Occidente
I dazi di Trump sono il suo tributo al popolo dei “perdenti della globalizzazione”
L’economia, come noto, non è una scienza dura, esatta, e in quanto tale non può vantare molte certezze. E uno dei suoi capisaldi rischia di essere spazzato via dall’ondata di dazi che Trump vuole imporre al resto del mondo. Parliamo degli oltre due secoli di conferme



L’economia, come noto, non è una scienza dura, esatta, e in quanto tale non può vantare molte certezze. E uno dei suoi capisaldi rischia di essere spazzato via dall’ondata di dazi che Trump vuole imporre al resto del mondo. Parliamo degli oltre due secoli di conferme empiriche del principio elaborato dall’economista classico David Ricardo: i vantaggi comparati. Ricardo sosteneva che ciascuna merce deve essere prodotta dove costa meno (in termini di costi comparati).
Ogni paese deve produrre ed esportare al prezzo più basso ciò che sa fare meglio, utilizzando i proventi delle esportazioni per l’acquisto dei prodotti che rinuncia a produrre in proprio. L’effetto finale sarà quello di un vantaggio complessivo frutto della specializzazione. Che è ciò che avvenuto con la globalizzazione, grazie al graduale abbattimento delle barriere protezionistiche al commercio mondiale.
La stragrande maggioranza degli economisti ha sempre considerato l’allargamento degli scambi come un fattore positivo. Il premio Nobel Paul Samuelson ha affermato che quella del vantaggio comparato è una delle poche idee della teoria economica che sia vera senza essere ovvia. Ma allora perché questa potente ondata di ritorno di protezionismo in America?
I fattori sono probabilmente riconducibili a due ordini di dimensioni. La prima è di natura storico-economica, ed è legata all’idea di lungo corso che la minaccia del protezionismo e, oggi, la sua spregiudicata attuazione da parte di Trump, sia un potente strumento per abbattere il disavanzo commerciale e reindustrializzare pezzi interi della manifattura americana, recuperando lo svantaggio competitivo che gli Usa hanno via via accumulato a causa, soprattutto, di un dollaro sopravvalutato. Secondo questa visione, oggi fatta propria dall’economia MAGA, il fattore di squilibrio sarebbe pertanto quello valutario. Il dollaro forte, valuta di riserva mondiale, impedirebbe la crescita delle esportazioni statunitensi.
Come rileva l’economista della Bocconi, Tommaso Monacelli (nel corso di un suo intervento nel Don Chisciotte Podcast), tale visione è palesemente contraddittoria e identifica erronei nessi di causa-effetto. La contraddizione sta nel fatto che si vuole significativamente indebolire il dollaro, ma, al tempo stesso, nessuno manifesta l’idea di voler rinunciare alla centralità del dollaro. Trump si ripropone, nel suo programma elettorale, di impedire ad altri paesi, come le economie emergenti, di rinunciare al dollaro come valuta di scambio globale.
Per quanto concerne il declino dell’industria manifatturiera americana, si tratta di un fenomeno economico che interessa le economie avanzate e riguarda i cambiamenti strutturali, di lungo periodo, cui esse sono sottoposte. Sono le rivoluzioni tecnologiche che, storicamente, distruggono posti di lavoro nei settori tradizionali e li creano in quelli dei servizi avanzati. Ed è ovvio che tali processi non siano indolori, anche se gli Usa hanno dimostrato di essere capaci di trasformare efficacemente la loro economia in economia di servizi, essendo i protagonisti assoluti, sulla scena mondiale, dell’innovazione tecnologica e delle sue implementazioni nell’economia reale. A conferma dell’aforisma: gli Usa creano, la Cina replica e l’Europa regola.
Tuttavia, trattandosi di misure adottate da un governo all’apice del populismo e in balia della deriva plebiscitaria, è probabile che l’aspetto più rilevante di tali scelte sia quello della sintonia ideologica con l’elettorato. Quando Trump promette i dazi sulle automobili d’importazione, sottolinea ancora Monacelli, non fa altro che agitare il “vessillo populista” del riscatto dei cosiddetti “perdenti della globalizzazione”.
