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La consorteria a delinquere dell’ingorda internazionale sovranista

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La consorteria a delinquere dell’ingorda internazionale sovranista

E va bene (si fa per dire), non c’è più, e non sappiamo se mai più ci sarà, quell’ordine internazionale che assicurava una certa sicurezza e regolava stabilmente i rapporti economici tra gli Stati, garantito dal “leviatano liberale”, come John Ikenberry di Princeton ha definito gli

Vincenzo Russo19/05/2025Aggiornato 18/05/202510 min lettura2.028 parole
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E va bene (si fa per dire), non c’è più, e non sappiamo se mai più ci sarà, quell’ordine internazionale che assicurava una certa sicurezza e regolava stabilmente i rapporti economici tra gli Stati, garantito dal “leviatano liberale”, come John Ikenberry di Princeton ha definito gli Stati Uniti a seguito del loro impegno scaturito dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Ordine che dipendeva dalla loro leadership tradizionalmente esercitata attraverso le cinque principali istituzioni che hanno cambiato il volto del mondo: l’ONU, il FMI, la BM, il GATT, divenuto poi WTO, e la NATO.

Il manifesto ideale dell’impegno americano può essere individuato nel Discorso sullo stato dell’Unione, divenuto famoso come il “discorso sulle quattro libertà”, che Franklin Delano Roosvelt tenne al Congresso nel gennaio del 1941. Mentre in Europa dilagava la guerra, egli spiegò l’importanza di garantire un’adeguata relazione tra la democrazia e il mercato, attraverso la tutela della libertà dal bisogno (in senso economico), della libertà di parola, della libertà di culto e della libertà dalla paura. In riferimento alla “paura”, Roosvelt si pose in continuità con il suo primo discorso inaugurale del 1933 (Nothing to Fear), nel quale dichiarava, in relazione ai drammatici esiti della crisi del ’29, che “non c’è nulla di cui dobbiamo aver paura, tranne della paura stessa!”.

Se nel secondo dopoguerra si giunse a limitare la libertà degli Stati di ricorrere alla forza armata fu grazie all’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite. Alla fine di un lungo percorso che prese le mosse dal Covenant della Società delle Nazioni (1919), passò dal Patto Kellogg-Briand (1928), per arrivare alla sentenza del Tribunale di Norimberga (30 settembre 1946), la Carta ha quasi completamente abolito la libertà di muovere guerra di cui godevano gli Stati tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX.

La differenza è importante perché prima del Patto della Società delle Nazioni, gli Stati godevano di un illimitato ius ad bellum, potevano cioè ricorrere alla guerra ogni qual volta lo ritenevano opportuno, senza dover dimostrare l’esistenza di un titolo giuridico che ne avesse giustificato le ragioni. L’ordinamento internazionale di allora contemplava la guerra come mezzo ammissibile e ne disciplinava le modalità di esecuzione con le regole dello ius in bello.

Questo è il motivo che oggi spinge anche il più incallito dei criminali di guerra, come Putin, a cercare le più assurde giustificazioni per riuscire a puntellare giuridicamente l’ingiustificabile: la brutale aggressione all’Ucraina attraverso sistematici bombardamenti di scuole, ospedali e abitazioni civili che hanno prodotto oltre diecimila vittime innocenti, non quali effetti collaterali ma come obiettivi premeditati.

Oltre che dalle licenziose dichiarazioni e dalle mattane di Trump, la cartina al tornasole dell’attuale disimpegno americano è ravvisabile in alcuni esempi concreti, come i tagli che Musk sta operando, attraverso il DOGE (Dipartimento dell’Efficienza Governativa), all’USAID (che probabilmente verrà chiusa), che determineranno certamente una rilevante perdita di soft power su cui la diplomazia americana ha sempre fatto leva, oltre che ingenti danni all’assistenza sanitaria internazionale e agli aiuti umanitari.

Il drammatico paradosso è che a voler disfare quel mondo migliore faticosamente costruito negli anni di pace dopo seconda guerra mondiale siano proprio gli Stati Uniti. Come un attore di fama mondiale che non regge più il peso del proprio successo e si ritrae dalla scena pubblica, gli Stati Uniti abdicano di colpo al loro ruolo di gendarmi del mondo.

