Politica italiana
Ultim’ora: i referendum non raggiungono il quorum. Affluenza al 30,6 per cento
Finalmente si sono chiuse le urne e i dati sull’affluenza hanno confermato quanto era nelle previsioni: il quorum non è stato raggiunto. La spallata al governo non c’è stata, e il risultato ha smorzato gli entusiasmi della manifestazione di sabato qualche volta usata come palcoscenico per



Finalmente si sono chiuse le urne e i dati sull’affluenza hanno confermato quanto era nelle previsioni: il quorum non è stato raggiunto. La spallata al governo non c’è stata, e il risultato ha smorzato gli entusiasmi della manifestazione di sabato qualche volta usata come palcoscenico per gli ultimi appelli: l’alleanza tra Pd, M5S e Avs che sembrava ormai granitica tanto da poter portare presto ad un cambio di guida per il paese, non ha superato la prova.
Quello cui abbiamo assistito però in questi giorni è stato lo specchio impietoso dell’assoluta incapacità della nostra classe politica di parlare ai cittadini andando oltre a slogan più adatti per un tweet o per un confronto televisivo.
Dal centro destra e dai partiti di governo, l’invito è stato triplo: non andate a votare oppure, con accenti più salviniani, andate al mare, votate no e persino sull’esempio della Presidente del Consiglio, recatevi al seggio e non ritirate la scheda.
Dal partiti che comprendono il cosiddetto campo largo e promotori della consultazione, il messaggio era unico , anche se con divisioni interne abbastanza macroscopiche : bisogna votare perché il voto è un dovere e l’Italia è nata grazie ad un referendum.
Bisognava votare per ridare dignità e sicurezza al lavoro dichiaravano gli esponenti di punta dei partiti coinvolti mentre al loro interno qualcuno, nemmeno tanto flebilmente e in qualche caso con autorevolezza, ricordava che si trattava di voler abrogare norme approvate da un governo targato PD, seppure in una fase la cui sola memoria provoca reazioni furibonde da parte dell’attuale dirigenza di quel partito.
È importante sottolineare la legittimità della non partecipazione ad un referendum: chi ritiene inutile o sbagliato per questioni specifiche il ricorso a questo strumento di consultazione ha il diritto e moralmente non è colpevole, contrariamente a quanto avviene per le elezioni politiche e amministrative, di mostrare la propria opposizione non andando a votare.
Sarebbe però opportuno chiedersi se in un paese di oltre 50 milioni abitanti, 500.000 firme non siano troppo poche per promuovere un referendum che ha natura abrogativa e che presenta ai cittadini quesiti il cui reale significato può essere forse capito solo da un esperto di diritto del lavoro e pochi altri!
Per completare il pasticciaccio, quattro referendum erano dedicati all’abrogazione delle attuali norme sul lavoro e uno alla riduzione dei termini per l’ottenimento della cittadinanza italiana. Due temi che non hanno nulla a che fare tra loro, ma che sono serviti per imbastire ridondanti slogan nella speranza di attrarre più persone possibile al seggio.
In conclusione, in un’epoca di drammatica crisi delle nostre democrazie, nella quale il vento dei social e delle contestazioni di piazza sta spazzando via la più elementare dialettica politica fuori e dentro le istituzioni, niente può essere ulteriormente dannoso che l’uso di uno strumento come il referendum impiegato come vetrina per lo show di una politica in cristi d’identità e carente di proposte. Gli elettori calano anche per le elezioni amministrative e politiche: come fermare questa emorragia?
Questa sarebbe l’unica domanda che oggi avrebbe un senso ed è l’unica domanda a cui una politica serie e matura deve cercare di dare una risposta compresa una riflessione approfondita sul ricorso in alcuni casi opportuno ma in altri abusato, allo strumento del referendum.
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