Questa locuzione è stata coniata da Dani Rodrik (economista della Harvard University) in riferimento al fatto che i benefici creati dalla liberalizzazione degli scambi, in termini di maggiore ricchezza prodotta, sono necessariamente accompagnati dalla creazione di una nuova classe di perdenti. Molti lavoratori stanno peggio di prima perché svaniscono i luoghi fisici delle fabbriche dalle quali traevano la loro principale fonte di reddito. E lo Stato quasi mai riesce (ammesso che lo voglia) a colmare, con la redistribuzione della ricchezza, tali nuovi divari.
In tal modo Trump usa la clava dei dazi per consolidare il dividendo elettorale soprattutto in quegli “Swing states” (Ohio, Michigan, Wisconsin, Pennsylvania), decisivi per l’esito elettorale, dove forti sono state le ripercussione sociali ed economiche della deindustrializzazione, promettendo ai lavoratori che con i dazi torneranno le industrie e i posti di lavoro. Tutto ciò, ovviamente, nella testa di Trump, perché già l’ondata protezionistica del 2018, con la sua prima amministrazione, non solo non ha sortito gli effetti annunciati, ma ha danneggiato le tasche dei cittadini americani. I dazi sono, infatti, una tassa sulle importazioni che, in genere, è completamente a carico dei consumatori.
Se si pensa, poi, alle modalità con le quali sono state determinate le tariffe verso il resto del mondo c’è da rabbrividire. Quel 39 per cento, che emerge dalla tabella dei “fanta-dazi” trumpiani, di imposizione commerciale europea verso gli Usa, pare sia il frutto di un sofisticato calcolo: il risultato del rapporto tra il deficit degli Usa verso l’Ue e il totale delle importazioni dall’Ue. E che non si dica che l’approccio MAGA sia per taccagni, perché sulla tariffa così ottenuta si applica uno sconto del 50 per cento. Ecco che l’Europa si merita un 20 per cento di dazi. Naturalmente, in rete non manca chi rilancia il rigoroso dato contabile. Vedete: siamo stati noi “ipocriti” europei a cominciare. E adesso che è giunta l’ora del castigamatti, chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Tornando ad una logica macroeconomica, l’imposizione di tariffe mirate può essere il frutto di ragioni comprensibili, anche se non necessariamente valide, come la tutela di un settore o il tentativo di colpire le rendite di produttori stranieri. In questi casi vale la pena correre il rischio perché non c’è la certezza di ritorsioni (da parte dei paesi colpiti), che riporterebbero tutti in una situazione peggiore.
Le tariffe generalizzate, invece, danneggiano sicuramente il paese che le impone anche in assenza di ritorsioni. Il meccanismo di aggiustamento macroeconomico porta infatti ad azzerare l’iniziale miglioramento del deficit commerciale (minori importazioni, maggiore domanda interna), per via dell’apprezzamento del dollaro (aumento dei tassi d’interesse per controllare la domanda interna). Alla fine il deficit sarà quello iniziale, ma con un’allocazione forzata delle risorse dai settori delle esportazioni a quelli, concorrenti, delle importazioni. Ed è probabile che non sia una buona allocazione. Ovviamente, con l’eccezione di alcune produzioni non facilmente sostituibili come quelle dell’agroalimentare italiano (parmigiano, olio evo). I ricavi dei dazi ci saranno, ma saranno pagati, quasi completamente, dai consumatori americani.
Lo scenario determinato da questa nuova ondata di protezionismo “à la carte”, con trattamenti differenziati secondo il grado di amicizia dei partner commerciali, è di grande incertezza. I produttori potrebbero, avendo difficoltà a scegliere i luoghi, decidere di stoppare le loro decisioni di investimento con inevitabili ricadute sui livelli produttivi. Il calo degli investimenti, e della domanda aggregata, potrebbe indurre una recessione. Il recente tonfo delle borse è un significativo campanello d’allarme.
Soggetti quali l’Ue non possono permettersi di agire frettolosamente, in una semplice, miope, ottica di ritorsione indiscriminata. Esistono diverse buone ragioni (certamente non legate all’esigenza di preservare i sodalizi dell’internazionale sovranista), di natura macroeconomica, che suggeriscono il contrario. Ma questo è un altro capitolo.
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