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Lo stile oratorio ci racconta molto dei politici

Stile, moda e costume

Lo stile oratorio ci racconta molto dei politici

Da “l’État c’est Moi” del Re Sole niente più della politica mette in luce lo stile di una persona, nel bene e nel male. Discorsi, dichiarazioni, interviste, un tempo comizi e arringhe a folle plaudenti hanno sempre rivelato l’indole, quindi lo stile del personaggio di turno.

Stefano Piperno26/07/2025Aggiornato 26/07/20256 min lettura1.267 parole

Da “l’État c’est Moi” del Re Sole niente più della politica mette in luce lo stile di una persona, nel bene e nel male.

Discorsi, dichiarazioni, interviste, un tempo comizi e arringhe a folle plaudenti hanno sempre rivelato l’indole, quindi lo stile del personaggio di turno.

Alcuni esempi negativi sono arcinoti, non c’è giorno che da qualche canale televisivo o social non vengano propinate immagini dei discorsi di Hitler e Mussolini, non che la cosa non sia encomiabile, ma purtroppo, ad occhi ed orecchi contemporanei ignari ed immemori, colpisce più l’aspetto comico che quello tragico, depotenziando lo scopo didascalico.

Però come non ricordare il funesto percorso imposto all’Italia da Mussolini? Da:

”Vincere! E vinceremo!” del 10 giugno 1940 al discorso diffuso dall’EIAR il 5 luglio del ‘43 contenente la frase: “Bisogna che non appena questa gente tenterà di sbarcare, sia congelata su questa linea che i marinai chiamano del bagnasciuga!”

Il duce, che pure aveva il diploma di maestro elementare, non sapeva che il bagnasciuga è la linea di immersione della carena di un natante, quella dove l’onda si infrange sulla spiaggia si chiama invece battigia. 

Fortunatamente sono celebri anche frasi di giganti, gli statisti che hanno fatto la storia in senso positivo, mostrando il meglio del pensiero politico, non disgiunto da visione e disinteresse, talvolta associato a malcelata ambizione personale, perdonabile se spesa a giusti fini.

Fa bene allo spirito ricordarne alcune e i loro autori, pochi esempi più o meno noti, iniziando dal più grande di tutti: Winston Churchill, che, con la sua stringente eloquenza anglosassone ed il suo gesto della V, ha materialmente evitato l’appeasement con Hitler, volgendo la storia a favore delle democrazie.

“Non posso promettervi altro che sangue, fatica, lacrime e sudore” ebbe il coraggio e l’onestà di affermare nel discorso di insediamento del suo governo alla Camera dei Comuni il 13 maggio del ‘40.

Ma ben più indicativa del carattere dell’uomo è la frase finale del discorso pronunciata nello stesso luogo il susseguente 4 giugno, erroneamente parafrasata: 

”We’ll never give up”, diversa dalla versione autentica che Churchill materialmente urlò: ”We shall never surrender!”, ricevendo un’ovazione che seppellì l’opposizione laburista e anche di parte del suo stesso partito, guidata da Chamberlain e Eden.

Di lui vanno citate anche una ironica affermazione e una definizione, ambedue celebri indici di estrema perspicacia politica coniugata con l’arguzia:

“Si è detto che la democrazia è la peggiore forma di governo, tranne tutte le altre forme che di tanto in tanto sono state provate”.

Fu una sua invenzione la “cortina di ferro”, per definire la trincea politico-militare dentro la quale Stalin aveva blindato l’URSS e i paesi dell’Europa orientale sotto la sua influenza appunto ferrea.

Per contro, il dittatore sovietico, ex alleato, divenuto suo acerrimo nemico, si segnala per una domanda sarcastica, posta durante il vertice di Yalta, e assurta a modo di dire: “Quante divisioni ha il Papa?”

Di un altro grandissimo politico, Franklin Delano Roosevelt, è istruttivo menzionare due frasi, proprio in questo momento in cui l’America sembra aver smarrito i propri principi, la seconda poi è quasi profetica: “La vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica ed indipendenza. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature.”

“La libertà di una democrazia non è sicura se il popolo tollera la crescita del potere privato al punto che esso diventa più forte dello stato democratico stesso. Questo è, nella sua essenza il fascismo: il dominio del governo da parte di un individuo, di un gruppo, o di qualsiasi altro potere, sottratto al controllo democratico.”

