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I fratelli Rosselli: “Giustizia e libertà, per questo morirono, per questo vivono”

Ritratto in bianco e nero dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, simboli della resistenza antifascista italiana

Il dibattito delle idee

I fratelli Rosselli: “Giustizia e libertà, per questo morirono, per questo vivono”

No, al cimitero fiorentino di Trespiano non c’è alcun pellegrinaggio per evocare in silenzio il supremo sacrificio in nome della religione della libertà; a differenza di quanto accade in quel di Predappio, dove una truce onda nera onora, ogni anno, la memoria del fondatore dei Fasci

Ritratto in bianco e nero dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, simboli della resistenza antifascista italiana
Vincenzo Russo27/03/2025Aggiornato 19/05/20259 min lettura1.854 parole

No, al cimitero fiorentino di Trespiano non c’è alcun pellegrinaggio per evocare in silenzio il supremo sacrificio in nome della religione della libertà; a differenza di quanto accade in quel di Predappio, dove una truce onda nera onora, ogni anno, la memoria del fondatore dei Fasci di combattimento, con il suo requiem eseguito sullo spartito dei simbolismi del ventennio che ha segnato a sangue il corpo dell’Italia. Per questo motivo non molti hanno modo di leggere l’epitaffio dettato da Piero Calamandrei per la tomba di Carlo e Nello Rosselli:

Giustizia e libertà / per questo morirono / per questo vivono.

I fratelli Rosselli finirono martiri della feroce repressione del regime, come tanti altri eroi della resistenza antifascista che appartennero a tutto l’arco costituzionale dell’epoca, per via della loro irrinunciabile fede nella libertà.

Dopo aver combattuto a fianco dei ribelli nella guerra civile spagnola, Carlo Rosselli, ammalato, si rifugia in Normandia per curarsi. Di lì a poco lo raggiungerà il fratello Nello che, quasi incomprensibilmente, riesce ad ottenere dal regime il passaporto. In realtà è una trappola. Il ministro degli esteri Galeazzo Ciano (genero di Mussolini), con l’assenso del duce, ha ordito un complotto per assassinare i due fratelli. L’organizzatore è il capo dei servizi segreti, il generale Mario Roatta, che si avvarrà dei miliziani della Cagoule (organizzazione eversiva dell’estrema destra francese) quale braccio armato.

Carlo e Nello cadono vittime di un agguato. Il 9 giugno del 1937, a Bagnoles-de-l’Orne, vengono fatti scendere dalla loro auto e trucidati. Carlo muore sul colpo, mentre il fratello ancora vivo viene ucciso a pugnalate. I corpi saranno sepolti nel cimitero di Parigi (le spoglie traslate poi nel 1951 nel cimitero di Trespiano). I funerali vedranno la sentita partecipazione di 150 mila antifascisti italiani e francesi. Ciò, purtroppo, non servirà a fare giustizia. L’efferato delitto rimarrà impunito sia in Francia sia in Italia. Il generale Roatta troverà rifugio nella Spagna franchista.

Nel 1945 esce in Italia la più importante opera politica di Carlo Rosselli, Socialismo liberale. E’ il frutto del suo lavoro durante il sofferto periodo del confino a Lipari, a seguito della condanna per aver messo in atto, nel 1926, la fuga di Filippo Turati (storico leader socialista milanese definito dal Duce il “capobanda”), da Savona verso la Corsica. All’impresa partecipano pure il futuro presidente del Consiglio, Ferruccio Parri (eroe della Grande Guerra), un giovane avvocato bastonato dai fascisti per aver ossequiato la memoria di Matteotti, Sandro Pertini, e il figlio di un imprenditore antifascista di Ivrea, Adriano Olivetti. Il 27 luglio del 1929 sarà lo stesso Carlo Rosselli protagonista di una rocambolesca fuga in motoscafo dall’isola di Lipari assieme a Fausto Nitti e Emilio Lussu. I tre raggiungeranno la Francia dove, assieme ad altri antifascisti, daranno vita al movimento Giustizia e Libertà. Le conseguenze immediate di tale affronto le pagheranno l’ulcera del Duce e la moglie di Carlo, Marion Catherine Cave, che, nonostante fosse incinta della figlia Melina, verrà fatta arrestare.