Trump, con la complicità di quelli che nel timore di essere detronizzati lo assecondano, sta abbattendo, di gran lena, l’edificio retto dai delicati equilibri internazionali costruiti nel tempo. Così facendo sta replicando gli errori compiuti dopo la prima guerra mondiale: il nazionalismo dell’America First, che incorpora un nuovo isolazionismo, il Make America Great Again con la sua folle corsa verso un mondo di tariffe e di barriere commerciali, e la tolleranza zero cui improntare la politica migratoria, sacrificando i diritti delle minoranze. Mancano solo il colonialismo militare e il Mein Kampf.

La politica interna, d’altronde, assiste inerme alla completa deriva cleptocratica della democrazia americana che pare stia risolvendo l’annosa questione del conflitto d’interesse, una volta per tutte, a favore degli interessi politici ed economici delle persone che rappresentano e agiscono in nome della cosa pubblica.

Non fa quasi scandalo che la General Services Administration e la Federal Aviation Administration, utilizzino Starlink, un prodotto di SpaceX (di Musk), che il Dipartimento di Stato possa acquistare delle Tesla corazzate, che il nuovo direttore dell’FBI Kash Patel ha dichiarato in Senato di avere qualche milione di dollari di azioni di una società che controlla Shein (discusso colosso cinese dell’ecommerce). Senza contare la sospensione, da parte di Trump, del Foreign Corrupt Practices Act, che vieta alle società americane e straniere di pagare tangenti per fare affari.

Oramai è molto difficile distinguere tra attività di lobbying e la creazione di veri e propri centri di potere privato all’interno delle istituzioni. I CEO delle imprese tecnologiche americane, dopo aver lautamente finanziato la campagna elettorale di Trump, sono costantemente presenti a ogni inaugurazione presidenziale e accompagnano il presidente in giro per il mondo a caccia di affari. Il recente viaggio in Medio Oriente lo testimonia.

Trump si è spinto al punto da creare, con la sua famiglia, un vero e proprio business nel settore delle criptovalute, con la piattaforma World Liberty Financial, che oltre a privare milioni di ignari investitori dei loro risparmi (i classici gonzi che rimangono col cerino in mano), potrebbe fare da schermo a transazioni di dubbia origine.

Insomma, il tema dell’arricchimento personale del presidente e dei suoi amici è sotto gli occhi di tutti, ma sembra non destare particolari preoccupazioni. Il Congresso a maggioranza repubblicana ha deciso sino a oggi di non far rispettare la legislazione che è in piedi da più di un secolo e che ha regolato l’esercizio del potere pubblico. Ciò fa assomigliare gli Stati Uniti alla Russia e alla Cina, dove il modello cleptocratico è saldamente incastonato nel sistema di governo.

La schizofrenica politica estera di Trump, che punta ad attaccare i paesi alleati e solidarizza con le dittature straniere, va letta, probabilmente, alla luce dello stravolgimento dei paradigmi legalitari dello Stato di diritto a vantaggio degli interessi privati di pochi.

Anne Applebaum, in un’intervista rilasciata al collega David Frum su The Atlantic, La presidenza più corrotta nella storia americana, si chiede com’è possibile che autocrazie con ideologie molto diverse tra loro, la Russia nazionalista e imperialista, la Cina comunista, la teocrazia iraniana, il totalitarismo comunista della Corea del Nord, il regime socialista bolivariano in Venezuela, pur avendo poco o nulla in comune, si sostengano a vicenda nell’intento di favorire il mantenimento reciproco del potere.

La giornalista, insignita del premio Pulitzer nel 2004, risponde che probabilmente è a causa del fatto che:

Tutti condividono l’interesse a rubare e nascondere denaro e ad aiutarsi a vicenda eludendo le sanzioni che sono state istituite per impedire loro di farlo, perpetuando così non solo il proprio potere, ma la propria ricchezza.

Guarda caso, il Dipartimento di Giustizia americano sta sciogliendo una task force istituita per amministrare le sanzioni contro gli oligarchi russi vicini a Putin.

Esiste adesso negli Stati Uniti (continua Applebaum) un forte rischio che il processo di controllo e condizionamento delle principali libertà civili sfoci in una vera e propria repressione esercitata, in particolare, contro i possibili movimenti di protesta organizzati per smascherare il malaffare, le ruberie e la corruzione dei governanti.

Non bisogna dimenticare, infatti, che il momento in cui i regimi si consolidano e, soprattutto, consolidano i propri guadagni, può essere quello più critico per le libertà civili. Sentendosi minacciati da avversari politici “impenitenti”, giornalisti “ficcanaso” e movimenti di cittadini “indisciplinati”, le autocrazie riescono a dare il loro peggio soffocando con qualsiasi mezzo i tentativi di ripristinare la verità dei fatti.

