\n\n\n\n\n\n

Guida ragionata (ma un po’ disillusa) ai quesiti referendari

Lavoro & Sindacato

Guida ragionata (ma un po’ disillusa) ai quesiti referendari

Al momento in cui scriviamo è difficile prevedere la soglia di affluenza al prossimo referendum dell’8 e 9 giugno su lavoro (4 quesiti) e cittadinanza. L’ultimo referendum che si è tenuto in Italia, il 12 giugno del 2022, su questioni legate alla giustizia, promosso da Radicali

Antonio Caridi07/06/2025Aggiornato 06/06/20258 min lettura1.712 parole
Prima Pagina

Al momento in cui scriviamo è difficile prevedere la soglia di affluenza al prossimo referendum dell’8 e 9 giugno su lavoro (4 quesiti) e cittadinanza. L’ultimo referendum che si è tenuto in Italia, il 12 giugno del 2022, su questioni legate alla giustizia, promosso da Radicali e Lega, è stato annullato dalla bassissima affluenza (22%), senza che nessun partito o movimento si stracciasse le vesti con previsioni catastrofiche sulla nostra democrazia, segno che il non voto ad un referendum abrogativo non delegittima le istituzioni, essendo esso stesso una eventualità prevista dalle nostre istituzioni.


Questa volta però l’esito si configura in maniera completamente diverso. Non è ancora sicuro l’obiettivo del raggiungimento del quorum, ma, rispetto agli ultimi sondaggi ufficiali di qualche settimana fa che davano la soglia del quorum ancora lontana (la forbice era tra il 32 e il 42%), la sensazione che si respira è che l’obiettivo della soglia del 50% del quorum sembra adesso alla portata, merito indubbio della capacità politica dei promotori del referendum di avere imposto i temi del lavoro e della cittadinanza come questione nazionale e demerito stucchevole di maggioranza e governo nell’essersi esposti nel fare campagna esplicita per l’astensione, attirandosi le giuste critiche di mancanza di senso istituzionale (laddove sagacia politica avrebbe forse machiavellicamente consigliato un più prudente si fa, ma non si dice: vedi le posizioni pubbliche dei partiti contrari ai quesiti sulla giustizia dell’ultimo referendum).


In questo modo, hanno ottenuto l’effetto di convogliare su questo referendum l’insoddisfazione e insofferenza nei confronti del governo, che comincia a montare nell’opinione pubblica anche alla luce dello scenario interno e internazionale, galvanizzando tutti coloro che considerano questo governo una sciagura per il nostro paese.


Ma il vero colpo da maestro l’ha compiuto Landini, il padre dei referendum sul lavoro, che è riuscito a farli passare come l’opportunità per far uscire il mondo del lavoro italiano dalla precarietà e dallo sfruttamento. E chi a sinistra, mentre il presidente del Senato col busto di Mussolini a casa invita ad andare al mare, può sottrarsi ad un tale appello, magari ripetendosi dentro di sé l’imperativo dadaista-partigiano che pure si è sentito in questa campagna referendaria che “quando ci invitano ad andare al mare, è arrivato il momento di salire in montagna”?

In realtà, l’unico quesito che può apportare un vero cambiamento è quello sulla cittadinanza, che, restringendo il tempo necessario a chi risiede e lavora legalmente in Italia di chiedere di diventare cittadino italiano dopo cinque e non più dieci anni, ha la concreta possibilità di ridurre i tempi di attesa da 13-14 anni (sommando i tempi burocratici necessari all’accoglimento finale della domanda) a otto-nove, permettendo così finalmente di integrare compiutamente tanti immigrati e figli di immigrati che vivono da anni in Italia, che possono così uscire dal cono d’ombra della precarietà esistenziale e sentirsi parte integrante della comunità in cui vivono.


Gli altri referendum cambiano davvero poco la normativa sul lavoro e non sempre in meglio. Eppure, gli slogan dei promotori, molti dei quali davvero inconsistenti (“Con un contratto a tempo indeterminato basato sul Jobs act, le banche non concedono neanche un mutuo”, affermazione basata sul nulla eppure ripetuta in ogni dibattito televisivo), sono stati efficaci nel suscitare una tonalità emotiva che porta ad addebitare alle riforme del mondo del lavoro la responsabilità unica dei problemi strutturali del lavoro in Italia, la cui maggiore criticità, come risulta da tutte le statistiche serie, non è la precarietà, ridotta sensibilmente nell’ultimo decennio, ma la scarsa produttività, che si ripercuote sulle retribuzioni, praticamente le uniche in Europa a rimanere ferme da più di trent’anni, a fronte di una cornice normativa che invece si è lentamente adeguata a quella dei paesi in cui le retribuzioni sono più alte.

Quindi, buon senso vorrebbe che se si prendono i paesi europei con le più alte retribuzioni a riferimento, allora non si può contemporaneamente individuare in quelle riforme che ad essi si ispirano la causa della scarsa valorizzazione del lavoro in Italia. E, invece, secondo la CGIL, con l’approvazione del jobs act in Italia sarebbe stata posta una pietra tombale sulla possibilità di un lavoro dignitoso, ridotto ormai a sola merce nelle mani del Capitale.

Ma che cos’è stato davvero il Jobs Act? Se lo inquadriamo storicamente, possiamo considerarla la vera prima riforma che tenta di aggredire la natura duale del mercato del lavoro in Italia, prodotta dalle riforme degli anni ’90, che avevano scaricato sulla cosiddetta flessibilità al margine la rigidità del nostro sistema, che non si era voluto adeguare ai cambiamenti intervenuti negli ultimi 30 anni.

