Europa
Curtis Yarvin: “Trump dovrebbe concedere alla Russia mano libera fino alla Manica”
Vi proponiamo la traduzione dell'estratto di un articolo di Curtis Yarvin uscito nel 2022: “Una nuova politica estera per l’Europa”. Ma chi è Curtis Yarvin? Programmatore, scrittore e teorico politico statunitense, conosciuto anche con lo pseudonimo Mencius Moldbug, è una figura centrale del "Dark Enlightment" o



Vi proponiamo la traduzione dell’estratto di un articolo di Curtis Yarvin uscito nel 2022: “Una nuova politica estera per l’Europa”.
Ma chi è Curtis Yarvin?
Programmatore, scrittore e teorico politico statunitense, conosciuto anche con lo pseudonimo Mencius Moldbug, è una figura centrale del “Dark Enlightment” o movimento neoreazionario (NRx). Noto per la sua critica radicale alla democrazia liberale, che considera inefficiente, corrotta e incapace di risolvere i problemi strutturali della società moderna.
Yarvin sostiene che la democrazia è un sistema fallito e che l’Occidente dovrebbe essere governato da una forma di “monarchia aziendale” (corporate monarchy), simile a una società privata ben gestita. Propone l’abolizione delle istituzioni democratiche a favore di un’autorità centralizzata e tecnocratica. Ha coniato il termine Cathedral per descrivere il complesso ideologico composto da media, università e burocrazia che, secondo lui, impone un’ideologia progressista alla società.
A lui si sono ispirati tech della “Mafia Paypal” come Peter Thiel ed è apprezzato da teorici come Steve Bannon. Le sue idee hanno fortemente influenzato anche il vicepresidente J.D. Vance, che ha proposto riforme radicali dell’apparato burocratico federale. Proposte che rispecchiano il concetto di “Retire All Government Employees” (RAGE) di Yarvin, che prevede la sostituzione dei burocrati di carriera con lealisti politici.
Anche il Project 2025 della Heritage Foundation è stato influenzato dalle idee di Yarvin, mirando a riformare l’amministrazione federale attraverso la sostituzione di funzionari pubblici con individui allineati ideologicamente.
In breve, questo scritto del 2022 può essere considerato il Manifesto programmatico della politica di Trump in Europa.
Da: “Una nuova politica estera per l’Europa” di Curtis Yarvin
L’obiettivo della politica estera americana in Europa
Sotto un’amministrazione Trump, l’obiettivo della politica estera americana in Europa è influenzare la politica interna degli Stati Uniti.
Non esistono obiettivi realistici di politica estera, nel senso tradizionale, verso l’Europa. Gli obiettivi realistici di politica estera sono o militari o economici. L’Europa non rappresenta in alcun modo una minaccia militare per gli Stati Uniti. Inoltre, ha un surplus commerciale con gli USA, il che significa che interrompere gli scambi con l’Europa, per definizione, farebbe crescere l’economia americana.
Al contrario, sotto un’amministrazione Trump, lo scopo della politica estera americana in Europa è incidere sugli equilibri di potere interni negli Stati Uniti. Ad esempio, la caduta dell’Afghanistan ha liquidato le strutture organizzative all’interno del Dipartimento di Stato e della Difesa che sostenevano quello stato fantoccio disfunzionale. Quelle strutture sono resistenti, ma non sopravvivono alla fine della loro missione.
La liquidazione dell’“Ucraina” – presidenti comici, magnati del petrolio e tutto il resto – sarebbe un colpo enorme sia per il Dipartimento di Stato che per la Difesa. Manderebbe un messaggio chiaro a tutti gli altri stati-clienti di Washington: gli Stati Uniti non sono più in grado di garantire la loro “sovranità”, né con la diplomazia né con la forza.
Lasciare mano libera alla Russia sul Continente
Pensare solo in termini di “Texas della Russia” è un’idea fin troppo limitata. Trump dovrebbe piuttosto concedere alla Russia mano libera non solo nei territori russofoni, ma fino alla Manica.
L’obiettivo di una politica estera trumpiana in Europa è il ritiro dell’influenza americana dal continente. Questo garantirebbe la sconfitta del liberalismo in Europa. Negli Stati Uniti, mostrerebbe sia ai liberali che ai conservatori che il liberalismo è mortale – con effetti dirompenti sul morale di entrambi. E come diceva Clausewitz, tutti i conflitti sono principalmente una questione di morale.
Le idee liberali non sono indigene della regione. Sono idee anglo-americane. Sono arrivate con un’ondata di denaro, moda e bombe. E quale nazione ha fatto di più – e con più efficacia – negli ultimi due secoli per sconfiggere il liberalismo in Europa? Se i tedeschi ci hanno provato nel XX secolo, i russi ci sono riusciti nel XIX.
La Russia ha sconfitto il dittatore rivoluzionario Bonaparte. Gli zoccoli dei cavalli cosacchi hanno risuonato sui ciottoli di Parigi. La Russia ha fondato la Santa Alleanza e ancorato la Lega dei Tre Imperatori, consacrata alla reazione europea più radicale. Le truppe russe hanno soffocato la rivoluzione del 1848 e liberato l’Ungheria dalla tirannia liberale. Il prezzo pagato per questo è stata l’aggressione folle franco-britannica nella Guerra di Crimea, una versione precoce e delirante dell’imperialismo liberale del XX secolo.
Ora, tocca di nuovo alla Russia riportare l’ordine in Europa. Ma poiché l’America è più forte della Russia, Trump deve far sapere chiaramente a Putin che ha il permesso di farlo.
C’è un solo modo per mandare questo messaggio in modo inequivocabile: ritirarsi dall’Europa.
