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Follow the money. Vale anche per la politica internazionale

Politica internazionale

Follow the money. Vale anche per la politica internazionale

In questi mesi di preoccupazione a angoscia uno dei protagonisti di questo complesso scenario solo negli ultimissimi giorni meno oscuro è certamente” il denaro “e con esso coloro che lo posseggono e lo muovono. Il Qatar, per esempio, che custodiva con  attenzione le immense fortune dei

Ilaria Borletti29/06/2025Aggiornato 28/06/20253 min lettura629 parole
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In questi mesi di preoccupazione a angoscia uno dei protagonisti di questo complesso scenario solo negli ultimissimi giorni meno oscuro è certamente” il denaro “e con esso coloro che lo posseggono e lo muovono.


Il Qatar, per esempio, che custodiva con  attenzione le immense fortune dei dirigenti di Hamas ed è probabilmente complice concretamente dell’attività del gruppo terroristico recentemente, grazie anche all’indebolimento dell’Iran, ha sempre di più mostrato il volto del mediatore credibile nei conflitti mediorientali: quell’immensa quantità  di fondi che sostiene da decenni  il terrorismo islamico e anche parte di quella propaganda antisemita della quale i nostri media si sono fatti i migliori interpreti, ha  forse cessato di fluire verso le casse opache di Hamas, dell’Isis o dei Fratelli musulmani recentemente persino messi fuorilegge in Francia?

Non ci è dato di saperlo, ma quello che è certo è che la lettura delle recenti dichiarazioni dei rappresentanti del Qatar sono intrise di moderazione, poco in sintonia con le crociate cruente degli ex alleati.


Che cosa ha spinto tanti paesi come  arabi, primo fra tutti l’Arabia Saudita già anni fa con gli accordi di Abramo, che hanno sempre avuto tra gli obbiettivi il non riconoscimento o addirittura l’eliminazione dello stato di Israele a dimostrarsi così  favorevoli alla politica del presidente Trump manifestando un pallidissimo e solo verbale sostegno all’Iran, se non la considerazione molto pratica che affari e movimenti di capitali poco si sarebbero conciliati con la difesa del regime degli Ayatollah?


Durante i peggiori giorni della crisi tra Israele e Iran quando sembrava si potesse sfiorare un conflitto globale, le borse sono rimaste pressoché stabili, l’oro ha dato qualche segno di svalutazione così come la valuta rifugio per eccellenza, il franco svizzero.

Tutto questo in controtendenza con quello che di solito avviene in situazioni analoghe e dimostrazione evidente che i grandi capitali e i maggiori fondi di investimento, tra i quali è difficile non considerare alcuni tra i protagonisti della crisi in corso, non hanno ritenuto plausibile o solo accettabile il rischio di una guerra totale.


Quanto hanno giocato a favore di Trump e dei suoi ultimatum il fatto che in un mondo globale al di là delle minacce, delle incomprensioni, l’unica garanzia per la conservazione dei propri interessi finanziari è la pace?


Oggi la ricchezza è totalmente sganciata dal territorio che la può averla prodotta persino nel caso del petrolio: essa è detenuta in mano di pochissimi individui e come l’olio si è diffusa grazie agli strumenti finanziari in tutto il mondo, creando un intreccio complesso e vastissimo di interessi che superano qualunque divisione politica e di cui il Presidente americano è in un certo senso il garante.


Ecco perché possiamo dire che aldilà delle parole e delle intenzioni politiche, quello che ha riportato sul tavolo il negoziato e l’apertura di una fase relativamente calma, allontanando il pericolo di una guerra mondiale non è stato il buon senso né tantomeno l’interesse per le popolazioni coinvolte, ma il bisogno di non rompere quella rete di relazioni finanziarie ed economiche che agisce nell’ombra e oggi conta più degli stessi governi.


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Un pensiero su “Follow the money. Vale anche per la politica internazionale

  1. blogdibarbara dice:

    Una frase di questo articolo mi ha ricordato un episodio vecchio di quasi un quarto di secolo. Ero in vacanza al mare, e un giorno il figlio dei proprietari mi fa:
    – Ci sarà la guerra.
    – Eh?!
    – Ci sarà una guerra. Io di formazione sono analista di borsa, e l’andamento della borsa dà informazioni precise e inequivocabili, e in questo momento dice che ci sarà una guerra.
    Mancavano 42 giorni all’11 settembre.
    Oggi leggo che durante i recenti avvenimenti “le borse sono rimaste pressoché stabili”. Vale a dire, se il mio antico interlocutore aveva ragione, che i sismografi degli equilibri mondiali non hanno subito scossoni, non hanno registrato guerre, ossia che quanto avvenuto in Iran non è stato percepito come una vera guerra, e che dunque che non c’è mai stato il rischio che gli attacchi israeliani prima e statunitensi poi sfociassero in quel conflitto globale che gli uccellacci del malaugurio continuavano a gracchiare.

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