Il dibattito delle idee
Non ci resta che rifugiarci nel classismo
Nell’epoca iper populista in cui viviamo, l’accusa di “classismo” è diventata un ricatto contro ogni resistenza al cambiamento. Tutte le espressioni del popolo più problematiche, malfatte, prepotenti, maleducate, meschine, scadenti, sciatte e volgari, possono essere solo comprese, al massimo tollerate, mai rifiutate o discusse. Se una



Nell’epoca iper populista in cui viviamo, l’accusa di “classismo” è diventata un ricatto contro ogni resistenza al cambiamento. Tutte le espressioni del popolo più problematiche, malfatte, prepotenti, maleducate, meschine, scadenti, sciatte e volgari, possono essere solo comprese, al massimo tollerate, mai rifiutate o discusse.
Se una volta avevano ragione solo i titolari di nobili natali, i detentori di un particolare carisma religioso o i possessori di una competenza certificata da istituzioni formative (e non era sempre giusto, anzi), oggi hanno ragione le pulsioni di tutti, purché non appartenenti a nessuna delle tre precedenti categorie, meglio se proprietari di seguitissimi account social: se hanno tanti followers, allora rappresentano il popolo, e se rappresentano il popolo allora devono essere ascoltati.
Il sillogismo è presto chiuso. Se provi ad alzare il dito e a dire che forse incoraggiare questo andazzo non è proprio sano, sei classista. Perfino storcere il naso dinanzi a una tiktoker partenopea, che in italiano improbabile spiega alla stampa nazionale i suoi progetti in politica, può prestare il fianco alla rapida accusa di elitarismo. Che il popolo democratico non si trovi affatto nella tracimazione della massa, che ciò rappresenti una rovinosa confusione tra “demos” e “ochlos”, ormai non lo ricorda più nessuno. Dopotutto, che dobbiamo farcene di queste sofisticate distinzioni?
Sono cose che imparano quei privilegiati che frequentano la scuola, il popolo minuto non ne sa nulla dunque ha ragione il popolo. Quanto sia classista, stavolta autenticamente, l’idea di questo popolo esoticizzato, che si nutre degli impulsi dei social media, la cui unica partecipazione alla vita civile e politica deve consistere nel cliccare sul sondaggio quotidiano per ordinare dal menu politico del giorno la pietanza preferita, in pochi mi pare lo vedano.
Quanto sia genuinamente classista l’idea di un popolo cui non si può chiedere nulla, non si può spiegare nulla, non si può negare nulla, quasi nessuno lo dice. La gente vuole la pace a qualsiasi costo, pure rinunciando alla libertà (meglio se quella altrui)? Questo vuole, questo gli offriamo. La gente vuole il disarmo unilaterale dell’Europa? Questo vuole, questo gli diamo. La gente vuole mille euro al mese? Questo vuole, questo gli porgiamo.
I leader politici dovrebbero spiegargli la situazione, trattarli da interlocutori, provare a proporre una sintesi esigente tra i desideri più diffusi e le richieste difficili che il momento storico impone, ma non ci pensano neppure. Anzi, prendono qualche figura folkloristica, la elevano a simbolo della “gente verace”, e si procede dritti verso il burrone.
Da una parte c’è il popolo sempre più derubato della partecipazione ma di volta in volta convinto che qualcuno ascolti la sua volontà: in realtà se ne assecondano gli istinti, e tra le due cose c’è la stessa differenza che sussiste tra il dolce e il salato. Dall’altra ci sono leader politici che non sono leader, poiché evadono dalla responsabilità di trainare: sono semplicemente cani da caccia che fiutano gli odori della folla e li inseguono.
