Il dibattito delle idee
Il fascino discreto del compagno Donald Trump
“Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopoliti la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, smantellate. Esse vengono soppiantate da



“Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopoliti la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, smantellate. Esse vengono soppiantate da nuove industrie, la cui introduzione è questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili […]. In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a sé stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra.”
No, non è una citazione tratta da un documento dei Chicago Boys e neppure un’esaltazione della globalizzazione ad opera di qualche think tank di liberali “radicalizzati” o “con la bava alla bocca” come oggi usa dire (chissà perché i liberali sono sopportabili non solo se divisi, e per questo non c’è notoriamente problema, ma anche a condizione che siano adeguatamente sbiaditi e moderati). No, la citazione, carica di una profetica ammirazione per il rivoluzionario dinamismo borghese, è tratta dal Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels.
Questo passaggio è probabilmente misconosciuto alle variopinte truppe della sinistra no global che per anni, prima di convertirsi alla neoreligione ambientalista, hanno sciamato nelle strade dell’Occidente intero, manifestando contro il Moloch divoratore incarnato dal globalismo neoliberista.
Fin qui nessuna sorpresa: è noto ormai da tempo che siamo, fra le altre cose, un paese di “marxisti immaginari” come recitava, cinquant’anni orsono, il titolo di un affettuoso pamphlet di Vittoria Ronchey.
L’autentica vertigine immaginiamo la procurerà, a certa sinistra, il fatto che, dopo decenni di demonizzazione della globalizzazione, ad infliggere un colpo durissimo al loro odiato Moloch non sia stata nessuna divinità del pantheon noglobal, nessun fumoso e immaginifico “processo dal basso”, ma un uomo come Trump, un “amerikano” che si pensava non potesse esistere neppure nei loro peggiori incubi, seppur alimentati da un viscerale e aprioristico antiamericanismo.
Diciamoci la verità: qui dalle nostre parti, si vivono pure settimane di profondo disorientamento. Per i quattro gatti affezionati all’alleanza euroatlantica, abituati ad abitare orgogliosamente l’Occidente come categoria dell’anima, a difendere le istituzioni liberaldemocratiche , l’economia di mercato e la società aperta, per noi innamorati dell’ “America che c’era”, per gente come noi che festeggia inopinatamente la vittoria nella Guerra Fredda…ecco vedere il Comandante in capo della principale potenza del “nostro” mondo porsi alla guida, concettualmente prima che militarmente, delle forze avverse è, a dir poco, straniante.
Questo malessere non dovrebbe però impedirci di essere capaci di un moto di tenerezza verso quella sinistra.
È quella abituata a prendere sonori schiaffi dalla Storia e dalla Realtà, prima ancora che nelle urne. È quella che per decenni non ha compreso, tanto da arrivare sistematicamente a negarlo, come il mondo intero si ostinasse ad andare in direzione contraria alle sue costruzioni ideologiche, finché era in grado di elaborarne, alla sua realtà parallela forgiata da un impasto di partigiani anacronismi, pregiudizievoli idiosincrasie e sdegno morale a buon mercato.
Ora, però, d’improvviso il vento della storia sembra essersi girato. Il problema, e di qui nasce l’accenno di tenerezza che quello schieramento suscita, è che l’Angelo vendicatore non è propriamente quello per anni immaginato, accarezzando le reliquie sbiadite, le consunte bandiere rosse ormai sfidate dagli ambigui stendardi arcobaleno ed il santino di Berlinguer.
Sognavano che la riscossa venisse da qualche “soggetto collettivo frutto di una consapevolezza condivisa”, come recitano certe fumisterie di casa da quelle parti, o da un leader rigorosamente non leaderista o magari da uno dei tanti intellettuali negli anni sciaguratamente eletti a maitres a penser per riceverne pessime lezioni e insieme sonori rimbrotti per non averle seguite a sufficienza.
E invece, all’improvviso, ecco Trump.
