Conflitto russo-ucraino
Una notte di Natale sul fronte ucraino – parte seconda
Un reportage sul campo, senza filtri, senza retorica ma struggente nel suo realismo fotografico. Da cronista di guerra consumato. Ma Fabrizio Fiori non è un cronista. E’ un insospettabile avvocato e docente di diritto che decide il giorno della Vigilia di Natale di andare a vivere



Un reportage sul campo, senza filtri, senza retorica ma struggente nel suo realismo fotografico. Da cronista di guerra consumato. Ma Fabrizio Fiori non è un cronista. E’ un insospettabile avvocato e docente di diritto che decide il giorno della Vigilia di Natale di andare a vivere uno spicchio della guerra altrui, di andare a suturare, a proprio rischio e pericolo, qualcuna delle tante ferite provocate da questo conflitto.
Ne esce un racconto di straordinaria ordinarietà, un inno alla vita e alla libertà, che della vita è essenza stessa. Un inno che non necessita degli strepiti dello pseudo pacifismo, perché si nutre dell’autenticità della guerra di Resistenza, quella vera, e dei gesti di dedizione e di resilienza delle persone che l’accompagnano.
Trovare scritti come quello di Fabrizio Fiori, che vi proponiamo in tre puntate, è uno dei motivi per cui esiste InOltre. Siamo felici e orgogliosi di pubblicare questo diario di una notte di Natale sul fronte ucraino.
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Parte seconda: Il punto rosso sulla Mappa
Ci avviamo verso la seconda tappa del nostro viaggio di Natale, la città di Nikopol. Con l’eccezione di quelle dove si combatte strada per strada, dall’inizio della guerra Nikopol è la città più pericolosa dell’Ucraina. È situata sulla sponda nord del Dnepr, ad un’ottantina di chilometri ad ovest di Zaporija ed è in zona rossa, la fascia di trenta chilometri alle immediate spalle del fronte. Dall’altra parte del Dnepr a tre chilometri e mezzo di distanza ci sono i russi che giornalmente la bombardano con ogni tipo di ordigno: cannoni, droni, missili ecc.
È una distruzione scientifica e selettiva perché i russi, in realtà, non hanno la volontà di raderla al suolo completamente. Sfruttando il fiume che garantisce loro l’impunità, la usano come poligono di tiro per addestrare il loro personale e provare nuove armi o nuovi proiettili. Il menù dei bombardamenti del giorno dipende da cosa i generali russi hanno necessità di testare. Qualunque sia il menù comunque Nikopol è l’unico puntino costantemente rosso sulla mappa dell’ucraina dell’app che segnala i bombardamenti.

Purtroppo il bersaglio di tanta distruzione scientifica non sono i militari. Loro hanno abbandonato la città spostandosi al di fuori di essa, e sono al sicuro dai tiri dei Russi. Il bersaglio sono i civili, i suoi abitanti, che pervicacemente, in buona parte, hanno deciso di non abbandonarla sfidando il fuoco del nemico. Il governo ucraino ha offerto loro anche dei sussidi per spostarsi in zone sicure, ma loro non mollano.
Io mi sento personalmente in colpa per questa tappa così pericolosa perché non era nel nostro itinerario originario. Ho chiesto io il permesso di venire qui perché devo consegnare dei laptop ad una scuola donati da un Rotary Club di Bologna. Buzz e Tommy, i ragazzi che sono con me, sono stati felici di accompagnarmi, ma se qui succederà qualcosa la responsabilità sarà solo mia e di nessun altro.
Quando siamo ripartiti dal cimitero, mi sono scambiato di posto con Tommy: lui è al finestrino ed io in mezzo fra lui e Buzz alla guida. Se dovesse succedere qualcosa, lui è più giovane e veloce e quindi può saltare in fretta dal mezzo mente io sono più vecchio e più lento e gli sarei di ostacolo. La sicurezza è fatta anche di dettagli e di piccole precauzioni.
A una ventina di chilometri da Nikopol il GPS impazzisce indicandoci che siamo in mezzo al Dnper. Il segnale schermato vuol dire che siamo in zona calda e quindi ci fermiamo ed indossiamo i giubbetti antiproiettile. L’elmetto no, lo portiamo in cabina, ce lo porteremo dietro per precauzione quando scendiamo, ma non ce lo mettiamo. Le maschere antigas le lasciamo sul retro del mezzo contando che ci sia un limite all’umana sfortuna.