Tra i due poli c’è l’alleanza scellerata che sta affievolendo la democrazia e a poco a poco la rende superflua. Non a caso, nei sondaggi, cresce la percentuale di chi preferirebbe una sua sospensione: per quale motivo tenere in piedi ancora le residue infrastrutture democratiche, che avrebbero la funzione di mediare, organizzare e limitare la volontà popolare, nelle sue diverse articolazioni non facilmente componibili, se abbiamo decretato che il popolo non deve volere ma compulsare e i leader politici non devono rappresentare ma essere meri conduttori della pulsione?
Sì, perché rappresentare la volontà popolare è qualcosa in più che incarnarla o essere quella volontà. Tutte le rappresentazioni ? da quelle scritte a quelle simboliche come le opere d’arte ? servono proprio a comprendere davvero qualcosa. Riconosciamo come nostra verità non quel che già sappiamo, ma quel che ci ritorna a partire da una differenza: conoscere è riconoscere.
Senza una distanza, non c’è verità né conoscenza. Quel che vale sul piano gnoseologico vale pure su quello politico. Senza quella “necessaria ma vituperata distanza democratica”, come dice bene il politologo Antonio Campati, non c’è rappresentanza, e senza rappresentanza non c’è volontà popolare ma un suo simulacro: la rappresentazione, il teatrino politico. Ma pure queste, si dirà, sono conclusioni frutto di un capitale culturale che ho potuto accumulare grazie al mio privilegio sociale: il popolo non lo sa, dunque il popolo ha ragione (tra l’altro non ho milioni di followers).
La cosa interessante, però, è che i difensori del populismo lavorano contro la sovranità popolare, che lo sappiano o no. Pure in questo sono i veri classisti. Sì, perché più aizzo la folla con slogan tanto virali su TikTok quanto demenziali dopo un’analisi logica di due minuti (tipo “Basta soldi alle armi, diamoli a scuole e ospedali”: bene, sciogliamo l’esercito?), più lavoro per trasformare la classe politica nel consiglio di amministrazione di un’azienda e i cittadini in suoi clienti. Curtys Yarvin, intellettuale antidemocratico, oligarca tecnologico e figura di spicco del cosiddetto “illuminismo oscuro”, ammirato da Steve Bannon e dal vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance, sostiene da anni la necessità di resettare il sistema democratico e avviare una transizione verso la monarchia.
Sapete a chi somiglia il buon regnante per lui? Ma a un buon CEO naturalmente: i cittadini sarebbero, nello stesso momento, impiegati dell’azienda e sui clienti. Via tutte le oligarchie opache che intralciano la volontà popolare. Dopotutto, afferma Yarvin, è vero o no che, tanto per fare un esempio, la maggior parte dei cittadini delle democrazie è contro l’immigrazione di massa eppure chi governa la favorisce lo stesso? Tanto meglio sbarazzarsi di questo gioco democratico, che poi in definitiva sarebbe una sorta di oligarchia priva di un re dichiarato.
Molto meglio cancellare questa distanza democratica: il CEO-Re sarà attento al bene comune, dal momento che i cittadini rappresentano il suo capitale. Yarvin non è classista, secondo i parametri di molti, anche se ha talmente a cuore l’esaudimento dei desideri del popolo, che arriverebbe a sostituire la democrazia con la monarchia pur di dargli ciò che vuole. Pensa un po’ a quale paradosso giunge l’amore per la gente.
Chi avrebbe mai pensato che Rita De Crescenzo e la Silicon Valley fossero tanto vicini. Se così stanno le cose, per tornare al principio, tra qualche anno il classismo potrebbe essere l’ultima forma di resistenza alla dittatura. Che lo dica il figlio di un operaio e di una casalinga è un altro paradosso in un’epoca che ne produce sempre di più.
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E allora, classismo per sempre!!
Questa imbarazzante fenomeno da baraccone, a quanto riferisce il deputato Francesco Borrelli, appartiene alla criminalità campana
Peraltro, il capitale culturale è abbastanza alla portata di tutti. Non è questione di privilegio sociale, ma di educazione famigliare che si basa molto sull’esempio. Detto dal figlio di un idraulico e di una casalinga.