Il dibattito delle idee
L’opinione pubblica e l’ideologia antioccidentale che serve gli interessi di Putin
“Si può presumere che l’interesse pubblico sia quel che gli uomini sceglierebbero se vedessero chiaramente, pensassero razionalmente, agissero disinteressatamente.” Walter Lippmann Dovrebbe essere pacifico che la democrazia è un atto di fiducia verso l’uomo kantiano, una volta uscito dal suo stato di minorità – la schiacciante



“Si può presumere che l’interesse pubblico sia quel che gli uomini sceglierebbero se vedessero chiaramente, pensassero razionalmente, agissero disinteressatamente.”
Walter Lippmann
Dovrebbe essere pacifico che la democrazia è un atto di fiducia verso l’uomo kantiano, una volta uscito dal suo stato di minorità – la schiacciante immanenza del presente non consente di andare oltre il condizionale. Un uomo capace di dare corpo alla dimensione collettiva dell’interesse pubblico coltivando, nel contempo, quella più intima della libertà personale e dell’autonomia di giudizio.
Una comunità politica i cui singoli partecipanti hanno poco o nulla da osservare e non coltivano opinioni personali è facilmente manipolabile e si colloca lontano dall’idea di sovranità – che culmina nelle elezioni ma non si risolve con esse – come immaginata nei moderni Stati costituzionali.
Il distico “opinione pubblica” risale al periodo che precede la rivoluzione francese. Non è un caso perché la rivoluzione era il preludio di una democrazia su vasta scala che avrebbe dovuto reggersi sul consenso del pubblico capace di avere e di manifestare le proprie opinioni sulla scia della diffusione dei lumi.
L’opinione è pubblica sia perché proviene dalla pluralità dei cittadini, sia perché concerne l’interesse generale, la res pubblica. Tra l’inesigibile epistéme – sapere vero che Platone riservava al filosofo-re – e la volubile e cieca volontà generale di Rousseau, la democrazia si accontenta della doxa, della semplice opinione.
E’ così che prende corpo e si afferma l’archetipo del governo delle idee, che a partire dalla forza del pensiero e delle proposte politiche, come mediate dalla ragione e filtrate e diffuse dal sistema dei mezzi di comunicazione, diventa governo di opinione che trae la sua legittimazione dal basso.
Nonostante la crisi e la perdita di credibilità delle democrazie occidentali, queste si reggono ancora sull’indiscusso principio che l’unico potere legittimo è quello che si fonda sul consenso e sulla libera espressione della volontà popolare.
E anche se il demos, in una democrazia rappresentativa, non decide direttamente sulle questioni, ma elegge solamente chi si occuperà di decidere, ciò non significa che la corretta informazione e un minimo di conoscenza dei problemi non siano decisivi. Ciò perché, come ammoniva Luigi Einaudi nel 1954, incombe sempre il rischio che i cittadini mandino al governo uomini incapaci o corrotti, o entrambe le cose:
“accade ciò perché tra i più sono numerosi gli ignari, i quali non hanno alcuna attitudine a giudicare dei problemi politici; od i poltroni, pronti a usare del potere di coazione dello stato per vivere a spese di coloro i quali lavorano; o gli egoisti individuali, repugnanti a sacrificare il momento che fugge alle ragioni dell’avvenire; od i procaccianti , larghi promettitori alle folle di prossimi avventi del paradiso in terra”.
Nella tassonomia einaudiana non ci poteva essere ancora la categoria degli attori, a vario titolo, mossi da un’indomita fede ideologica, perché non si era consumata la grande disillusione per l’apocalisse del socialismo reale e il fallimento del marxismo, condensatasi, poi, nel cinismo – dovuto alla perdita della speranza di rifondare una società giusta – postmoderno degli anni settanta.
Quello oggi dominante è l’ultimo sviluppo di un’ideologia che, dal progressismo culturalista e diversitario degli anni sessanta, passando per il politicamente corretto dell’era della globalizzazione – con la trasformazione di ogni desiderio in diritto e l’autoflagellazione dell’Occidente quale causa di ogni male nel mondo, si è corroborata e rimodellata attorno ai tragici eventi di politica internazionale, che i darwinisti sociali da salotto televisivo non esitano a liquidare come imprescindibili accadimenti geopolitici.