Benché Nikopol sia una zona interdetta (un amico giornalista in passato ha dovuto richiedere un permesso speciale per andarci) al posto di blocco i miliari dell’SBU, i servizi di sicurezza e polizia militare, ci fanno segno di proseguire senza necessità di fermarci per la parola d’ordine. Anche per i militari Nikopol è un posto dove non vai se non hai una buona ragione per farlo. La città all’inizio ci sorprende (nessuno dei miei due amici era mai stato lì prima) perché tutto sembra normale.
Poca gente in giro, alcuni edifici distrutti ma in generale non vediamo macerie o devastazioni recenti. Poi ci spiegheranno che è merito della resilienza dei suoi abitanti e soprattutto dell’amministrazione pubblica. Dopo i bombardamenti, che per la maggior parte colpiscono gli edifici pubblici, immediatamente il comune ed i cittadini si attivano per sistemare i danni e far sparire ogni traccia immediatamente cancellabile di quanto è avvenuto. Il tutto al massimo entro il giorno successivo. Un vero miracolo di resilienza.
Appena raggiungiamo l’edificio della scuola ci corre incontro la direttrice che in modo concitato ma cortese ci fa spostare il nostro furgone militare in una posizione in cui non sia visibile. Se viene avvistato da un drone da ricognizione i russi possono pensare che nella scuola si nasconda del materiale militare e bombardarla. È probabile che prima o poi venga bombardata comunque ma ha poco senso alzare le probabilità. All’interno della scuola ci accolgono con la tipica ospitalità ucraina: pane e sale, seguito da biscotti tartine, thè e caffè.
Con l’aiuto di Buzz che fa da interprete la direttrice ci spiega la situazione della città e della scuola. Hanno ancora circa ottocento alunni che studiano per metà giornata on line e per metà in presenza per evitare disturbi alla socialità quando tutto questo sarà finito. Il problema più complesso è farli muovere perché, a causa dei droni, non possono tenerli all’aperto e per disposizione di ordine pubblico nessun bambino può stare all’esterno se non accompagnato da un adulto.

Per proteggere i bambini la scuola ha creato un sistema di rifugi nei sotterranei con aule, sale comuni ambulatori e dormitori. In caso di attacco i rifugi accolgono anche gli altri civili e pure i cani randagi. La direttrice ci invita a visitarli e nel farlo ad un certo punto dobbiamo uscire dall’edificio e passare in un altro attraversando un campo da basket. Purtroppo i momenti di tranquillità trascorsi ci hanno fatto dimenticare la prudenza e quando la direttrice ci suggerisce di correre da un edifico all’altro, per evitare di essere avvistati da un drone, ci accorgiamo di esserci dimenticati giubbetti ed elmetti nel suo ufficio. Una pessima distrazione che in futuro cercheremo di evitare.





Finita la visita e salutata la direttrice ci lasciamo alle spalle velocemente Nikopol e il Dnepr, oltre il quale si staglia all’orizzonte la minacciosa sagoma di una delle torri della centrale nucleare di Zaporija. Prima di ripassare i posti di blocco dell’SBU, ci fermiamo a fare rifornimento in una stazione di servizio alla periferia della città. Mentre Buzz si occupa della pompa, ed io e Tommy siamo nel retro del furgone a sistemare il carico, quando iniziamo a sentire le esplosioni. La prima è solo un tonfo lontano e mentre io e Tommy ci scambiamo un’occhiata come per dire “pensi anche tu quello che penso io” arriva la seconda.
Questa volta è più vicina ed è accompagnata dal suono delle sirene. A Nikopol le cose vanno così: i russi sono talmente vicini che prima arrivano le bombe e poi l’allarme. Scendiamo dal furgone e vedendo tutte le macchine che si allontanano in velocità realizziamo che una stazione di servizio non è proprio il posto più sicuro dove stare durante un bombardamento. Facciamo appena a tempo a staccare la pompa per allontanarci quando le esplosioni cessano improvvisamente così come erano iniziate. Il tutto è durato poco più di qualche minuto. Probabilmente è stato un attacco di droni. Questa guerra è particolare anche per questo: puoi essere morto per un drone in pochi secondi senza nemmeno accorgertene.
