Storia, costume e cultura
La fede nella ragione umana di Albert Einstein
"La parola Dio per me non è altro che l’espressione e il prodotto della debolezza umana, e la Bibbia una collezione di venerabili ma, nonostante tutto, piuttosto primitive leggende. Nessuna interpretazione, di nessun genere, può cambiare questo (per me)". "Per me la religione ebraica è, come


“La parola Dio per me non è altro che l’espressione e il prodotto della debolezza umana, e la Bibbia una collezione di venerabili ma, nonostante tutto, piuttosto primitive leggende. Nessuna interpretazione, di nessun genere, può cambiare questo (per me)”.
“Per me la religione ebraica è, come tutte le altre religioni, l’incarnazione di una superstizione primitiva. E il popolo ebraico, al quale sono fiero di appartenere e con il quale ho un’affinità profonda, non ha una forma di dignità diversa rispetto ad altri popoli”.
Sono due passi centrali della “Lettera su Dio” che Albert Einstein scrisse il 3 gennaio 1954 (morirà l’anno seguente) su carta intestata dell’Università di Princeton. Era indirizzata a Eric Gutkind, il filosofo ebreo tedesco autore del libro “Choose Life: The Biblical Call to Revolt” (“Scegli la vita: la chiamata biblica alla rivolta”). Ma già nel 1940, in un articolo pubblicato sulla rivista Nature, aveva spiegato la sua celebre affermazione “Non credo in un Dio personale”, pur ammirando “l’impronta sublime e l’ordine mirabile che si rivelano nella natura e nel mondo del pensiero”.
Queste affermazioni provocarono una pioggia di risposte sdegnate, citate da Max Jammer nel libro (1999) “Einstein and Religion. Physics and Theology” (in italiano se ne può trovare un’ampia sintesi nel volume di Francesco Agnoli “Filosofia, religione e politica in Albert Einstein”, Edizioni Studio Domenicano, 2016). Un avvocato cattolico statunitense, che lavorava per un’associazione ecumenica, scrisse allo scienziato: “Siamo profondamente rammaricati che abbia fatto una dichiarazione […] in cui ridicolizza l’idea di un Dio personale. Nulla di quanto si è detto negli ultimi dieci anni era mai riuscito a insinuare l’idea che Hitler avesse qualche ragione di espellere gli ebrei dalla Germania. Pur riconoscendole il diritto di parlare liberamente, le assicuro che quanto, ha affermato fa di lei una delle maggiori fonti di discordia in America”.
Non meno violenta è una lettera che gli indirizzò il fondatore della “Calvary Tabernacle Association” dell’Oklahoma: “Professor Einstein, penso che tutti i cristiani d’America le risponderanno: Noi non rinunceremo alla nostra fede in Dio e nel suo figliolo Gesù Cristo, ma se lei non crede nel Dio del popolo di questa nazione, la invitiamo a tornare nel suo paese. Ho cercato in tutti i modi di essere una benedizione per Israele, ed ecco che arriva lei e con una sola frase della sua lingua blasfema nuoce alla causa del suo popolo proprio nel momento in cui i cristiani che amano Israele si sforzano di eliminare l’antisemitismo da questa terra. Professor Einstein, tutti i cristiani d’America sono pronti a dirle: -Prenda la sua folle e falsa teoria dell’evoluzione e torni in Germania, da dove è venuto, oppure la pianti di cercare di spezzare la fede di un popolo che l’ha accolta quando è stato costretto a fuggire dalla sua terra natale”.
“Credo nel Dio di Spinoza, che si rivela nell’ordine armonioso della natura, non in un Dio che si cura dei destini e delle azioni umane”: Einstein usa il termine Dio in un’accezione puramente poetica e metaforica, da non confondere con quella delle Sacre Scritture (pur avendo espresso più volte una sentita ammirazione per la figura storica del Nazareno).
“La principale fonte dei conflitti odierni tra le sfere della religione e della scienza -sostiene- sta tutta in questa idea di un Dio personale, fonte della paura e della speranza, che nel passato ha garantito ai preti un potere così ampio”. Il cosmo è l’ordine, la potenza dell’universo, scenario e sfondo delle nostre vite e del nostro naturale bisogno di sapere e di saperi: questo è il Dio di Einstein, distante da qualsiasi attestazione di fede istituzionale -la chiesa è un’istituzione civile, che talora, a parer suo, non ha demeritato- anche quando lo scienziato non nega la sua religiosità.
“Sottile è il Signore, ma non malizioso”: questa affermazione, incisa sopra un caminetto nella sala di ritrovo del Dipartimento di matematica di Princeton, significa che Dio è profondo, ma non falso e ingannatore. E, nonostante l’instabilità di alcuni principi della fisica e dell’astrofisica, la costanza della luce fornisce la ragionevole certezza che il “divino” ordine cosmico non solo non ci inganna, bensì suggerisce e rende possibile l’investigazione della ragione. Senza la luce, insomma, non si darebbe neanche l’impresa scientifica, lungo la medesima linea di pensiero inaugurata ad Atene alcuni secoli prima dell’era cristiana. “Dio come ordine” rappresenta una tale essenziale garanzia.
“I am not an Atheist”, non sono ateo, afferma Einstein. Non sono -intende- cieco davanti allo splendore del cosmo. Emozioni profonde, che l’uomo nutre e manifesta da sempre, come quelle di cui è pieno l’Inno ai Patriarchi di Giacomo Leopardi (1822). Che cosa accadde quando l’uomo vide la prima alba? Semplicemente inizia, secondo il poeta, la “maledizione della conoscenza”, come la chiamerà in modo lapidario Thomas Mann. E tuttavia, questa speciale capacità di meraviglia, già esaltata da Aristotele come il principio stesso dei più alti saperi dell’uomo, per Einstein è propria della scienza, e la fede altro non è se non un leale impegno intellettuale e morale verso essa . È la fede di chi si sente “completamente vocato alla libertà e alla comprensione”, e crede nella possibilità “che le regole valide per il mondo dell’esistenza siano razionali, cioè comprensibili per la ragione”, come disse nel suo discorso pronunciato a un seminario teologico di Princeton.
Il “potere di una ragione superiore come si rivela in un universo incomprensibile: questo forma la mia idea di Dio. In linguaggio corrente, si può chiamarla panteismo”.
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