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Israele attacca le basi nucleari della Repubblica Islamica – La resa dei conti è cominciata

Iran

Israele attacca le basi nucleari della Repubblica Islamica – La resa dei conti è cominciata

E così è cominciata la resa definitiva dei conti: la guerra tra Israele e la Repubblica Islamica. Una guerra necessaria, improrogabile. Esistenziale.  E sono sicura che qualcuno storcerà il naso e si affretterà a dire che nessuna guerra lo è. Forse. Ma quando la scelta tra

Alessandra Libutti13/06/2025Aggiornato 13/06/20254 min lettura810 parole
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E così è cominciata la resa definitiva dei conti: la guerra tra Israele e la Repubblica Islamica. Una guerra necessaria, improrogabile. Esistenziale. 

E sono sicura che qualcuno storcerà il naso e si affretterà a dire che nessuna guerra lo è. Forse. Ma quando la scelta tra pace e guerra c’è di mezzo un’estinzione nucleare le opzioni si assottigliano. 

Era adesso o mai più. Perché quando una nazione che ha fatto della distruzione dello stato ebraico una missione, sta per mettere a punto un’arma che può spazzare via un paese in pochi secondi, c’è poco da fare i pacifisti.

Chi scrive non ha mai avuto simpatie per Donald Trump. Ma su un punto era più in sintonia con i Repubblicani: la fermezza verso Teheran. A differenza della politica di appeasement dei Democratici, che ha concesso ai mullah lo spazio per rafforzare il proprio braccio armato nella regione: Hezbollah, Hamas, Houthi. Fino al massacro del 7 ottobre, gli attacchi nel Mar Rosso e la destabilizzazzione dell’intero Medio Oriente.

Per dirla con Weber: c’è l’etica delle intenzioni, che fa “la cosa giusta” nel breve termine, e l’etica della responsabilità, che fa la cosa più dura per garantire stabilità nel lungo periodo. L’amministrazione Biden ha scelto la prima. E ha finito per perdere ogni reale influenza su Israele. Andando a rimorchio, senza alternative.

Trump, nella sua prima amministrazione, almeno mostrava idee chiare sul Medio Oriente. Nella seconda, il vuoto. Tra reality show, slogan roboanti e promesse surreali – deportazioni di massa a Gaza per farne una Las Vegas – la sostanza è evaporata nel populismo spicciolo fatto del nulla catodico e da social network. E dietro le quinte, anche lui ha inseguito l’illusione di un compromesso con Teheran. Come Biden. Con lo stesso esito: Washington costretta a inseguire, in imbarazzo, mentre cerca di distrarre da ogni suo singolo fallimento, creando il caos in casa.

Perché – diciamolo – quando sguinzagli l’ICE ad arrestare gente a caso per strada solo perché sembra latinoamericana, e infili nelle gabbie anche i bambini,  non ci vuole molto perché la gente scenda in piazza e salti ogni valvola di protesta civile. E l’amministrazione Trump lo sapeva bene. Ed era lì che tutti guardavano in questi giorni – alle schermaglie tra Donald Trump e Gavin Newsom e la guardia nazionale per le strade di Los Angeles – la California che scalpita, e non solo lei.

Quella che doveva essere la “grande” influenza di Trump nella risoluzione dei conflitti, si è rivelata una presa di ceffonni a destra e a manca: prima l’Ucraina, con l’operazione Spider’s Web che sguinzaglia centinaia di droni e spazza via depositi, convogli, aeroporti: un’umiliazione annunciata per Mosca, ma anche per chi aveva promesso ordine e invece si è trovato spettatore di un’escalation senza precedenti. Poi Taiwan, con Pechino che alza il livello dello scontro giorno dopo giorno, e gli Stati Uniti che, a forza di “linee rosse” ridisegnate ogni settimana, finiscono per sembrare più confusi che determinati.

E infine il Medio Oriente, dove l’unico vero risultato è stato far precipitare Israele in una guerra esistenziale, da solo, senza copertura politica reale, mentre a Washington si affannano tra dichiarazioni contraddittorie, smentite e silenzi colpevoli.

La “grande influenza”? Una narrazione da comizio.

Non che gli americani non ci abbiano provato a fermare Israele. Come quando, mesi fa, tramite una talpa della CIA, passavano i piani di attacco contro le basi nucleari a un canale Telegram. Poi, la “morte naturale” del procuratore Jessica Amber che investigava sulla faccenda.

Israele è andata per la sua strada, come non poteva fare altrimenti: il regime islamico era un’idra a più teste, e la principale andava tagliata.

E come non ho alcuna simpatia per Trump, non ne ho neanche per Netanyahu. Perché se strategicamente è tutto chiaro per quanto riguarda la guerra contro regime islamico e relative milizie, ho perso da tempo il filo di quanto stia avvenendo a Gaza, incapace di afferrare i veri obiettivi di Israele (se ci sono), un piano (se c’è).

Ma l’attacco alle basi nucleari è un’altra storia. Non è una questione di Netanyahu né del suo entourage estremista. Chiunque fosse stato al potere in Israele avrebbe agito allo stesso modo.

Per necessità.


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4 pensieri su “Israele attacca le basi nucleari della Repubblica Islamica – La resa dei conti è cominciata

  1. thoroughlypirate162d21c226 dice:

    Brava! Come sempre! Condivido tutto. C’è “solo” un problema che rimarrà sul campo: la convivenza tra islam sciita e islam sunnita, almeno dopo che il regime teocratico instaurato da Khomeini sarà stato fatto fuori. Torneremo indietro a quanto mirabilmente descrisse Vali Nasr in The Shia Revival.

  2. claudioottorimnomonnini dice:

    E’ un quadro complesso ma piuttosto chiaro. Se dallo scacchiere mediorientale togliamo a monte il potere degli Ayatollah, improvvisamente abbiamo la convivenza tra Israele e le nazioni arabe, la fine di Hamas, la fine di Hezbollah, degli Houti, le potenze sunnite già d’accordo sulla pacifica coesistenza. Quest’ultimo uno dei veri motivi del pogrom del 7 ottobre sobillato e finanziato dai sacerdoti sciiti. E abbiamo anche la fine di Netanyahu, già sotto processo per corruzione e sotto inchiesta per la falla del 7 ottobre. Qualcuno azzarda un parallelo: Netanyahu come Putin, aggressori illegali di una potenza straniera da cui si sentono minacciati. Benché tra Putin e Netanyahu vi siano punti di analogia, entrambi infatti hanno bisogno della guerra e del successo militare per stare al potere; la minaccia che la NATO rappresenta per la Russia è teorica, perché non vi sono dichiarazioni in tal senso da parte della NATO, e prima della guerra c’erano anche due stati scandinavi neutrali “cuscinetto” verso il fronte nord, mentre la minaccia e l’obiettivo di cancellare Israele dalla carta geografica è un obiettivo dichiarato del regime teocratico, e di tutte le milizie che ha finanziato e armato fino ai denti in preparazione probabilmente di questo evento, cercando di completare il quadro con la deterrenza nucleare. L’azione Israeliana, almeno per ora ma non credo che cambierà, non è stata un’invasione militare, ma un attacco mirato a persone e obiettivi precisi, limitando in questo caso la percezione che si tratti di un attacco al popolo iraniano, che, secondo le stime ormai all’89%, ha inviso il regime dei preti fanatici.

    • claudioottorimnomonnini dice:

      Aggiungo che un altro effetto collaterale dell’azione Israeliana è che Il Cremlino sta appunto per perdere il maggiore supplier di armi a basso costo da lanciare sull’Ucraina

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