Come scrisse lo stesso Rosselli, Socialismo liberale è l’ammissione della crisi intellettuale nella quale i giovani socialisti di allora si trovarono di fronte alla comprensione dell’errore marxista da un lato, e dall’altro a causa della drammatica sconfitta inferta dalla violenza fascista. Da qui la volontà di Carlo di trovare una via d’uscita dal labirinto del pensiero politico (di allora) e dalle catene del regime, attraverso la riconquista della libertà e la rinascita su nuove basi del socialismo.

E’ a tal fine che Rosselli propone un’alleanza di lungo periodo tra socialismo e liberalismo. La sua idea di socialismo è legata alla “attuazione progressiva della idea di libertà e di giustizia tra gli uomini: idea innata che giace, più o meno sepolta dalle incrostazioni dei secoli, al fondo d’ogni essere umano; sforzo progressivo di assicurare a tutti gli umani una eguale possibilità di vivere la vita che solo è degna di questo nome, sottraendoli alla schiavitù della materia e dei materiali bisogni che oggi ancora domina il maggior numero”.

Il fine ultimo non deve essere solo la trasformazione delle strutture sociali, in una prospettiva storicista di lotta tra classi, ma “la conquista, perpetuamente rinnovantesi, di una umanità qualitativamente migliore, più buona, più giusta, più spirituale”, che veda l’uomo protagonista di una rivoluzione morale e non una pietra rotolante, un mero servomeccanismo della storia. Rosselli è antifascista e antistalinista. Egli supera, poi, il concetto classico di liberalismo: la libertà non può più essere considerata un semplice fine (il cui mancato reale conseguimento rimane problema dei più deboli), ma deve ergersi a vera e propria regola politica; la libertà anche come mezzo. Socialismo e liberalismo devono confrontarsi, scontrarsi, sul comune terreno della lotta politica costituito dal metodo liberaldemocratico. Un metodo intriso di libertà: prima quelli dei singoli, poi quella dello Stato.

Dalla vita e dagli scritti di Carlo Rosselli traspare, oltre all’idea precisa del concetto di libertà sul piano sociale e politico, l’intima necessità kantiana della fierezza morale che ciascuno dovrebbe coltivare. Uno dei doveri essenziali dell’uomo. Il fascismo riuscì ad annichilire uomini e istituzioni anche in virtù della mancanza della prima forma di libertà: la libertà interiore che dipende dalla scelta di non subordinare la propria coscienza ai timori e alle speranze della vita, piegandola servilmente ad altri uomini. In Socialismo liberale egli scrive:

Ora è triste cosa a dirsi, ma non per questo meno vera che in Italia l’educazione dell’uomo, la formazione della cellula morale base – l’individuo-, è ancora in gran parte da fare. Difetta nei più, per miseria, indifferenza, secolare rinuncia, il senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità. Un servaggio di secoli fa sì che l’italiano medio oscilli ancora oggi tra l’abito servile e la rivolta anarchica. Il concetto di vita come lotta e missione, la nozione della libertà come dovere morale, la consapevolezza dei limiti propri ed altrui, difettano.

Quella di Rosselli è la mesta constatazione degli storici limiti del carattere italico. Nonostante significativi esempi di virtù morale e inclinazione alla libertà, quella italiana è stata a lungo una storia di dominatori, di sottomissione, di governi dispotici, persino da parte della Chiesa che non esitava nell’affiancare la spada alla predicazione. Le lunghe e travagliate fasi di assoggettamento allo straniero hanno, inevitabilmente, foggiato i costumi del nostro paese.

A tratteggiare efficacemente questi ultimi ci ha pensato la letteratura.  Leopardi ci ha detto che chi è servo nell’animo non può che avere poco rispetto di sé e per il prossimo. Nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani scrive: “nasce da quelle disposizioni l’indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri e della morale”. E l’indifferenza è la madre di ogni cinismo. In tempi più lontani, nella sua fortunata opera Il libro del Cortegiano, Baldassar Castiglione, nel descrivere la vita del cortigiano, quando la libertà poteva ben essere considerata un orpello, puntualizzava che anche il cortigiano più felice e fiero della sua condizione è pur sempre un uomo a metà, perché il suo destino è legato al volere del suo Signore.

