Israele
“Due popoli e due stati” è diventato un ossequio a una retorica imbalsamata
Ho creduto a lungo nella soluzione “dei due Stati”, forse più per partito preso e quieto vivere che per profonda convinzione, come sospetto sia per molti altri. Mantenere tale posizione oggi, di fronte alle più sconcertanti evidenze della sua insostenibilità, è di fatto impossibile, direi anche



Ho creduto a lungo nella soluzione “dei due Stati”, forse più per partito preso e quieto vivere che per profonda convinzione, come sospetto sia per molti altri. Mantenere tale posizione oggi, di fronte alle più sconcertanti evidenze della sua insostenibilità, è di fatto impossibile, direi anche intellettualmente disonesto.
La Storia ha mostrato l’incessante riluttanza dell’altra parte in causa, che l’Occidente bonariamente esime da ogni responsabilità decisionale, dal paradigma della causalità, dal farsi carico delle conseguenze di orrore dopo orrore, tanto da avere oramai reso i famosi “due Stati” una rappresentazione simbolica avulsa dalla realtà.
Tale mal riposta fiducia nella presunta volontà di un popolo che si vorrebbe, con post colonialista ardore, affine ad una qualsiasi società per così dire “moderna”, leggasi occidentale, si pone a cavallo fra pura criminalità e criminale miopia. Non è un caso che pluridecennali pacche sulle spalle e ingentissimi aiuti economici, di concerto con Iran e Qatar, abbiano avuto logico sfiato nel 7 ottobre.
All’ultima guerra scaturita da quello sciagurato pogrom che si vorrebbe quasi ordito da uno sparuto gruppo di terroristi alla stregua d’una qualsiasi Anonima Sarda, ricordiamo, non è seguito alcun movimento di resistenza (ad Hamas, etc.) all’interno della Striscia, come avvenuto invece nell’Italia fascista, nella Germania nazista, nella Grecia dei Colonnelli.
I sostenuti incaparbimenti sulla linea «dal fiume al mare», le intime giustificazioni dell’abominio, sbandierate, pubblicizzate, indicano una situazione senza via d’uscita. Singolare che persino chi è sito al di fuori del vivo dramma rifiuti di analizzarlo equamente. Così, da decenni, i palestinesi si vedono confortati nel loro unico collante e indispensabile ambizione: la distruzione di Israele in quanto Altro. (Sfugge loro che senza Israele, sublime catalizzatore, essi stessi cesserebbero di esistere.)
Il mantra dei «due popoli, due stati», la più grande bufala del Novecento, dovrebbe essersi rivelato tale a chiunque possieda un minimo di coscienza. Pure, nella vecchia Europa quanto mai appiattita su bienséances d’antan, essa resta tuttora l’unica soluzione di cui sia lecito parlare. Limitandoci all’Italia, ad esempio, ancora il 20 gennaio di quest’anno Matteo Renzi asseriva: «due popoli, due stati è l’unica via contro fanatismo e terrorismo». Nel fitto della guerra, il 16 aprile 2024, Antonio Tajani rassicurava, telegrafico ma sicuro: «governo italiano continua a lavorare per de-escalation e per favorire una soluzione “due popoli due Stati”, chiave per stabilità regione».
Questo formale ossequio a linee guida imbalsamate, questa deresponsabilizzazione di un intero «popolo», quello palestinese, che ha invece trovato in Hamas la più pura espressione, e che esiste solo ed esclusivamente in opposizione a Israele, ha però fatto il suo tempo.
Che di fronte alle orde inneggianti «from the River to the Sea», che di fronte ai proclami stessi di quei «miliziani» capaci di rinnovare le proprie fila con la rapidità di un tremendo videogioco, ancora si dia fiato bipartisan a una visione rivelatasi innumerevoli volte inattuabile, fallimentare, non rasenta forse il ridicolo?
Non sorprende allora che sia un personaggio quale Donald Trump a spazzare via l’insostenibile leggerezza del luogo comune. Così è ridotta l’Europa: un museo delle cere, i cui fantocci sono destinati a rivivere ancora e ancora un medesimo giorno come fosse il 1932. Né potrebbe essere altrimenti, nella società odierna dove impera l’eterno presente.
Mar-a-Gaza è, probabilmente resterà, una provocazione. Ma il suo merito potrebbe essere, quantomeno, di costringere tutti, dagli europei ai più moderati paesi arabi, a riflettere su un necessario, pragmatico cambio di prospettiva. De-nazificare Gaza affinché possa guadagnarsi l’autodeterminazione è un’impresa immane, implicherebbe l’esistenza di una «comunità internazionale» essa stessa esente da antisemitismo e, per gli interessati, un’evoluzione anche dottrinale pressoché inimmaginabile.
Del resto, la parabola del Terzo Reich durò dodici anni appena. La radicalizzazione palestinese, sua degna erede, non ha mai cessato di crescere.
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L’antiebraismo ha origini antiche quanto la storia di Caino e Abele. L’invidia del figlio negletto per il fratello prediletto è insormontabile e si risolve solo con il fratricidio. “Due popoli, due stati” è una NON soluzione che non farà che perpetuare la guerra in Medio Oriente. I Palestinesi non accetteranno mai la convivenza e la sopravvivenza di Israele sarà sempre minacciata, anche per l’incremento demografico esponenziale dei coinquilini. L’unica soluzione sarebbe che uno dei contendenti abbandonasse il campo. Impensabile rimuovere 2 milioni di Palestinesi che nessuno vuole, nemmeno i loro cugini Arabi. Una diaspora palestinese sarebbe una sciagura per chiunque li accogliesse (vedi Libano), soprattutto per l’occidente dove l’immigrazione islamica sta già destabilizzando l’ordine costituito.
Spetterebbe quindi agli Ebrei cercarsi un’altra patria? Dove? In un pianeta già tutto occupato (persino l’Antartide) e dove ovunque incontrerebbero ostilità perché la diffidenza nei loro confronti non è solo islamica ma universale, come dimostrano le persecuzioni millenarie.
Questa è davvero la più grande impasse della storia che si risolverà soltanto con l’annientamento di uno dei due contendenti.
Nadia Mai
Cara Nadia, la soluzione che lei prospetta è brutale come un calcio negli zebedei ma purtroppo molto plausibile. Il vero problema è che molti paesi (in primis la tanto cara UE) propendono per veder scomparire dalla faccia della terra gli Ebrei, dato che per niente al mondo lascerebbero la terra dei padri!!!