Afghanistan
Il fascino di una foto, un paese martoriato dalla guerra. Quel che resta dell’Afghanistan
Nel maggio 2021 le truppe statunitensi e la coalizione NATO iniziano la ritirata dall'Afghanistan. "In Afghanistan non è rimasto un solo soldato americano. Il ritiro significa la fine di quasi 20 anni di missione iniziata poco dopo l'11 settembre", annuncia il generale Kenneth McKenzie. Da quel


Nel maggio 2021 le truppe statunitensi e la coalizione NATO iniziano la ritirata dall’Afghanistan. “In Afghanistan non è rimasto un solo soldato americano. Il ritiro significa la fine di quasi 20 anni di missione iniziata poco dopo l’11 settembre”, annuncia il generale Kenneth McKenzie.
Da quel giorno l’Afghanistan piomba nella paura e inizia la fuga dal paese degli afghani terrorizzati dal regime talebano. L’istantanea dello scenario di quel momento è una foto che ha fatto il giro del mondo: un aereo cargo militare americano decollato con 640 rifugiati stipati a bordo, portandoli in salvo in Qatar. Centinaia di persone, pur di abbandonare il proprio paese in guerra, hanno rischiato la vita, e molti l’hanno persa. Ma queste persone non erano cittadini afghani qualsiasi. Chi è entrato in quell’aereo e negli altri della coalizione NATO, per raggiungere l’Occidente, era in qualche modo in rapporto con l’esercito US: chi mediatore, chi guida, chi membro dell’esercito afghano. E chi è arrivato nel nostro paese era riuscito ad ottenere un visto speciale, per lui e i suoi familiari, e a imbarcarsi in uno di quei voli che li avrebbe portati in salvo. In un posto dove avrebbero avuto quella libertà appena spiata attraverso le asole delle divise NATO.
È agosto del 2021. Arrivano nella mia aula i primi richiedenti asilo provenienti dall’Afghanistan. Sono tutti nuclei familiari: marito, moglie e figli, non meno di tre. È la prima volta che mi trovo a confronto con gente proveniente da un paese così intensamente tormentato da guerre senza soluzione di continuità.
Sono tre le prime famiglie.
Arrivano tutti insieme: in testa i mariti, con loro il figlio, dal più grande al più piccolo, dietro le femmine. Parla solo lui, le donne nell’abisso del loro chador, le ragazze occhi tristi e bassi, e hijab.
Come sempre parlo con tutti, cerco di conoscerli sommariamente, le informazioni a me utili: se hanno studiato, se parlano altre lingue, che lavoro facevano… Gli uomini lavoravano per la coalizione NATO, due come mediatori interpreti, uno di loro invece era ufficiale dell’esercito afghano, un tracagnotto, con baffetto, due occhi troppo vicini, barbetta incolta e un aspetto raffazzonato. So dei loro ruoli, me li ha ben descritti Giandomenico, ci ha lavorato per tanti mesi laggiù al Comando Herat. Non posso che entusiasmarmi, il confronto con questa gente, potergli fare domande e raccogliere le loro testimonianze per me è impagabile. La scolarizzazione degli uomini è alta, uno di loro ha frequentato i primi anni dell’università, delle donne invece bassa, quasi nulla. Forse retaggio della influenza del fondamentalismo di Al Qaeda e talebani dei primi anni Novanta. Le ragazzine no, sono cresciute sotto un’ala dal tepore occidentale. Sono tutte andate a scuola, così i loro fratelli.
Inizio le lezioni di italiano nella mia bellissima aula attrezzata di tutti gli strumenti di cui io faccio uso, e l’immancabile lavagna col gessetto, che amo. I grandi non vengono a lezione, le donne stanno a casa, gli uomini cercano lavoro, sebbene solo uno conosca appena qualche parola di italiano, appresa al Comando Herat.