Attraversiamo la città di Zaporija, la diga/ponte che i Russi hanno cerca per lungo tempo di distruggere e ci avviamo verso il Donbass. Andiamo a Pokrosk la prossima città che sarà posta sotto assedio dai Russi ed uno dei teatri degli scontri più feroci. Pokrosk è uno snodo logistico fondamentale per la guerra in Donbass. Lì arriva la principale arteria dei rifornimenti da Zaporija e da lì raggiunge Torek, Casiv Jar e Kramatosk. Per i Russi prenderla significherebbe tagliare completamente la logistica dei caposaldi che difendono il Donbass e per gli Ucraini ridirezionare completamente il loro flusso di rifornimenti passando per strade più lunghe e tortuose.
Man mano che avanziamo in Donbass i posti di blocco si moltiplicano e non basta più il veicolo militare e le uniformi a garantirci il passaggio. Il personale ai posti di blocco porta sull’uniforme le fasce colorate che si vedono spesso nei video, ci chiede le parole d’ordine e talvolta anche i documenti personali. A Zaporija abbiamo imboccato una specie di autostrada ma dopo un po’ passiamo su strade di campagna sterrate. Il traffico civile man mano si dirada fino a scomparire e le poche auto civili che s’incontrano, guardandoci dentro, sono guidate anch’esse da militari. Inizia a fare buio e il traffico nonostante le strade strette e scassate si decuplica: è il momento in cui la logistica militare si mette in movimento e lo sarà fino all’alba.
Ad un certo punto il GPS smette di nuovo di funzionare e ci arrangiamo con mappe, ricordi e senso dell’orientamento. Comunque siamo di nuovo in zona calda. Buzz da bambino ha visto alcuni film di Fantozzi e raccontiamo a Tommy in inglese alcune delle gag più memorabili di Paolo Villaggio: l’allenamento in bicicletta, il varo della nave, la clinica per dimagrire e altre. Ridiamo e scherziamo ma in realtà siamo nervosi.
I droni russi hanno un’autonomia di trenta chilometri e comodamente colpiscono a venti. Non abbiamo idea a che distanza stiamo passando dalla linea del fronte, che corre parallela alla strada che percorriamo. L’unica cosa che sappiamo è che il nostro veicolo non è equipaggiato con scanner e jammer per difendersi dai droni. Il fatto che la maggior parte degli altri veicoli ce li abbiano non preannuncia nulla di buono.
Finalmente arriviamo alla nostra destinazione un paesino dalle strade fangose nelle retrovie del fronte che brulica di uomini e di veicoli: pick-up armati, furgoni, Hummer e anche qualche blindato. Passiamo davanti a quello che probabilmente era l’unico bar o trattoria del paese. È ancora aperto e ha persino una fila di luci di natale sotto cui si accalcano in fila i soldati per un piatto caldo con cui integrare il rancio della sera. Una cosa strana di questa guerra è che non essendoci aviazione non c’è oscuramento o quasi e la fila dei soldati sotto le luci da a tutto questo una strana aria da festa paesana.
Ad un certo punto incontriamo un civile che cammina in mezzo alla strada agitando come un matto le falde della giacca, fregandosene nel modo più assoluto degli autisti militari che lo insultano perché si levi di torno. È una scenetta comica che mi fa venire in mente Mash di Robert Altman e strappa a tutti e tre una risata.
La terza e ultima parte verrà pubblicata domani alle 8 e 30
Fabrizio Fiori, classe 1967 bolognese e di professione avvocato. Dal 2008 ha iniziato a lavorare con l’Ucraina dove nel 2015 aveva aperto la filiale di uno studio legale italiano. Prima della guerra lavorava tra Bologna e Kiev dove viveva la sua famiglia. Attualmente è socio di uno studio legale Ucraino ed è professore di Istituzioni di Diritto Internazionale presso la STU – State Tax University, l’università del Ministero delle Finanze Ucraino con sede a Irpin. Dai primi giorni di guerra si è occupato di attività umanitarie e di supporto all’Ucraina, prima a livello personale e poi con varie associazioni. Attualmente svolge la propria attività con un’associazione da lui stesso fondato che si occupa principalmente dell’acquisto e dalla donazione all’Ucraina di ambulanze e veicoli sanitari, nonché del trasporto e della consegna di aiuti per conto di altre associazioni. Dopo il rientro della famiglia a Kiev viaggia regolarmente fra Italia e Ucraina dove accanto all’attività umanitaria, ha ripreso quella accademica. Recentemente è entrato a far parte dei Volontari della Fondazione Mobile Medical Rescue che si occupa delle evacuazioni e del primo soccorso ai feriti fra il personale militare e la popolazione civile nelle zone del fronte.
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