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Con QAnon nello Studio Ovale il confine tra governo e follia collettiva si è dissolto 

Persone con magliette QAnon e cappellini rossi marciano su un prato sotto un cielo azzurro, simbolo del movimento complottista americano.

USA

Con QAnon nello Studio Ovale il confine tra governo e follia collettiva si è dissolto 

Mentre a Westeros tagliavano teste con la spada, alla Casa Bianca basta il sorrisetto di Laura Loomer. Giovedì sei membri del National Security Cpuncil (NSC) – incluso Brian Walsh, l'ex capo dell'intelligence travolto dallo "Signalgate" – hanno fatto la fine di Ned Stark nel "Trono di

Persone con magliette QAnon e cappellini rossi marciano su un prato sotto un cielo azzurro, simbolo del movimento complottista americano.
Alessandra Libutti05/04/2025Aggiornato 16/05/20257 min lettura1.341 parole

Mentre a Westeros tagliavano teste con la spada, alla Casa Bianca basta il sorrisetto di Laura Loomer. Giovedì sei membri del National Security Cpuncil (NSC) – incluso Brian Walsh, l’ex capo dell’intelligence travolto dallo “Signalgate” – hanno fatto la fine di Ned Stark nel “Trono di spade”, epurati dopo un teatrale consiglio nello Studio Ovale. Pare che Loomer, nuova Cersei del MAGAverse, abbia sussurrato a Trump la sua lista di “traditori”.

Ma chi è Laura Loomer?

La prima volta in cui mi sono imbattuta in questo interessante personaggio era la fine del 2020 quando leggevo, con un certo sbigottimento, i contenuti di alcune chat sul social Parler in cui ero riuscita ad entrare, con uno pseudonimo e qualche frase MAGA ben assestata.

Non erano chat qualsiasi. Una era quella di Enrique Tarrio, il capo dei Proud Boys, l’altra – e questa era di gran lunga la più inquietante – era il covo virtuale di QAnon: una corte di fanatici radunati attorno al generale Michael Flynn e alla sua paladina Laura Loomer.  

La differenza tra le due chat era abissale. La chat dei Proud Boys, tutto sommato, era quel che ti aspetteresti da un branco di teppisti con più muscoli che neuroni: una combriccola di duri da bar, il tipo che immagini in un roadhouse del Kentucky, tra camionisti e motociclisti, dove se entri e non sei dei loro faresti meglio a tornartene da dove sei venuto. Gente che vuole fare a botte, sì, ma senza troppi fronzoli – la classica manovalanza dell’estremismo.  

Quella di QAnon, invece, era un’altra cosa. Un pozzo di paranoia collettiva, dove ogni follia trovava terreno fertile. Non semplici cospirazioni, ma un intero universo alternativo costruito su teorie surreali. Una setta. E la cosa più agghiacciante era l’assoluta convinzione che trasudava da ogni post. Non era solo stupidità: era una follia organizzata, pericolosa, e soprattutto violenta.

Questo covo di cospirazionisti era il baricentro di ogni teoria delirante mai concepita:  il Pizzagate (la bufala dei satanisti pedofili nel seminterrato di una pizzeria); le scie chimiche (con tanto di diagrammi “scientifici” disegnati con Paint); la rete di pedofili capeggiata da George Soros (che avrebbe reclutato politici e celebrità per traffici di bambini); il complotto Obama-Renzi (con la società Leonardo accusata di manipolare le macchine elettorali via satellite) e tante altre ancora inerenti il “Deep State” e i “Poteri Forti”.

Era il tempio di una paradossale religione rovesciata. Armeggiavano con simboli esoterici a metà tra un romanzo di Dan Brown e un fumetto scadente, convinti di combattere il Male Assoluto. In realtà, non facevano che proiettare la loro stessa natura di congregazione paranoica – una chiesa scismatica dove ogni fedele era al tempo stesso sacerdote e profeta, inquisitore, giustiziere e martire.

Il loro satanismo immaginario, costruito a colpi di screenshot e deep fake, era lo specchio deformato della loro stessa dinamica: rituali (le “ricerche” sul dark web), sacramenti (i meme condivisi come ostie digitali), e una gerarchia para-militare. Ero nel bel mezzo di un culto chiuso, dogmatico, pronto a bruciare chiunque osasse dubitare dei suoi deliri.

L’atmosfera era una miscela di paranoia post-apocalittica e violenza verbale: ogni messaggio un monologo da film distopico, ogni teoria una giustificazione per azioni concrete. Insomma, era un manuale di radicalizzazione. Si respirava un’ossessione per i nemici nascosti – dal Covid alle elezioni, tutto veniva distorto fino a diventare la prova del “Great Reset” ordito da chissà quali poteri oscuri, a cui si contrapponeva il “Great Awakening”. Più la teoria era assurda, più guadagnava credito nel gruppo. E sotto la superficie, sempre presente, la violenza: velata nei meme, gridata negli hashtag, esplicitata negli appelli all’azione. Quell’urlio continuo di “Save the children!“, “Fight, Fight, Fight”, “Trust the Plan” che da grido di battaglia si trasformava in licenza per qualunque tipo di azione.  