La politica del Trump ideale
Trump ordinerà il ritiro di tutte le forze e del personale diplomatico statunitense – basi, ambasciate e consolati – dal continente europeo. Qualsiasi conversazione diplomatica, se ancora necessaria, potrà essere gestita via email o Zoom. (La diplomazia pubblica – gli “accordi aperti, raggiunti apertamente” di Woodrow Wilson – è sempre la migliore.)
Se queste strutture non esistessero, nessuno penserebbe di inventarle oggi. Nel loro scopo nominale – comunicazione tra pari tra governi sovrani – sono anacronistiche. Nel loro scopo reale – supervisione client-server di governi satelliti – risultano fastidiose. Ritirando tutto il personale americano dall’Europa, Trump non abbandonerebbe il continente: lo libererebbe. Proprio come Gorbaciov ha liberato il Patto di Varsavia.
La nuova condizione dell’Europa sarà quella di non dover più rispondere all’America per la forma dei propri governi. Chiunque governi la Francia sarà il governo della Francia – il governo de jure sarà riconosciuto come governo de facto.
Come disse il presidente Monroe 200 anni fa:
“La nostra politica nei confronti dell’Europa è di non interferire nelle questioni interne di alcuna delle sue potenze; di considerare il governo de facto come il governo legittimo per noi; di coltivare relazioni amichevoli con esso e di preservare tali relazioni con una politica franca, ferma e virile, soddisfacendo sempre le giuste richieste di ogni potenza e non sottomettendoci ad alcuna ingiustizia.”
La politica del Putin ideale
Se a Putin fosse data mano libera in Europa, non avrebbe nemmeno bisogno di usarla.
Non ci saranno eserciti di carri armati a travolgere il Varco di Fulda in stile wargame del 1976. Nemmeno un taglio del gas in pieno inverno sarebbe necessario: troppo grossolano. Gli Stati Uniti hanno forse invaso il Patto di Varsavia nel 1989? No, non ce n’è stato bisogno: era semplicemente il centro di gravità più ovvio. Alla Russia basterà offrire sostegno e copertura ai regimi contro-americani che emergeranno naturalmente una volta ritirata l’influenza statunitense.
Le forze armate francesi, che già oggi sognano a occhi aperti un colpo di Stato, capiranno rapidamente che nulla può più impedirlo – e che non esiste nemmeno l’obbligo che la giunta risultante sia “temporanea”. Nulla vieta, anzi, che un colpo di Stato possa riportare sul trono Louis XX (da non confondere con Louis X).
Qualsiasi regime del genere troverebbe giustificazione semplicemente restaurando l’ordine pubblico urbano – strade sicure, pulite, senza zone off-limits. Nessuno che abbia vissuto l’ultima fase della democrazia dimenticherebbe la differenza, o la follia di aver dato per scontato il mondo di prima. Immaginare il degrado urbano del 2022 come “normale” apparirebbe, col senno di poi, pura demenza.
Molte delle mosse di Putin sembrano mirate a rafforzare la sua autorità interna. Un’autorità che, rispetto agli standard storici, è debole: Putin non è uno zar, deve fingersi un politico eletto, democratico, sottoposto al “rule of law”. Questa concessione è una forma di resa – sua e della Russia – al dominio globale della democrazia, che è (o era) il dominio globale dell’anglo-americanismo. Ma quello era il passato. Ora, l’America si è ritirata dall’Europa. (Gran Bretagna, esclusa.)
Ne consegue che, proprio come l’Europa del dopoguerra fu un laboratorio della democrazia, l’Europa post-Trump dovrebbe diventare un laboratorio della reazione. Una volta che Putin avrà mano libera sul Continente, ogni antica nazione europea troverà nella zampa dell’orso russo un appoggio per restaurare la propria cultura tradizionale e la propria forma di governo originaria – più autocratica e legittima è, meglio è.
Il problema fondamentale del regime di Putin è come espandere il suo potere personale in profondità e nel tempo. In profondità: diventare più autocratico, con il potere di comandare ovunque e su tutto. Nel tempo: far durare il suo regime non solo per tutta la sua vita, ma anche ben oltre.
L’illegittimità delle dittature del Novecento è una macchia sull’autocrazia, perché la contraddice. Un’autocrazia temporanea è instabile per definizione. Poiché il dittatore di un’altra nazione post-sovietica fittizia, Lukashenko, deve fingere di essere stato eletto, nessuno sa cosa accadrà quando morirà. Anche nel regime più forte, guidato dall’uomo forte per eccellenza, questa è una crepa.
Per questo, l’interesse di Putin nell’occupare l’Europa non è solo geopolitico, ma ideologico: testare sul campo il futuro autocratico della Russia stessa – ovvero, una monarchia assoluta in stile zarista. Dato che ogni Paese europeo, un tempo, è stato una monarchia, e considerando che l’idea di guerriglia, insurrezioni popolari e violenza diffusa nell’Europa moderna è semplicemente ridicola, incoraggiare una serie di “esperimenti” reazionari – incentrati su monarchia e autocrazia – da replicare poi in patria, appare come una mossa ovvia.
Certo, esiste un rischio per la Russia nel rianimare davvero la vitalità della “vecchia Europa”. Raramente Mosca ha potuto reggere il confronto diretto con potenze come la Francia o la Germania. Ma visto lo stato attuale di quei Paesi, ci vorranno anni prima che questa possa diventare una preoccupazione seria.
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Dalla traduzione di questo articolo, spero sia ora chiaro ai lettori con che cosa abbiamo a che fare. Quanto sta avvenendo è ideologico. Ben più pericoloso di dazi, autocrati, smanie imperialiste o politiche anti-migratorie varie.
È una lotta ideologica contro le democrazie liberali.
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