Ciò che accadde in Ucraina nel 2014, con le proteste di EuroMajdan e la Rivoluzione della dignità del 30 novembre, che vide migliaia di giovani e cittadini ucraini protagonisti nel chiedere la fine del regime autoritario e l’adesione all’UE, fu l’esito finale di un movimento anticorruzione nato dalla consapevolezza che quello di Janukovy? era un regime cleptocratico che aveva determinato il collasso finanziario dell’Ucraina. Da qui scaturirà il panico di Putin terrorizzato dal fatto che gli sarebbe potuta capitare una disgrazia simile.

Il presidente ucraino era riuscito a mettere in piedi un sistema corrotto di governo che aveva trovato i modi di trasferire miliardi di dollari del bilancio statale in conti segreti intestati allo stesso Janukovy?, a diversi componenti della sua famiglia e ai suoi stretti consiglieri e collaboratori. D’altro canto, il presidente, nel rifiutarsi di firmare l’accordo di associazione all’UE (Vilnius – 2013), non parlò mai dei quindici miliardi di dollari che stava ricevendo dalla Russia di Putin in cambio della mancata adesione all’UE. In realtà, Putin era stato molto più convincente perché aveva minacciato Janukovy? di occupare la Crimea e buona parte dell’Ucraina sud-orientale, compreso il Donbas. Tutte cose che, poi, fece comunque.

Tuttavia, quello della Russia, sotto il regime criminale e mafioso di Putin, è certamente il migliore esempio di corruzione e malaffare diffusi che vede Putin e i suoi oligarchi arricchirsi a dismisura a scapito di milioni di cittadini sempre più poveri. La Russia, con la sua estesa lista di vittime che a vario titolo si sono opposti al regime, ha avuto un martire, in particolare, Alexei Navalny, il cui movimento si era proprio aggregato attorno al valore dell’anticorruzione, avendo come obiettivo quello di smascherare le ruberie dello Zar e dei suoi compari. Una delle prime inchieste di Navalny, che ebbe una certa eco mediatica, riguardò il palazzo segreto di Putin dalle dimensioni e sfarzi faraonici.

Solo per dire quanto il timore a vedersi distrutta l’immagine pubblica sia un aspetto comune a dittatori e autocrati d’ogni tempo, basti citare l’assassinio di Giacomo Matteotti perpetrato dagli uomini di Mussolini nell’Italia fascista. Il giorno successivo al delitto, Matteotti avrebbe dovuto parlare alla Camera non solo di questioni di bilancio relative all’esercizio provvisorio, ma anche di strane e “troppo rapide fortune maturate all’ombra di palazzo Chigi e del Viminale”. Il riferimento era a uno scandalo relativo a certe tangenti estorte da alcuni gerarchi fascisti alla società americana Sinclair Oil per lo sfruttamento di possibili giacimenti petroliferi in pianura padana e in Sicilia. Pare che fosse coinvolto anche il fratello del Duce, Arnaldo Mussolini. Un attacco intollerabile all’aura di integerrimità che il regime si era dato, in contrapposizione alla corruttela della decadente Italia liberale.

Poiché anche le democrazie più evolute non possono considerarsi mai al riparo da processi involutivi, la riscoperta di quella “libertà dalla paura”, citata da Roosvelt, dipenderà dall’affermarsi dell’ethos repubblicano che proietta i cittadini in una dimensione di libertà. Quell’ethos che impone lealtà alla Repubblica, alla Costituzione e il dovere di difesa della Patria anche da chi impoverisce lo Stato con politiche dannose e, nel frattempo, si arricchisce sulla pelle cittadini. Tale dimensione, che è certamente presente tra i funzionari pubblici americani, dovrà prendere il sopravvento, in particolare, in alcune istituzioni chiave come il Dipartimento di Giustizia (oggi controllato da Trump) e il sistema giudiziario.

Per ciò che concerne l’aspetto più propriamente politico, come sostiene Kenneth Rogoff, difficilmente cambierà qualcosa sino alle elezioni di midterm, quando sarà probabile, visto i disastri già prodotti, una sonora sconfitta di Trump. Solo allora inizieranno forse i processi di impeachment contro di lui. Prima sarà difficile perché i parlamentari repubblicani temono di perdere il loro posto in Congresso se dovessero votare contro il Presidente.


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