I primi banchi sono monopolizzati dai maschietti, vedere questi piccoli fronteggiare con caparbietà le loro sorelle più grandi in un primo momento mi sembra anche divertente. Poi capisco che non è caparbietà dei bambini e pazienza delle ragazzine, ma prepotenza, un modo di fare consolidato. E la certezza la ho quando ne parlo con i padri, ci ridono. Questi comportamenti si ripetono, e a me non piacciono, non ci sto. Fermo le lezioni, fine. Non vado avanti finché questi piccoli talebani non rispettano le loro sorelle e costringo i genitori a intervenire. Ristabilisco il mio ordine. E sono soddisfatto, perché comunque sono bravi, benché la loro lingua indoiranica sia molto lontana dalla nostra, apprendono con facilità. La plasticità della mente a questa giovane età è stupefacente. Il più piccolo ha otto anni, Farman Allah, la più grande, Hosna, quindici. Ma presto inizio a perdere pezzi, è tempo di andare a scuola, la scuola è d’obbligo. Li accoglie l’Istituto Comprensivo Anna Frank, in gruppo: dai piccoli della materna alle medie inferiori. Il dirigente mi chiede una mano per relazionare alcuni insegnanti su come confrontarsi con i bambini immigrati e l’italiano per stranieri. Alla riunione provo a spiegare le difficoltà socio-linguistiche dei piccoli afghani finché una disinvolta giovane signora esordisce dicendo:
– Io non penso ci siano dei problemi, i bambini si sanno inserire se immersi nel contesto, inizieranno a capire. – È un tripudio di consensi.
– Signora… Sono bambini immigrati. – le rispondo non senza un moderato sbalordimento.
– E che c’entra. Mio figlio è stato un mese a Londra per imparare l’inglese e non solo l’ha imparato ma ha fatto tanti amici!
– …

Forse sarebbe bene che continuassero comunque a frequentare le mie lezioni.
Il giorno delle foto segnaletiche che andranno sui permessi di soggiorno è un po’ surreale, le mamme si rifiutano di farsi fotografare, le ragazzine non vogliono togliere l’hijab. È un lavoro di fioretto e compromessi dei miei colleghi, che dura giorni, ma riusciamo a ottenere le inestimabili immagini da consegnare alla questura.
È un mese circa che conosco gli afghani, le mamme le ho viste solo per le foto e un giorno che sono venute a prendere l’abbigliamento che era stato selezionato per loro dai fornitori abituali. In quel giorno è successo un gran casino: loro, che vestivamo dei cenci dalla testa ai piedi, non hanno accettato quegli indumenti dozzinali. L’aula è proprio adiacente alla grande sala dell’ufficio dove si ricevono i beneficiari del progetto di accoglienza, non ho potuto che fermare la lezione e assistere:
– Perché non hanno etichette? Noi vogliamo le cose con le etichette!
Sbraita lo smilzo ex mediatore di Herat aizzato dalla moglie in preda a deliri ululanti con le mani tra i capelli. Insomma, non proprio tra i capelli ma disperata sì. Pare che gli si sia stata fatta una grande offesa, considerati dei “migranti qualsiasi”
– Noi siamo afghani, non potete trattarci così.
Continua il mediatore parlando in lingua inglese.
– Ma sono scarpe buone, non sono Converse ma sempre meglio di quello che avete. – La responsabile del centro cerca di aggiustare la situazione.
– Queste cose ai miei figli e a mia moglie io non le faccio mettere, non siamo homeless!
Insomma un delirio.
I giorni successivi fortunatamente si calmano le acque, ne parlo con le ragazzine e ne approfitto per chiedere:
– Ma perché vi mettete lo hijab, fatti vedere come sei.
– Mio padre non vuole. – mi fa capire.
– Ma sei bellissima senza hijab, e in Italia se tu vuoi non lo metti – le dico in inglese. E lei mi risponde
– Ma a me piace, è bello.
Ha quindici anni, la iscrivo al tecnico alberghiero, è facile, ce la può fare e nel frattempo impara l’italiano e socializza. Il primo giorno di scuola l’accompagno io, vuole venire anche suo padre. Di lui sono riuscito a leggere il verbale del colloquio alla Commissione Territoriale, una sezione speciale del tribunale: soldato nell’esercito nel 1994 arrivato al grado di tenente nel 2019. Nel suo curriculum alcune esecuzioni tra il 1996 e il 2001. Appuntamento alle 7,30 in aula, andremo con la mia macchina. Fermo il padre che si stava sedendo davanti con me:
– No, in Italia siedono le donne davanti. Lei dietro.