L’educazione e la formazione culturale dei fratelli Rosselli, fra cui il maggiore, Aldo, morto volontario in guerra nel 1916, fu certamente influenzata dalla tradizione mazziniana e dai ferrei insegnamenti della madre, Amelia Pincherle Rosselli, che seppe trasferire loro un profondo senso del dovere tale da ricondurre la vita ad una missione che può ben richiedere costose rinunzie, fino all’estremo sacrificio. Da qui la forza e l’intransigenza morale con la quale seppero resistere al fascismo. Vale la pena ridare la parola a Carlo nell’atto di rispondere, dal carcere di Como, al suo avvocato che gli propone di chiedere la grazia al Duce:

Ma c’era proprio bisogno dell’intervento (dell’avvocato)? Non c’era modo attraverso lo zio (Salvemini) di comunicare subito di no? Il no è pregiudiziale, indipendentemente dal merito. Mi avessero chiesto di amare mia madre e mia moglie, avrei mostrato il medesimo contegno. Non voglio adattarmi a riconoscere un’attenuazione dei miei diritti. Certo ai tempi d’oggi, non è facile seguire una linea di condotta così rigida; e a volte mi domando se per avventura non esageriamo; ma la conclusione è sempre la stessa. Comunque abbia a chiudersi l’avventura personale e collettiva, voglio sortire col mio capitale morale intatto. …

E, dopo pochi giorni, ancora in risposta all’avvocato che gli proponeva di rinunciare alla lotta antifascista per i vantaggi legati a un futuro di “buona condotta”:

Sento, ti ripeto, per istinto, che l’esempio potrà servire solo se sarà puro, perfetto, incontaminato, solo se servirà a dimostrare che c’è stato qualcuno che ha saputo seguire, malgrado tutto, una linea di moralità, di intransigenza assoluta.

Certo, sono parole disturbanti, un pugno nello stomaco: come se un asteroide piombasse sulle sguarnite coscienze cerchiobottiste di oggi. Eppure da esse traspare l’umanità di una scelta meditata, sofferta, sulla quale incombe il beneficio del dubbio e la responsabilità personale dell’errore. Dietro c’è un pensiero retto da solidi principi morali e instillato dalla “corda aurea” della ragione. Nessuna ombra di estremismo, fanatismo o becero ideologismo. Un tentativo concreto di dare un futuro all’Italia dopo la lunga notte fascista. Sì, perché, soprattutto in alcuni frangenti della storia, non c’è nulla di più reale delle idee; la difficoltà è sempre quella di capire se siano delle buone idee. Oggi, però, la buona fede rispetto agli sciagurati esperimenti del passato non si può più presumere: sappiamo abbastanza sugli effetti “taumaturgici” delle derive plebiscitarie.

Se è vero che “il coraggio , uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”, è indubbio che i limiti e le abiezioni individuali (che connotano anche l’agire più virtuoso) non possono essere traslate, ipso facto, nel dibattito pubblico quali fattori risolutivi. In termini generali, tale approccio costituirebbe un buon viatico per la deriva della società civile verso barbari costumi. Posto che determinate scelte (esiziali) non possono essere demandate che alla volontà dei singoli e dei popoli, si tratta di non rinunciare, definitivamente, a quei principi e valori universali (figli della morale cristiana, dell’umanesimo antico e del razionalismo dei Lumi) che un pezzo di umanità, chiamata Occidente, ha faticosamente cercato di radicare su questa terra.

Non capirlo significa consegnare le nostre sorti nelle mani degli autocrati più dotati, che non esiteranno a svilire lo Stato di diritto e la dignità delle persone (cosa che sta già avvenendo nel paese simbolo della democrazia). Sarebbe il trionfo della visione del Grande Inquisitore: riuscire ad affrancare il suo gregge dall’inutile e pericoloso fardello della libertà.


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