Sembra scritto per Trump e il gruppo che insegue la dottrina Maga, nonché gli accodati tycoon dell’high tech.

Anche John Fitzgerald Kennedy ha avuto modo di rilasciare dichiarazioni divenute proverbiali: “Non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese” e “Ich bin ein Berliner” (sono un berlinese) pronunciata il 26 giugno del ‘63 dal palco difronte a una folla immensa nella piazza oggi a lui dedicata, avendo a fianco l’allora borgomastro della città Willy Brandt.

In Italia i democristiani hanno dominato la scena per un trentennio, tra di loro emerge un uomo di grandissimo spessore: Alcide De Gasperi, mai sufficientemente ricordato per aver materialmente salvato l’Italia dal disastro postbellico e averla posizionato a fianco delle democrazie occidentali, fatto per nulla scontato, che sarebbe da accomunare a Cavour, invece di essere condannato ad un colpevole oblio.

Di lui è giusto rammentare l’esordio del suo discorso, per un antifascista così penoso, alla conferenza di Parigi il 10 agosto 1946, quando già tutte le decisioni sull’Italia sconfitta erano state prese dai vincitori che le avevano imposto una pace senza condizioni.

“Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione…”

Oggi tutti sembrano aver dimenticato in quali condizioni De Gasperi mostrò dignità e coraggio esponendo le ragioni di un paese distrutto e alla fame, in balia della volontà altrui, chiedendo aiuto a chi, come gli inglesi, aveva addirittura pensato di dividerlo in due.

Ottenne l’adesione alla NATO e con Adenauer e Schumann ha posto le basi per l’Unione Europea, chissà cosa penserebbe e direbbe oggi dei tanti anti occidentali e anti europeisti che occupano il panorama politico-mediatico.

Non a caso, la generazione emergente di democristiani, appena fu possibile, si liberò dello statista trentino, con suo grande dolore, si dice addirittura che fu causa della sua morte.

Dopo di lui i democristiani hanno mostrato molte facce diverse, non tutte commendevoli; il suo allievo e collaboratore, Giulio Andreotti, si pose nel solco tracciato dal suo maestro, ma evolvendolo in modo cinico e spregiudicato, come chiariscono due affermazioni famose che condensano l’uomo e il politico: “Il potere logora chi non c’è l’ha” e “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

Di ben altra pasta è stato Aldo Moro, schivo e tormentato, che pagò con la vita il clima conseguente alla sua idea del “compromesso storico” con il PCI di Berlinguer.

Il suo pensiero complesso fino all’esoterismo, che tanto inquietava Kissinger, è condensabile in due acrobatici ossimori: “La DC prudente e ardita” e “Le convergenze parallele”.

Si potrebbe continuare a lungo, ma fermiamoci a un aforisma del Mahatma Gandhi:

“La libertà vera è quella che contempla la libertà di sbagliare”.

È un pensiero di rara profondità che va contro l’odierno modo di pensare dominante.

Oggi lo specchio dei tempi è rappresentato da Trump che si lascia andare in pubblico a: “Kiss my ass!” e da Salvini cheminaccia: “Qualche calcio in culo a qualche giornalista servo infame cominceremo a tirarlo.”

Che dire? Speriamo non sia una guerra a restituirci una classe politica degna del suo ruolo.



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3 pensieri su “Lo stile oratorio ci racconta molto dei politici

  1. Stefano Tenedini dice:

    Al Kennedy di Berlino mi sento di affiancare un altro presidente a mio avviso ancora oggi sottovalutato e sbeffeggiato, Ronald Reagan.

    Quando invitò con molta forza e poca retorica l’Urss a prendere atto che la stagione dei due blocchi era finita per l’implosione del modello comunista, le sue parole “Mr. Gorbachev, tear down this Wall!” hanno mostrato a tutti quanto quel muro fosse ormai troppo marcio per potergli rattoppare le crepe.

    Dovrebbero ricordarle oggi soprattutto politici e oligarchi digitali che hanno reso i Repubblicani un’ombra del partito che ha vinto la guerra fredda.

  2. Maria Nadia dice:

    Grazie Stefano Piperno.
    Bellissimo editoriale, e profondo.
    Aggiungo una frase di Churchill che forse spiega la deriva trumpiana in occidente:
    “L’argomento più potente contro la democrazia è una chiacchierata di cinque minuti con l’uomo comune”.

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