Quella chat non era un semplice spazio di discussione. Era un’arma carica. E con Flynn e Loomer a soffiare sul fuoco, migliaia di persone si preparavano a “fare la loro parte”, pronte a tradurre in atti ciò che leggevano sullo schermo.

Fu proprio in quelle conversazioni che prese forma l’assalto a Capitol Hill. Chiunque frequentasse quei gruppi sapeva con giorni d’anticipo che il 6 gennaio i militanti di Parler si preparavano alla “Rivoluzione”. E se lo sapevo io, a migliaia di chilometri di distanza, con un semplice account fittizio, è impossibile credere che l’FBI non ne fosse al corrente – un dettaglio che rende l’intera vicenda ancora più agghiacciante.

Era lì, in quelle stesse chat, verso la fine di dicembre del 2020, che il generale Flynn ventilava l’idea del colpo di stato militare: dopo l’assalto delle sue truppe fedeli al Campidoglio, Trump avrebbe dovuto invocare l’Insurrection Act, ovvero imporre la legge marziale, mentre i suoi adepti suggerivano di “andare casa per casa a stanare i traditori”. Non erano fantasie di quattro squilibrati, ma piani discussi alla luce del sole, con i partecipanti che approvavano, condividevano, annunciavano la logistica e fissavano i luoghi d’incontro. La violenza non era un’ipotesi: era l’obiettivo dichiarato. Laura Loomer e Michael Flynn volevano che scorresse il sangue.

Se alla fine del dicembre 2020, in quelle chat oscure, Flynn e Loomer sognavano ad alta voce la “caccia ai traditori”, oggi quel delirio sembra essersi materializzato (sangue a parte, per fortuna – o almeno per il momento) nella stanza dei bottoni. L’ingresso di Loomer, ovvero Lady QAnon, nello Studio Ovale giovedì scorso, con la sua lista di proscrizione in mano non è una barzelletta: è l’avverarsi del peggiore degli incubi.

Quella frangia estremista che un tempo urlava nelle echo chamber di internet — e continua a farlo, annidata negli angoli più oscuri di Telegram o Signal — oggi non si limita più a gridare nel vuoto: sussurra all’orecchio del presidente, portando con sé l’intero arsenale della psicosi cospirazionista. Un delirio fatto di trame occulte, élite globali che manipolerebbero le sorti del mondo e complotti immaginari orchestrati per silenziare la “vera” volontà del popolo.

Non più relegati alle teorie marginali dei forum complottisti, questi narratori del sospetto stanno trasformando fantasie paranoiche in linee di indirizzo politico. È il salto di qualità di una macchina propagandistica che non solo plasma le percezioni delle masse, ma orienta le scelte di governo. Proprio loro, gli stessi agitatori che avevano cospirato per l’assalto a Capitol Hill — con la regia occulta e l’aiuto strategico di figure come Roger Stone — oggi non solo continuano a diffondere il loro verbo, ma si sono insediati nei corridoi del potere, trasformando la propaganda in influenza diretta sulle decisioni presidenziali.

Allora, a questo punto viene da chiedersi: Brian Walsh, il funzionario licenziato per il “Signalgate”, era davvero un ingenuo? O forse, aggiungendo un giornalista dell’Atlantic a quella chat criptata, stava cercando di lanciare un SOS? Dopotutto, la Heritage Foundation, da cui deriva Project 2025, l’agenda trumpiana, aveva istruito l’entourage Trump a usare app come Signal proprio per non lasciare tracce. Un dettaglio che trasforma quello che poteva sembrare un errore in una possibile denuncia.  

La rimozione, oltre che di Walsh, del generale Timothy D. Haugh, massima autorità del Cyber Command e della NSA, avvenuta senza preavviso né spiegazioni mentre era in missione ufficiale, rappresenta l’ultimo, inquietante capitolo di questa deriva. 

Ora che i teorici del complotto di QAnon dettano l’agenda della sicurezza nazionale, con il presidente che riceve consigli da chi fino a ieri predicava arresti di massa e legge marziale, il confine tra amministrazione e follia collettiva si è definitivamente dissolto. 



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Un pensiero su “Con QAnon nello Studio Ovale il confine tra governo e follia collettiva si è dissolto 

  1. Maria Nadia dice:

    Un vecchio film di scarso valore, Damien, sulla scia di Rosemary’s baby, preconizzava la venuta di un presidente USA generato da Satana ingravidando una donna.
    Sono stata credente a fasi alterne e attraverso ora il periodo agnostico. Nondimeno, osservando con orrore e raccapriccio ciò che sta avvenendo in America e nel mondo, non posso fare a meno di pensare che la teoria di Damien avesse un fondamento.

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