Arriviamo a scuola, parcheggio nel piazzale e vado ad aprire lo sportello alla ragazzina. Ci avviamo verso l’ingresso, c’è ancora aria di estate, ragazzi e ragazze euforici raccolti in capannelli nelle loro divise trasgressive a raccontarsi le loro storie, le loro ubriacature di felicità adolescenziale. Fermo il tenente all’ingresso, gli dico che possono entrare a scuola solo professori e studenti. Accompagno la ragazza in classe. Entriamo in aula che la prima ora è già iniziata:
– Buongiorno, questa è Hosna, la vostra compagna afghana. – annuncio sulla porta come un usciere con la mazza cerimoniale in mano.
La ragazzina dagli occhi verdi verdissimi in hijab fa il suo ingresso in aula, manca solo la cappella musicale che esegue il suo mottetto.
I ragazzi si trattengono dall’alzarsi, le loro bocche sono la verità del tripudio ormonale. La accolgono due tre compagne, curiose, gentili.
Nei giorni successivi, per assicurarmi che tutto proceda bene, vado un paio di volte a trovare Hosna durante le lezioni: è sempre con una sua compagna, hanno fatto amicizia, Rosaria le fa da tutrice. Mi parla di lei, mi racconta che lei, la ragazza afghana dagli occhi verdi, verdissimi, non parla mai.
Una mattina, al termine del lavoro, mentre vado a prendere la mia macchina incontro il tenente:
– Buongiorno generale, – abbiamo preso a chiamarlo così tra noi, con lucido sarcasmo – come va Hosna a scuola?
– No good.
– Perché no good? Why generale.
– No muslim.
Quel giorno, l’enfasi di quel primo giorno di scuola, aveva scritto la decisione del generale.
Hosna mi invia un messaggio su WhatsApp: “Professore sono venuto a scuola con Shahid Allah e Farman Allah, aspettiamo lei”.
Mi dice:
– Voglio fare il dottore no la cuoca.
A niente son valse le mie insistenze, la mia predica che cercava di farle, e fargli, capire che più importante ora è imparare l’italiano, di inserirsi, di comprendere dove fosse, di avere pazienza, o avrebbe avuto delusioni.
Niente. La iscrivo al liceo, salti mortali, ma la voglio accontentare. Speriamo…
Anche lì viene accolta benissimo, il fascino dello straniero, del suo paese. Lei che ricorda la “ragazza afghana” fotografata da Steve McCurry.
Ma Hosna si rifiuta di comunicare, si isola.
Le viene stilato un “piano didattico personalizzato”, ormai è la routine, pare non si possano più rimandare gli studenti, vanno aiutati certo, benché io creda che vadano aiutati tanto anche gli insegnanti.
La inseriscono in un progetto Erasmus le danno i libri e un iPad. Le spiego le materie che dovrebbe studiare. Le spiego la matematica, la storia, il latino…
Ma sparisce. Spariscono. Un giorno la famiglia del generale e quella di uno dei mediatori, spariscono. Non sono passati che 6 mesi. Eclissati.
Non ho una notizia. Che sia una. Neanche un ciao, un cenno. Nulla.
Sono costretto a notificare la cancellazione dai registri delle scuole di Hosna e compaesani.
Da liceo ricevo un’email:
“Buongiorno professore, abbiamo preso nota del ritiro della studentessa Hosna, le chiediamo gentilmente di far restituire alla studentessa l’iPad che il Liceo le ha fornito in comodato d’uso.”
Mi sarebbe piaciuto farle delle foto. Avrei voluto sentirmi un po’ McCurry a casa mia.
P.S.: mesi dopo sono venuto a sapere come è avvenuta la “scomparsa” delle due famiglie afghane. In realtà, come spesso accade, l’Italia per loro è stata solo il trampolino per raggiungere poi altre destinazioni. In questo caso: destinazione Inghilterra, Dewsbury, West Yorkshire. Il Londonistan britannico, lì sì vige la sharia trapiantata in Occidente.
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