Il dibattito delle idee
Il futuro delle relazioni internazionali al bivio tra Habermas o Schmitt
Diamo il benvenuto a Samuele Murtinu, Professore Ordinario di International Business e Direttore della Sezione Entrepreneurship presso la School of Economics dell’Università di Utrecht, che avvia oggi la sua collaborazione con InOltre Il filosofo tedesco Jürgen Habermas ha riflettuto a lungo sul presente e il futuro


Diamo il benvenuto a Samuele Murtinu, Professore Ordinario di International Business e Direttore della Sezione Entrepreneurship presso la School of Economics dell’Università di Utrecht, che avvia oggi la sua collaborazione con InOltre
Il filosofo tedesco Jürgen Habermas ha riflettuto a lungo sul presente e il futuro del diritto internazionale e delle istituzioni sovranazionali offrendo una chiave di lettura per comprendere le sfide geopolitiche dell’ordine mondiale contemporaneo. Ad esempio, nel suo libro “L’Occidente diviso”, Habermas mostra come le Nazioni Unite ai tempi della guerra in Iraq del 2003 siano state facilmente “superate” dall’attore geopolitico dominante: gli Stati Uniti.
Più in generale, Habermas spiega come le istituzioni internazionali siano destinate a rimanere sistematicamente e inevitabilmente subordinate agli interessi degli attori politici dominanti.
Questo argomento poggia su un dato empirico chiaro: tali istituzioni, dalle Nazioni Unite alla Corte Penale Internazionale, operano in un contesto di strutturale asimmetria di potere nelle relazioni internazionali. In un sistema internazionale westfaliano, basato sulla sovranità esclusiva di ogni Stato sul proprio territorio nazionale, gli stati più potenti – politicamente e militarmente – possono permettersi di ignorare o strumentalizzare queste istituzioni quando conviene loro.
Solo attraverso una costituzionalizzazione del diritto internazionale si può superare questa logica del più forte, creando quello che Habermas chiama, riferendosi a Kant, “diritto cosmopolitico”.
Quando gli stati incorporano i principi del diritto internazionale nelle loro costituzioni nazionali, creano vincoli giuridici interni che limitano la loro stessa sovranità. Secondo Habermas, questo processo porterebbe ad un sistema politico globale che garantirebbe una risoluzione pacifica delle dispute internazionali e, allo stesso tempo, una protezione delle libertà individuali e dei diritti umani.
Ad oggi siamo ben lontani da uno scenario di questo tipo. E lo saremo anche in futuro. Sembra, invece, che alcuni nazionalismi odierni vedano il mondo à la Carl Schmitt e lo stiano spingendo in tale direzione. La teoria politica di Carl Schmitt, con la sua concezione del politico basata sulla distinzione amico-nemico (i.e., Freund-Feind), presuppone la possibilità reale di guerra e definisce “l’altro” come nemico, un nemico pubblico, un popolo che va combattuto in caso di conflitto.
Per molti versi, questa visione rappresenta l’antitesi del progetto habermasiano. Mentre Habermas propone una democrazia deliberativa fondata sul dialogo e sul consenso, Schmitt fonda la democrazia sull’identità tra governante e governato, sull’omogeneità dell’entità politica, sulla legittimazione democratica che si traduce in unanimità.
Alcuni governi nazionalisti contemporanei, con la loro narrativa polarizzante e la loro diffidenza verso le istituzioni internazionali, sembrano spingere il mondo verso un futuro schmittiano, con un possibile ritorno ad una logica conflittuale delle relazioni internazionali, dove la forza prevale sul diritto.
In questo contesto, forse, il punto di equilibrio per i Paesi occidentali è rappresentato da un modello che ha sia elementi habermasiani, sia elementi schmittiani. Tale modello è un rafforzamento e un ampliamento di alleanze strategiche fondamentali basate su principi e valori condivisi.
A tendere, tale modello dovrà necessariamente costituirsi come un’entità politica transnazionale ma omogenea al suo interno – anche solo in termini di pochi principi e valori condivisi, identitaria nell’identificazione del nemico ma pluralistica e dialogante al suo interno. Infine, tale entità non dovrà cadere nelle lentezze decisionali di certi sistemi quali l’Unione Europea, bensì predisporre dei dispositivi che accelerino il processo decisionale in caso di circostanze eccezionali.
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