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Miles Davis: il potere del silenzio e la perfezione del suono (parte seconda)

Stile, moda e costume

Miles Davis: il potere del silenzio e la perfezione del suono (parte seconda)

So qual è il potere del silenzio. Quando suonavo nei club, tutti erano rumorosi, c'era molto rumore. Allora toglievo il microfono e suonavo qualcosa di così dolce che quasi non si sentiva… e si parla di ascolto. Roy Eldridge lo faceva. È uno dei miei preferiti.

Enrico Marani06/06/2025Aggiornato 27/06/20256 min lettura1.110 parole

So qual è il potere del silenzio. Quando suonavo nei club, tutti erano rumorosi, c’era molto rumore. Allora toglievo il microfono e suonavo qualcosa di così dolce che quasi non si sentiva… e si parla di ascolto. Roy Eldridge lo faceva. È uno dei miei preferiti.

Miles Davis

Miles ha detto di considerare il suo bisogno di continui cambiamenti come una maledizione. Tuttavia, Miles, insieme a Duke Ellington, in termini di ricerca di modelli di strategia con una band, sono stati costantemente sullo sfondo per me. Non i Beatles come costruzione di un gruppo, non i Led Zeppelin, non i Floyd. Le mie guide sono sempre state Miles e Duke.

Robert Fripp

Qual è il potere del silenzio ai nostri giorni? Nel dire ringhiante dei social dove figure istituzionali si scontrano senza risparmio di colpi, dove professori universitari, teoricamente figure educative, si abbandonano agli insulti e al disprezzo con chi dissente, dov’è finito il silenzio? Ricordiamo ancora il significato del silenzio là dove le parole digitali scorrono in un fiume continuo e incessante che non conosce il giorno e la notte o fusi orari? (((RadioPianPiano))) è anche un’approssimarsi al silenzio, attraverso il suono, un ossimoro? Forse la cosa ha a che fare con Miles? Troppe domande.

Nel 1969 Miles Davis licenzia un disco epocale, non per dar fondo agli aggettivi, ma perché ha oggettivamente fatto storia, “In a silent way” racconta in due lunghi brani un approccio dove il jazz non è più terra di solisti e improvvisazioni su un tema, ma un magma sonoro, una musica sussurrata, uno scorrere di note che chiede appunto il silenzio di chi ascolta, come in presenza di un evento sacro o se preferite poetico in cui il discorso musicale non è narrazione, ma atmosfera, astrazione, poesia e soprattutto rarefazione del suono.

La chitarra liquida di John Mc Laughling ci guida tra atmosfere oniriche e dilatate. Il passo successivo “Bitches Brew” diventa l’ingresso definitivo di Miles in una dimensione elettrica che a molti suona aliena, dissonante, fuori dal linguaggio jazz. Miles Davis si incammina in territori sconosciuti, l’arte come eresia che abbandona ogni linguaggio codificato. “Bitches Brew” spoglio di melodie, astratto, fatto di lunghissimi pezzi improvvisati con suoni alieni per l’epoca e lontani da quello che ci si poteva aspettare diventa misteriosamente un successo commerciale ed una cesura netta nella storia del grande trombettista.

Miles elettrico è un Miles radicale che lentamente, ma inesorabilmente, abbandona ogni legame con le modalità compositive del jazz classico, guarda a Stockhausen e alla musica contemporanea più che al jazz ed in solitudine si arrampica in territori sconosciuti, dissonanti, con inserti etnici e riferimenti alla musica Africana ed Indiana: la world music prima della world music. Si circonda di giovani musicisti sconosciuti, giganti negli anni successivi. Qualche nome?

Keith Jarrett, Chick Corea, Dave Holland, Jack De Johnette per citarne solo alcuni tra i tanti e con loro imbastisce lunghe session d’improvvisazione, eruzioni sonore, dove il magma di diversi strumenti crea atmosfere sature di strumenti od improvvisamente rarefatte e quasi ambient.

Più il suo discorso si radicalizza meno viene compreso. I successi di “Bitches Brew” evaporano ed a parte gli esperimenti funk di “On the corner” Davis si spinge fino a derive sonore incomprensibili dai suoi contemporanei, ma oggi riferimento di molti musicisti o come nel caso di Robert Fripp e dei suoi King Crimson (ne abbiamo parlato QUI). Miles costruisce testardamente il futuro e infatti in “Bitches Brew” ha tra i suoi Zawinul e Shorter poi pionieri della fusion con i Weather Report di cui scriveremo presto.

Sono anni in cui Davis sprofonda nelle dipendenze e mastica amarezza sempre più incompreso e lontano dal successo commerciale, ma deciso a spingersi oltre ogni limite ed a rompere qualsiasi barriera. Dedicherà a Duke Ellington il lungo brano “He loved him madly” per ricevere un pesante giudizio sarcastico dallo stesso Ellington e restarne molto ferito. Nella seconda metà degli anni 70  Miles sparisce nel nulla e viene considerato da molti un artista finito. Mai dire mai.

Il nostro vate, una figura chiave nella storia della musica contemporanea e non solo del jazz, ricompare negli anni 80 con “The man with the horn” e diventa, album dopo album, evidente che l’epoca del Miles oltranzista si è chiusa ed il nostro guarda al rock prima, con la roboante chitarra di Mike Stern ed al pop poi con album come Tutu.

Il Miles degli anni 80, fino alla mesta chiusura con il bruttino “Doo-bop” non è più la figura del Titano creativo che sfida gli Dei e le convenzioni come accaduto dalla fine degli anni 60 a metà dei 70 con un jazz astratto e dilatato.  Attenzione però che anche qui ci sono chicche da non perdere, come alcuni brani dall’album “Decoy” o da “Star People” e “Tutu”: i leoni anche se un po’ spelacchiati sanno sempre ruggire e mordere. Per esempio….

Adoro il Miles Davis elettrico, la sua furia sperimentale e la rottura di ogni confort zone per spingersi oltre e imbastardire e sporcare le convenzioni ed i linguaggi, anche a costo di cadute rovinose o incomprensioni brucianti e sofferenze personali. Cos’è un titano se non questo? Oggi diremmo “ha avuto il coraggio di uscire dalla propria bolla”.

La traccia di Miles nella musica contemporanea è infatti indelebile e va ben oltre il jazz. Vi propongo quindi un pasto a base di cuffie decenti, non di auricolari, per un viaggio cosmico oltre lo spazio ed il tempo, perché i titani nelle loro gesta sono eterni. Non saranno ascolti sempre facili ed immediati, ma CLICCATE QUI per scoprire il Miles Davis elettrico e comprenderne la grandezza e l’enorme influenza nella musica contemporanea.

Per chi si fosse perso il precedente articolo e la relativa playlist sul Miles dagli anni 50 alla fine dei 60 del secolo scorso, con la stagione d’oro del cool jazz e capolavori come “Kind of Blue”, può trovare tutto QUI.

Qual è il potere del silenzio?

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