Gridavano “yankee go home” e Trump gli yankees li riporta a casa. Senza bisogno neppure di una marcetta, di uno straccio di mobilitazione per sentirsi giovani, del falò di una bandiera a stelle e strisce. Gridavano “fuori l’Italia dalla Nato” e Trump potrebbe fare di più: sfilare gli Usa dalla Nato, svuotare l’oggetto del loro odio della valenza demoniaca connessa alle truppe e basi “amerikane”. Gridano da tre anni alla “resa meglio della difesa”, alla Nato che “abbaia alla Russia”, alla “pace” anche ingiusta, alla pace purchessia, senza aggettivazioni, invocano insomma la resa dell’aggredito all’aggressore per il quieto vivere e la gretta, senile convenienza di tutti tranne gli ucraini, e Trump che fa?
Fa propria, salvo ripensamenti improvvisi, la loro narrazione e rispolvera anticaglie dell’imperialismo ottocentesco come le “sfere d’influenza” pur di legittimare il disegno putiniano di revocare la sconfitta dell’89, sconfitta cui corrispose una vittoria occidentale che quella sinistra non ha mai sentito tale: non le appartiene, la infastidisce, la liquida come “vittoria del capitalismo e non della democrazia”, senza dire che quella vittoria ha inflitto loro la sgradita compagnia di popoli incomprensibilmente affetti, dopo decenni di giogo moscovita, da selvaggia russofobia.
Da tre anni sono irritati dalla presenza e dagli appoggi di cui gode Zelensky, reo non solo di non far cessare la guerra (si sa, basterebbe arrendersi), ma ancor più di usurpare il monopolio liturgico della Resistenza all’invasore, di sfidarli a dimostrare che gli slogan ripetuti per 80 anni non sono vuote litanie, non sono un’infantile coperta di Linus identitaria. E Trump che fa? Coadiuvato dalla sua corte, svillaneggia e bullizza vergognosamente l’usurpatore in diretta planetaria.
Rimanevano solo le trincee dell’economia e della finanza.
Da sempre impegnata a far guerra alla ricchezza più che a combattere la povertà, quella sinistra ha da un quarto di secolo eletto a sentina di tutti i mali la globalizzazione, indifferente, per esempio, al fatto che gli abitanti dei paesi a medio e basso reddito costretti a vivere sotto la soglia di povertà erano pari al 45% trent’anni fa e si sono ridotti oggi all’11 per cento.
Ma questa è arida contabilità: come la mettiamo, piuttosto, con il pensiero unico neoturboliberista (poco importa che in Italia non risulti pervenuto neppure il liberismo di base), la finanziarizzazione dell’economia ad opera degli odiati mercati, la subordinazione della politica (che deve essere subordinata solo alla giustizia) all’economia, la scomparsa del km zero, la diffusione dell’Homo oeconomicus che incarna la volontà di potenza dell’Occidente (Cacciari, chi se non lui, lo dice da trent’anni!)?
Ma The Donald non conosce argini. In un giorno, armato di un semplice pallottoliere recante numeri randomicamente estratti da un’AI ubriaca, sferra il colpo che tramortisce il Moloch globalista, blocca il libero commercio internazionale, icona della globalizzazione. Ma soprattutto colpisce i mercati finanziari: quelli dove i ricchi, che finalmente piangono, lucrano le rendite mai tassate a sufficienza.
Trump dichiara “sono orgoglioso di essere il presidente dei lavoratori, non di chi delocalizza, il presidente che difende Main Street, non Wall Street” e a sinistra, incuranti del fatto che “il 60 per cento degli americani possiede azioni direttamente o attraverso i fondi che devono assicurare la loro pensione (D.Masciandaro, Sole24ore), qualcuno si commuove per gli echi bertinottiani.
Ora capite che lo scoramento attonito dei liberali atlantisti è nulla rispetto allo sconcerto a sinistra.
L’uomo dei sogni può essere partorito dagli incubi? E ora che si fa con il processo di mostrificazione del tycoon miliardario, suprematista, sessista, iconoclasta del woke, “deportatore” (nel loro inglese) di immigrati illegali? Ci toccherà, si domandano, dovergli perdonare solo l’appoggio a Israele (nessuno è perfetto)?
Con il gregarismo che li contraddistingue sicuramente qualcuno si starà domandando se “ripartire da Trump”. Troppo tardi: ci hanno già pensato Conte e un pezzo di destra.
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