E’ per questo che quando si tratta di condannare i criminali bombardamenti russi su obiettivi civili in Ucraina, la feroce repressione del regime iraniano o le atrocità commesse da Hamas, i Nostri fanno spallucce, nicchiano, tentano di divagare; poi, immancabilmente, provano a schiarirsi la coscienza con il refrain autoassolutorio: “Ma allora Israele?”. Come diceva Pannella:
“… continua l’atroce tradizione che fa delle donne e degli uomini arabi esseri umani degni di menzione solamente se e quando incontrano ingiustizie, e pallottole israeliane”. (8 ottobre 2000)
Quella per il popolo palestinese è, poi, un’indignazione selettiva che non si è manifestata, ad esempio, per la macelleria compiuta da Assad, in Siria, con il sostegno e il supporto militare di Putin, e di cui non v’è traccia per la catastrofe umanitaria in corso in Sudan. Il filtro ideologico induce a identificare le vittime in funzione del carnefice.
La lezione di Giovanni Sartori
Giovanni Sartori è stato chiaro nel delineare i rischi dell’ideologia come Gestalt, come forma mentis che tutto ricicla, riclassifica e modella riconducendolo a sé. Una “struttura inquadrante e decifrante della realtà”.
Dopo l’ebrezza della caduta del muro di Berlino sembrò che la politica avrebbe potuto proiettarsi e misurarsi in una nuova dimensione post-ideologica. Uno spazio condiviso nel quale ripensare e agire senza i paraocchi di un ideologismo metafisico. Invece la cultura politica italiana ha continuato a esercitare l’esecrabile attitudine a firmare manifesti, e a cavalcare le piazze anche quando le situazioni sono confuse e controverse.
L’ideologia pone gli attori in una posizione confortevole perché è fatta di idee che non sono più pensate ma credute, quindi indiscutibili. Idee che diventano oggetto di fede anziché motivo di riflessione e analisi. Così si fa meno fatica e non si corrono inutili rischi di incomprensione con il proprio uditorio o elettorato.
Il risultato è il proliferare di un pensiero povero, settario, schiacciato sul presente, che sfocia in proclami surreali, completamente slegati dalla realtà. Ci sono persino intellettuali di grido che non riescono a individuare nella Russia di Putin una minaccia concreta per l’Europa – bisognerebbe capire quale idea di Europa hanno in testa, ammesso ne abbiano una, e continuano a insistere sulla diplomazia. Già, la diplomazia del “Non morire per Danzica”, di Marcel Déat.
Per non parlare del riarmo europeo – le parole giuste sono, in realtà, difesa e sicurezza – che suscita profondo sdegno. Gli stessi intellettuali non proferiscono, però, una sola parola di condanna per il riarmo della Russia – oramai trasformatasi in un’economia di guerra, la corsa all’arma atomica iraniana o l’arsenale militare della Corea del Nord. Ciò che accade nel blocco antioccidentale è per loro una variabile indipendente, mai oggetto di analisi e di attenzione.
Accade per forza che le (non) soluzioni sono talvolta peggiori del male che pretendono di curare. Purtroppo, la situazione è intricata e quella stronza della realtà finisce sempre per presentare l’amaro conto.
La Neolingua si afferma nel mondo parallelo
Lo sviluppo dei media tradizionali, cui si sono aggiunti i social, con la loro pervasiva capacità di rappresentazione della realtà, ha consentito a certe élite intellettuali – con ciò che di elitario è rimasto – di rafforzare la loro posizione di influenza tramite l’uso della Neolingua che, come sempre, si appresta a fare da viatico per il controllo delle idee. Controllare il linguaggio per controllare il pensiero, rendendo ostica ogni altra forma di pensiero.
Parole e affermazioni come “genocidio”, “pulizia etnica”, “in Israele vige l’apartheid”, “Lo stato di Israele è l’erede del Terzo Reich…”, oppure “operazione militare speciale”, “denazificazione dell’Ucraina”, “la Nato guerrafondaia”, o ancora “Khamenei paziente”, “in Iran si fanno tanti rave”, e via discorrendo, mirano proprio a impossessarsi, fomentandole, delle emozioni di chi nutre rancore verso il “modello culturale imperialista” della società occidentale.
In tal modo si cerca di captare certe emozioni per convogliarle, manipolandole, in una dimensione irreale, parallela, fondata sul pensiero – non esente da tratti di “sociognosticismo” Woke – che la Russia, o l’Iran, possano essere considerati luoghi – se non altro dello spirito, di foucaultiana memoria – dove poter sfogare la rabbia contro il mondo, nella pia illusione di restare fedeli a quei principi umanitari che solo l’Occidente ha saputo concepire e attuare.
Prima di Putin, è stato Stalin a capire che la rabbia è un dato strutturale della società. Si tratta solo di riuscire a controllarla canalizzandola a proprio favore. Operazione che Putin sta compiendo all’esterno della Russia, non tanto con l’obiettivo di affermare le proprie ragioni, ma con quello, distopico, di “instillare il dubbio che tutti abbiano torto”, distruggendo ogni certezza degli occidentali.
