Conflitto russo-ucraino
Chiamare “pace” il disarmo dell’aggredito è moralmente putrido
Da quando gli USA hanno fermato la condivisione di intelligence che consentiva a Kyiv di colpire la Russia e di difendersi efficacemente, Putin continua a bombardare spietatamente l'Ucraina, devastando le infrastrutture energetiche e colpendo indiscriminatamente i civili, approfittando di un nemico più sguarnito di ieri. Spiace



Da quando gli USA hanno fermato la condivisione di intelligence che consentiva a Kyiv di colpire la Russia e di difendersi efficacemente, Putin continua a bombardare spietatamente l’Ucraina, devastando le infrastrutture energetiche e colpendo indiscriminatamente i civili, approfittando di un nemico più sguarnito di ieri.
Spiace constatare come la voce dei pacifisti nostrani, finora attenti nel verificare che la traiettoria di ogni proiettile ucraino fosse a prova di diritto internazionale, su questi ultimi sviluppi sia assai fioca. Possiamo forse sperare che nel silenzio stia maturando un barlume di resipiscenza, almeno in qualcuno.
La cosa certa è che la nuova amministrazione della Casa Bianca ha seguito pedissequamente i loro desideri: ha convocato la Russia al tavolo delle trattative mostrando grande disponibilità, relativizzato Zelensky e tolto gli aiuti militari all’Ucraina (perché “la pace non si fa con le armi”).
Risultato? Altri ucraini morti, palazzi sventrati, civili terrorizzati. Perfino Trump ha dovuto ammettere che Putin non si è fermato (salvo poi giustificarne mostruosamente la condotta, ma questo è un altro problema). Quando Trump aveva cominciato le trattative con Mosca, il coro pacifista di sinistra e destra era “ve l’avevamo detto”.
Ma prima di cantare bisognava attendere la mossa di Putin, che è quella che abbiamo visto. Ora immaginiamo tutti, solo per un momento, quale immane macelleria avremmo visto in Ucraina – oltre quella già purtroppo consegnata alla storia – se non avessimo sostenuto militarmente la sua resistenza.
Ecco perché chiamare “pace” il disarmo dell’aggredito, senza garanzie che l’aggressore si fermi, è moralmente putrido. È un’espressione pesante ma le parole devono adeguarsi alla gravità dei fatti. Non sarà mai troppo detto che il rifiuto aprioristico delle armi, quando sono l’unico mezzo che uno Stato ha per difendersi da chi non vuole negoziare in modo dignitoso per la controparte, è una forma di fariseismo tanto più odiosa quanto più si presenta come circonfusa di luce.
Chi in questo momento, agendo contro la propria natura, è costretto a sparare per difendere la moglie dallo stupro, il figlio dalla deportazione e la casa dall’esproprio, oltre al dolore del corpo deve sopportare anche la tragedia della coscienza, forzata ad ammettere atti che mai avrebbe voluto neppure concepire. Anche questo va in conto all’aggressore: la tortura morale cui è costretta la gente pacifica risucchiata a forza nell’orrore scatenato da altri.
Da noi, invece, c’è chi dalla comodità della propria tranquilla coscienza ha già risolto tutto: disarmati e fai entrare il nemico. C’è chi si permette il lusso dei buoni sentimenti perché non è stato mai costretto dalla storia alla cosa peggiore che ci sia: scegliere tra due mali. Eppure, nella realtà c’è anche questo.
La reazione convulsa dinanzi a termini come “riarmo” o “forza” – tornati in auge in questi giorni in Europa – è il rigetto della realtà stessa. Non è un caso che l’opposizione venga per lo più da sinistra: in fondo i “safe space” dell’élite progressista dei college USA, pensati come rifugi per gruppi sociali che vogliono stare al riparo dal conflitto, di qualcuno dovevano pur essere figli. Eppure la storia insegna che non c’è via più sicura per la guerra che l’indisponibilità a difendere il diritto dei deboli e la rimozione del male.
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