Pertanto, accanto a forme di lavoro ipertutelato, proliferavano tutta una serie di contratti atipici, che svilivano il lavoro delle nuove generazioni. Col jobs act si è invece tentato per la prima volta di invertire questa tendenza, assorbendo nel nuovo contratto a tutele crescenti tutte le forme di lavoro atipico (co.co.co e false partite IVA in primis), rendendo più certo il costo del licenziamento per le imprese.

Il presupposto non era ovviamente la liberalizzazione dei licenziamenti, ma trattare la quota fisiologica delle interruzioni dei rapporti lavorativi come un costo per le imprese, che infatti vi fanno ricorso solo se necessitate, e un’opportunità di nuovo reimpiego per il lavoratore.

La reintegra quindi andava mantenuta solo per i licenziamenti discriminatori o per manifesta illegittimità.
Del resto, che cosa c’era alla base della distinzione tra imprese sopra e sotto la soglia dei 15 dipendenti dell’articolo 18 originario dello Statuto dei lavoratori, se non il mantenimento della rigidità del reintegro solo per l’industria di tipo novecentesco, in cui prevaleva una tipologia lavorativa standardizzata e spersonalizzata, che poteva prescindere da un rapporto fiduciario di tipo personale tra datore e lavoratore, cosa fondamentale nelle piccole imprese?

Sostituire la reintegra nei licenziamenti economici e disciplinari con un indennizzo, magari più consistente rispetto a quello previsto dalla legge Fornero, per scoraggiare abusi vari, non era un modo per eliminare tanto inutile contenzioso e facilitare una più proficua ricollocazione del lavoratore?

Di sicuro, il riordino degli ammortizzatori sociali di taglio universalistico (la Naspi) ha agito nella direzione di quella flexescurity di tipo europeo, verso cui il Jobs act era orientato. È vero che sentenze della Corte Costituzionale prima e interventi legislativi successivi hanno di fatto cancellato la struttura stessa del contratto a tutele crescenti, ma tornare alla Legge Fornero non credo proprio che sia la soluzione che serva al nostro attuale mercato del lavoro.

Magari si può intervenire con un riordino più organico, che ripristini forme di reintegra che si reputano necessari, ma sempre, per favore, dicendo la verità sul jobs act, senza presentarlo come la sentina di tutti i nostri mali.
Analogo discorso si potrebbe fare per l’altro quesito riguardante il jobs act, quello sulla causale dei contratti a termine.

Innanzitutto, sono errate le stime che vengono fornite dalla Cgil: è vero che c’è un flusso di contratti a termine consistente in Italia, ma la percentuale rispetto a quelli indeterminati in Italia sono in perfetta linea con la media europea, anche perché ci sono limiti di natura quantitativa dei contratti a termine rispetto a quelli indeterminati, in linea coi parametri europei. Introdurre le causali anche sotto i dodici mesi, cambierebbe di poco la questione, tranne aumentare inutilmente il contenzioso.


Gli altri due quesiti non riguardano temi del jobs act, ma la possibilità di togliere limiti all’indennizzo per i licenziamenti illegittimi nelle imprese sotto i quindici dipendenti (approvarlo avrebbe senso solo per sollecitare il Parlamento ad innalzarlo, magari parametrandolo al bilancio delle aziende, non certo per estenderlo indefinitamente, perché altrimenti metteremmo in discussione lo Statuto stesso dei lavoratori) e la possibilità di estendere la corresponsabilità solidale delle imprese committenti per i danni derivanti dai rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.

Anche in questo caso, però, bisogna fare chiarezza: la corresponsabilità generale esiste già adesso, il quesito vorrebbe estenderla anche al caso in cui l’attività dell’impresa appaltatrice risulti totalmente estranea a quella della committente, il che vuol dire che quello che viene pubblicamente detto, e cioè che il tema della sicurezza dipenda dal proliferare selvaggio dei subappalti non è vero, essendo essa già prevista nella normativa vigente e trattando il quesito referendario un settore molto particolare. Importante, ma non certo determinante.


In sostanza, quale risulta essere la vera posta in gioco di questi referendum? Possiamo intanto escludere la precarietà del mercato del lavoro italiano, che, se esiste come viene detto, rimarrà pari indipendentemente dall’esito di questi referendum. La vera posta in gioco dei quesiti referendari sul lavoro è infatti solo l’egemonia sulla sinistra che si candida a sfidare il centrodestra alle prossime elezioni.

Li si è voluti surrettiziamente trasformare in una delegittimazione del jobs act, per ottenere una affermazione ideologica su come costruire una nuova agenda politica, che porti a termine una resa dei conti con quanto la sinistra di governo ha cercato, non sempre con successo, di fare negli ultimi decenni, cioè governare i processi senza alcun pregiudizio anticapitalista, semplicemente partendo dal presupposto che una crescita sana e robusta dell’economia è il presupposto indispensabile di ogni politica redistributiva.

Viene chiamato neoliberismo qualunque posizione che non si contrapponga frontalmente alle logiche necessarie di funzionamento di una sana economia di mercato, ma in realtà abbiamo a che fare con quello che Bauman chiamava retrotropia, quell’atteggiamento cioè che cerca nelle risposte del passato le soluzioni ai nuovi problemi posti dal futuro.

È questa la posta in gioco che tutti coloro che hanno a cuore le sorti della sinistra riformista nel nostro paese dovrebbero prendere in considerazione se decideranno di andare a votare domenica prossima, scegliendo senza badare ai ricatti ideologici con cui i promotori dei quesiti referendari sul lavoro hanno impostato, efficacemente, bisogna dirlo, la campagna referendaria.


Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.


InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice Iban: IT55A0306909606100000404908

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *