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Più illuminante ascoltare russi e palestinesi che i loro propagandisti nostrani

Conflitto russo-ucraino

Più illuminante ascoltare russi e palestinesi che i loro propagandisti nostrani

Qui da noi, in Italia, non usa ascoltare la voce dei nemici dell’Occidente (che in teoria, ma molto in teoria, dovrebbero essere pure i nemici nostri).  Certo, i nostri talk shit abbondano di manutengoli del nemico, di useless idiots, mentre la Sapienza di Roma, l’ateneo in

Giulio Massa08/06/2025Aggiornato 08/06/20257 min lettura1.469 parole
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Qui da noi, in Italia, non usa ascoltare la voce dei nemici dell’Occidente (che in teoria, ma molto in teoria, dovrebbero essere pure i nemici nostri). 

Certo, i nostri talk shit abbondano di manutengoli del nemico, di useless idiots, mentre la Sapienza di Roma, l’ateneo in cui fu “laicamente” impedito a Papa Ratzinger di prendere la parola, ospita, tra goffi e ipocriti tentativi di dissimulazione, la presentazione di romanzi di Yahya Sinwar, la mente del pogrom del 7 ottobre, e il succedaneo telematico controllato da La  Sapienza, l’ateneo Unitelma, ospita la “lectio magistralis” di disinformazione putiniana del direttore del Fatto Quotidiano.

Ma alla fine questa non è davvero la voce del nemico. È la versione ad usum delphini della propaganda nemica, è la truffaldina adulterazione dei suoi disegni ed obiettivi, scopertamente finalizzata a cucire addosso all’Occidente l’abito del cattivo, del responsabile di tutti i mali e i pericoli del pianeta. 

Perché funziona così? Essenzialmente per due ragioni. La prima è che un paese, il quale a tutti i livelli, dalle classi dirigenti di ordine, grado e settore all’opinione pubblica mainstream, ha espunto dal proprio orizzonte concettuale la guerra, ha deciso che ciò che fa schifo non esiste, non può contemplare l’esistenza stessa del nemico.

È una questione, per così dire, ontologica: non si dà in natura la guerra, figurarsi se si può immaginare l’esistenza di concetti come nemico o come vittoria (perché credete che anche i più sensibili alla causa ucraina parlino pudicamente di “pace giusta”?).

La seconda ragione è che ascoltare l’autentica voce del nemico, che equivale poi a prenderlo sul serio e in ultima analisi persino a rispettarlo, potrebbe appunto incrinare la narrazione antioccidentale di cui sopra e magari, Dio non voglia, far sorgere in alcuni l’idea della necessità di un’azione di contrasto.

Soprattutto, ascoltare dalla viva voce del nemico i suoi obiettivi potrebbe danneggiare quel rassicurante liquido amniotico pacifinto in cui tutto il sistema mediatico, in maniera invero molto trasversale e con rarissime nicchie distoniche, culla l’opinione pubblica, sempre illudendola dell’esistenza di facili formulette risolutorie (“i due stati”, “il nuovo ordine multipolare”) che sarebbero sempre a portata di mano.

Chiunque abbia un minimo di consuetudine con i media internazionali conosce, del resto, il senso di straniamento che assale in quei giorni in cui la stampa italiana, unica al mondo, accredita ed enfatizza piani e annunci di pace imminente, sia essa per l’Ucraina o per Gaza, di cui si cerca invano traccia nel resto dei media internazionali.

Ci sono tuttavia momenti in cui la tela di ipocrisia si lacera qua e là, anche grazie a provvidenziali interventi esterni, e la Realtà irrompe con effetti potenzialmente destabilizzanti.

È il caso della lettura incrociata di un paio di articoli in cui ci si è potuti imbattere ieri, sabato 7 giugno.

Su “Domani”, la giornalista Sara Tanveer, alla vigilia della manifestazione per Gaza del “campo ristretto”, è andata ad ascoltare la voce dei movimenti palestinesi che si sono duramente dissociati da quella piazza, liquidata come una mera operazione di facciata. Nel pezzo della Tanveer, la Realtà si insinua per bocca di Donia Raafat, “attivista per i diritti umani italo-palestinese e specializzata in diritto internazionale”.

Ascoltiamola. “Si parla sempre della Palestina, ma non con i palestinesi, si decide sempre sulla loro vita, ma senza coinvolgerli. Questo silenziamento sistemico è di per sé una forma di violenza politica”. Spiace per Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni, ma per chi, come loro, si scompone in mobilitazione propal l’accusa non potrebbe essere più abrasiva.

Proseguendo nella lettura dell’articolo, si comprende meglio perché i quattro Cavalieri della Pace si guardino dal porsi all’ascolto dei loro protetti. I Giovani palestinesi d’Italia mettono il carico sulle parole della Raafat: “Non è Netanyahu o il suo governo “estremista” il problema: è il sionismo in tutte le sue ramificazioni”. Il problema, insomma, è l’esistenza stessa dello Stato di Israele.

In prima fila nella piazza di Roma, il Pd finisce in prima fila anche tra gli imputati nella requisitoria dell’attivista Raafat: “Il Pd ha sempre mantenuto una posizione ambigua nei confronti di Israele, evitando di riconoscere la legittimità della resistenza palestinese. Continua ad addossare ogni responsabilità a Netanyahu, come se l’intero sistema di apartheid fosse riconducibile ad un solo individuo”.

Puff. Due soffi di autentico sentire palestinese ed il castello di carta di venti mesi di narrazione “maanchista” si polverizza: la comoda demonizzazione dell’uomo nero Netanyahu, la fragile, ipocrita foglia di fico dell’antisionismo a coprire lo sdoganamento dell’antisemitismo, il benevolo salvataggio degli ebrei “meritevoli”, pronti cioè a pagare il democratico, ineludibile pedaggio della condanna “del governo di Israele”. Tutto vano.

Ascoltateli i palestinesi, cari manifestanti progressisti del 7 giugno. Leggete anche il comunicato stampa di mercoledì scorso dell’Associazione dei Palestinesi in Italia:” Noi crediamo che ogni presa di posizione pubblica debba avere al centro la liberazione integrale della Palestina, dal fiume al mare, nel rispetto della voce e della volontà dei palestinesi stessi”. Voi cianciate ancora di “due popoli, due stati” (che pure c’erano, fissati dall’Onu nel’48) e quelli vi spiegano che l’inciampo intollerabile è l’esistenza di Israele e vi chiedono di appoggiare la resistenza palestinese (Hamas). Come ogni nemico dell’Occidente che si rispetti, essi lo hanno un nemico: è Israele. E il vostro?

Valichiamo le Alpi. A Parigi si pubblica “Le Grand Continent”, rivista cartacea e digitale di geopolitica. E’ pubblicata in conque lingue: francese, tedesco, spagnolo, italiano e polacco e oggi ospita un’interessantissima rivista esclusiva a Sergej Karaganov. Chi è Karaganov? GC lo presenta così: “Per affrontare la Russia di Putin, è necessario comprendere le fonti ideologiche e le dottrine del regime che, invadendo l’Ucraina, ha dichiarato una guerra senza fine all’Europa. Il principale tra questi “produttori di ideologia” putiniani è Sergej Karaganov. Direttore del consiglio per la politica estera e di difesa, viene spesso presentato come il principale architetto della politica estera russa. Vladimir Putin insiste nell’indicarlo tra gli autori che legge regolarmente. Negli ambienti di potere russi, è uno dei garanti intellettuali più seguiti ed ascoltati del bellicismo messo in atto dal regime di Vladimir Putin in Ucraina e contro l’Europa”.

Insomma, si facciano da parte gli ascari putiniani da talk shit, i contrabbandieri del santino dello Zar e andiamo diretti alla fonte.

Sostiene Karaganov che “la sconfitta totale dell’Ucraina, con la sua capitolazione totale, che potrebbe avere un effetto domino sull’Europa, resta il nostro obiettivo, ma sarà estremamente costosa, persino proibitiva, perché porterebbe alla morte dei migliaia dei nostri figli più giovani, se non fosse rafforzata da un uso più attivo della deterrenza nucleare, che è ciò che sostengo per uscire da questa situazione di stallo”.

Sostiene Karaganov che “(…) la Nato non è solo una reliquia della Guerra Fredda: è soprattutto un cancro che divora la sicurezza europea (…) prima scomparirà meglio sarà”.

Sostiene Karaganov che “questa guerra ci è stata estremamente utile (…) Attualmente in Russia è in corso un accelerato processo di rinascita spirituale, morale e intellettuale, dovuto in gran parte alla guerra. È’ un peccato che questo processo non abbia potuto concretizzarsi con altri mezzi. Tuttavia, la Russia è un paese di guerrieri, non ha mai saputo vivere al di fuori dello stato di guerra. Fare la guerra è nei geni dei russi. Ecco perché’, non appena la minaccia è diventata palpabile, ci siamo uniti, abbiamo superato le divisioni e raccolto le nostre forze. È tragico che per farlo si debba pagare il prezzo del sangue, la vita dei nostri figli. Ma la Storia è tragica”.

Serve altro, cari pacifinti nostrani? Servono dei disegnini, cari “sensibili alle ragioni di Putin” (copyright by Paolo Mieli)? I vostri patrocinati pare abbiano la mistica della guerra, adorino l’escalation e indichino i nemici per nome e cognome. E il vostro nemico chi è?

Gianni Agnelli diceva che “gli uomini si dividono in due categorie: gli uomini che parlano di donne e gli uomini che parlano con le donne. Io di donne preferisco non parlare”. Ecco il tragico dei pacifisti italiani è che parlano di palestinesi e russi, ma non parlano con essi. Li capiamo: in quel caso toccherebbe ascoltarli e trarne le conseguenze. Non è roba per anime belle (per tacere di quelle prezzolate).    


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