Pride, che condanna le azioni israeliane a Gaza come “genocidio”, chiede il riconoscimento della Palestina e denuncia l’occupazione.
Una decisione non solo ingiusta, ma storicamente assurda.
Perché il movimento di liberazione omosessuale, quello stesso che ha reso possibile il Pride di Roma, è stato in larga parte teorizzato, finanziato e portato avanti da attivisti ebrei.
Escludere oggi gli ebrei gay significa cancellare i padri fondatori del proprio movimento.
C’è di più.
Quella presa di posizione, la condanna di Israele come Stato “genocida”, un’accusa peraltro tutta da verificare, è stata chiesta soltanto a Keshet.
Nessun’altra delle decine di sigle che sfilano al Roma Pride ha dovuto sottoscrivere un manifesto di politica estera per essere ammessa.
Solo all’unica organizzazione ebraica è stato imposto un esame ideologico sul Medio Oriente come condizione per marciare.
Non è una linea politica applicata a tutti: è un test riservato agli ebrei.
E un diritto che vale per tutti tranne che per una minoranza, in base alla sua identità, ha già un nome.
I padri ebrei del movimento
Harvey Milk (1930-1978), primo politico apertamente gay eletto a un incarico pubblico in California, era ebreo prima ancora che gay: figlio di immigrati lituani, cresciuto in una Long Island dove il country club locale aveva una politica “no Jews”, al suo bar mitzvah nel 1943, mentre cadeva il Ghetto di Varsavia, imparò che “quando qualcosa di così malvagio scende sul mondo, devi combattere, anche quando è senza speranza”.
Eletto al consiglio comunale di San Francisco nel 1977, sconfisse la Proposition 6 che voleva vietare gli insegnanti gay; usava l’Olocausto come monito politico (“potremmo essere noi sulla lista, un giorno”).
Fu assassinato in municipio l’11 novembre 1978.
Larry Kramer (1935-2020) fondò ACT UP nel 1987, nel pieno della devastazione dell’AIDS, portando nell’attivismo la furia di chi sa cosa significhi essere trattato “come un kike, come un faggot, come un pezzo di merda”.
Leggeva Hannah Arendt e paragonava la strage dell’AIDS all’Olocausto: le sue azioni dirette, i “die-in”, l’occupazione della FDA, costrinsero il governo americano a finanziare la ricerca e ad accelerare l’approvazione dei farmaci.
Jonathan Ned Katz (1938), cresciuto in una famiglia ebraica progressista del Greenwich Village, fondò gli LGBTQ studies con Gay American History (1976) e demolì l’idea di “normalità” eterosessuale con The Invention of Heterosexuality (1995).
Accanto a loro, Allen Ginsberg, poeta dei moti di Stonewall, e Tony Kushner, autore del premio Pulitzer Angels in America, hanno dato voce e cultura al movimento.
E in Italia
Il movimento di liberazione omosessuale nasce nel 1971 col FUORI! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), fondato da Angelo Pezzana insieme a Mario Mieli.
Mieli (1951-1983), figlio di padre ebreo originario di Alessandria d’Egitto, si formò nel Gay Liberation Front londinese e nei moti post-Stonewall di New York; tornato in Italia scrisse Elementi di critica omosessuale (1977), il testo teorico di riferimento del movimento gay italiano, in cui legge l’omosessualità come questione sociale e politica e invoca una “rivoluzione” che abbatta ogni oppressione.
Si tolse la vita a 31 anni, nel 1983.
Ed ecco l’ironia più amara: a organizzare il Roma Pride è il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, intitolato proprio a lui, un gay ebreo.
Sono dunque gli eredi di un ebreo a escludere gli ebrei dalla piazza che porta il suo nome.
È anche grazie a uomini come questi che i gay sono usciti dal ghetto, dalla clandestinità, dalla condizione di vittime di violenze gratuite.
Ogni diritto che oggi diamo per scontato nasce da quelle marce, da quei processi, da quei funerali.
Dove sarebbero i gay oggi senza chi ebbe il coraggio di marciare per primo?
Il contrasto che il manifesto non vede
Israele è l’unico Paese del Medio Oriente in cui le persone LGBTQ+ vivono apertamente: omosessualità legale dal 1988, tutele contro le discriminazioni, il Tel Aviv Pride tra i più grandi al mondo, tanto che molti palestinesi gay perseguitati a casa propria vi hanno cercato rifugio.
Lo Stato che il manifesto chiama “genocida” è lo stesso che garantisce ai gay diritti che nessun suo vicino riconosce.
Dall’altra parte, nei Territori palestinesi l’omosessualità resta criminalizzata: a Gaza, sotto Hamas, è punibile col carcere e i sospettati vengono interrogati, torturati, in alcuni casi uccisi — nel 2016 Hamas giustiziò il comandante Mahmoud Ishtiwi, accusato anche di omosessualità, con il lancio dai tetti tra i metodi documentati.
E altrove i gay non discutono se marciare: in Iran vengono impiccati in pubblico, in Arabia Saudita decapitati, in Cecenia (purga del 2017) torturati con tubi di metallo, in Uganda condannati a morte dalla legge del 2023, in Russia perseguitati come “agenti stranieri”.
È il contesto che il Roma Pride sceglie di ignorare, difendendo la causa di chi mette i gay fuorilegge e attaccando l’unico Stato della regione dove i gay possono sfilare.
Il paradosso finale
Escludendo Keshet Italia, il Circolo Mario Mieli rinnega l’eredità di Harvey Milk, Larry Kramer, Jonathan Ned Katz, Allen Ginsberg, Tony Kushner e dello stesso Mieli che gli dà il nome, i padri del proprio movimento, e insieme ignora le culture dove i gay vengono incarcerati, fustigati, impiccati, gettati dai tetti.
Non è antifascismo, non è antirazzismo, non è nemmeno solidarietà con i palestinesi.
È un suicidio storico.
Keshet Italia ha risposto: “Non accettiamo lezioni di diritti da chi pratica l’esclusione identitaria. L’antisemitismo mascherato da posizionamento politico resta antisemitismo.”
Keshet Europe ha aggiunto che marciare “visibilmente ebrei, visibilmente queer” non dovrebbe richiedere giustificazioni in un’Europa democratica, e l’UCEI ha avvertito che la decisione “rischia di normalizzare l’ostracizzazione di cittadini ebrei”.
La vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno ha commentato: “La purezza ideologica è sempre stata un terribile organizzatore delle libertà collettive.”
Hanno ragione.
E il Pride di Roma farebbe bene a ricordare da dove viene, prima di decidere chi può marciare.
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E’ un andazzo terribile. Io rimango sgomento del fatto che la cosa possa passare così. Stiamo (stanno) accettando (e spesso giustificando) il divieto d’accesso di Israeliani (Ebrei) nei negozi, negli alberghi etc etc, così… senza colpo ferire, nell’indifferenza generale. E’ sconvolgente . Pazzesco. Sul gay pride, poi, c’é il paradosso abominevole considerando com’é la situazione e quale differenza esista fra la realtà dello Stato d’Israele e i Paesi confinanti. Terribile. Possibile che non si possa intervenire “legalmente” riguardo ad una sopraffazione palese del genere? Di ‘sto passo perché non posso aspettarmi che la sfilata degli alpini o il rinnovo dell’abbonamento a San Siro me lo condizionino ad una condanna dello Stato d’Israele?! Incredibile.
Hanno contato. Parafrasando Nanni Moretti: “conviene che ci siano o conviene che non ci siano?”