L’obiettivo della sua guerra cognitiva è speculare a quello della guerra guerreggiata. Quando Putin non ha la forza di imporre il suo ordine, punta sulla distruzione e sul caos. Cosa che sta facendo in Ucraina, devastando scientemente territori (nel Donbass) e massacrando civili inermi che si ostina a dichiarare di voler salvare.
Se così è, è facile che dai vizi oscuri dell’Occidente – verso i quali, peraltro, l’Occidente stesso punta i riflettori – si possa saltare alla devastante, da un punto di vista culturale ed educativo, conclusione che anche le democrazie liberali sono, in fin dei conti, delle “dittature travestite”, che il terrorismo possa essere considerato un esito “fisiologico” della democrazia, o che la democrazia non per forza deve essere liberale, potendo risultare solo “sovrana” o plebiscitaria.
Insomma, tutti i regimi hanno pari dignità e meritano lo stesso rispetto. E se ce n’è qualcuno dove, anziché cambiare i governanti, si cambiano le regole del gioco per mantenere al governo lo stesso soggetto, sine die, non deve stupire. Anche il costituzionalismo può essere stalinizzato. Certi che gli “stalinisti nell’animo” non batterebbero ciglio.
La strategia della guerra cognitiva sta risultando di particolare successo in Italia, non solo per la presenza di reti informative legate al Cremlino, e di un pezzo di classe dirigente sensibile ai richiami di Mosca, ma anche per la facilità con cui le notizie false, tendenziose, o le narrazioni parallele vengono rilanciate e commentate da intellettuali, influencer, giornalisti e trasmissioni televisive. Tutto grasso che cola per lo Zar che, beffardo, gongola, e passa all’incasso senza colpo ferire.
Putin sa benissimo che la guerra di oggi si vince nella mente dell’avversario. Egli usa la guerra cognitiva per colmare il gap tra i suoi obiettivi e le sue risorse economiche e militari. Lo scopo primario è quello di modellare il processo decisionale dei suoi nemici erodendo la loro volontà di opporsi all’azione militare russa.
La Russia ha bisogno, infatti, che i suoi avversari facciano il meno possibile, in questo caso in termini di supporto all’Ucraina, in modo da poter raggiungere il maggior numero dei suoi obiettivi.
Insomma, Putin si serve della guerra cognitiva per creare un mondo che decide di essere succube delle azioni russe.
Tocqueville e Mill considerarono i pericoli del conformismo, ma non quelli dell’ideologia
Si è già detto dell’ideologismo quale posizione mentale confortevole che abitua a non pensare. Il fatto è che l’ideologia è anche un dispositivo di guerra atto ad attaccare e silenziare il pensiero altrui.
Quando l’homo ideologicus professa il suo vangelo rifilando allo sfortunato e sguarnito uditorio le sue geremiadi contro l’Occidente, la Nato, o Israele, lo fa dall’alto della sua sicumera, tipica di chi ritiene di avere in pugno la verità, non dovendo fornire né prova né dimostrazione alcuna. Che poi possa fare sfoggio del suo eloquio in assenza di contraddittorio è un plus tutto italico.
Tocqueville e Mill nell’identificare il pericolo della “tirannide della maggioranza” si riferivano al rischio dell’oppressione del pensiero da parte del conformismo sociale, non avendo ancora in mente la possibilità dell’oppressione ideologica del pensiero. Categoria tutta novecentesca.
In ogni società esiste un certo grado di conformità. Ciò è persino necessario, perché una società fatta solo di dissociati sarebbe una contraddizione e risulterebbe invivibile. Il primo livello di conformità si esprime nel rapporto con gli altri. La libertà d’azione di ognuno è limitata per garantire agli altri la stessa libertà.
Nella visione liberale e pluralistica si è liberi, però, di pensare come si vuole, anche nel modo più originale o bizzarro. Per l’ideologo no; ciò non è possibile. Egli considera, infatti, chi devia dal “retto-pensiero” un nemico che va trattato come tale. Anzi, si spinge sino a considerare lo stesso pluralismo come il massimo antagonista.
Questo è l’ideologismo: la possibilità di non avere ragione avendo sempre il diritto di calpestare la ragione con la pretesa di imporre a tutti, comprese le maggioranze devianti, la propria visione frutto di percezioni allucinate della realtà.
Nel frattempo, il significato di democrazia scorre via, tra le invettive dei social e il frastuono delirante dei talk-show televisivi, in assenza di opinioni generate da un minimo di pensiero critico.
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