Il dibattito delle idee
La clava moralistica per attribuire colpe collettive è il collasso della morale
Davanti a una catastrofe, un massacro di grandi proporzioni, una violenza organizzata su ampia scala (possiamo pensare ai crimini di un regime dittatoriale o di un gruppo mafioso), una delle domande più urgenti, e al tempo stesso più difficili, è: chi è responsabile? E fin dove



Davanti a una catastrofe, un massacro di grandi proporzioni, una violenza organizzata su ampia scala (possiamo pensare ai crimini di un regime dittatoriale o di un gruppo mafioso), una delle domande più urgenti, e al tempo stesso più difficili, è: chi è responsabile? E fin dove arriva questa responsabilità? La risposta non è semplice, perché coinvolge tanto il piano giuridico, quanto quello etico, e i due non coincidono.
Nel mondo giuridico, la responsabilità si fonda su criteri chiari e delimitati: causalità, volontà, consapevolezza, partecipazione attiva. Chi commette un reato viene perseguito se ha compiuto un’azione (o un’omissione) che ha causato direttamente un danno, ed è punibile se era in grado di intendere e di volere. Il diritto, in questo senso, è selettivo e individualizzante: cerca un colpevole preciso, lo isola, lo giudica secondo prove. È un sistema costruito per distinguere tra responsabilità vere e presunte, evitando generalizzazioni arbitrarie.
Tuttavia, questa esigenza di precisione deve anche fare i conti con la gestione di fenomeni più complessi di crimini individuali, dove la responsabilità si distribuisce su più livelli, in più mani. Pensiamo a una catena di comando militare, a una grande impresa coinvolta in disastri ambientali, o a una burocrazia che rende possibile una deportazione di massa. In questi casi, spesso, non c’è un solo colpevole, ma una molteplicità di attori che hanno permesso, favorito, sottovalutato, ignorato.
Molti di questi attori possono restare fuori dal perimetro della colpa giuridica perché, pur essendo parte del meccanismo, non hanno contribuito a perpetrare il crimine di cui si discute o non è chiara la forma della loro partecipazione. Il diritto, dunque, si ferma giustamente dove manca la prova, dove l’intenzione non è evidente, dove la causalità è indiretta. Ed è proprio lì che inizia il problema etico.
A differenza del diritto, l’etica interroga anche le responsabilità non punibili a norma di legge, ma non per questo meno reali. Chi sapeva e non ha parlato? Chi ha scelto la comodità dell’indifferenza? Chi ha beneficiato di un sistema ingiusto, senza metterlo in discussione? L’etica non si limita a chiedere “chi ha fatto cosa?”, ma allarga lo sguardo e domanda: “chi ha potuto fare qualcosa, e non l’ha fatto?”.
Si tratta di riconoscere che viviamo tutti dentro sistemi interconnessi, e che le azioni, o le omissioni, di ciascuno possono concorrere a costruire o tollerare un contesto. A tal proposito possiamo facilmente pensare al dibattito, insieme giuridico e filosofico, seguito alla Shoah: chi possiamo includere tra i responsabili? I vertici del partito nazista? Anche i loro sottoposti? L’intera popolazione tedesca? La cultura europea nel suo complesso? E con quali differenze? Fin dove si estende, allora, la responsabilità per un crimine, un massacro, una guerra, una catastrofe?
Bisogna essere molto cauti nel tentare una risposta: il rischio di distribuire arbitrariamente delle colpe e di allargare il perimetro all’inverosimile è molto alto. Il concetto di responsabilità, irrinunciabile e prezioso in filosofia morale, ha proprio questa controindicazione: se non ben maneggiato, può tendere ad esondare indebitamente. Lo vediamo bene oggi, quando in nome di battaglie mosse anche da nobili intenti, si usano categorie alquanto generiche come “maschio bianco occidentale”, per associarvi responsabilità “sistemiche” e “storiche” troppo vaghe per essere scientificamente serie.
Se dal punto di vista giuridico, la responsabilità si ferma dove finisce l’evidenza delle prove, dal punto di vista etico, la responsabilità si estende anche a chi non ha fatto il possibile per impedire, per denunciare, per agire. E qui la linea è ancora più sfumata, incerta, ambigua.
Affermare ciò non significa togliere solidità al concetto di responsabilità, ma anzi preservarne la fondamentale importanza salvandolo da derive e utilizzi politicizzati. Una responsabilità eccessivamente dilatata diventa troppo nebulosa e allora perde mordente.
Una responsabilità usata come clava moralistica per attribuire colpe collettive con la tipica foga del giustiziere estremista è il collasso della morale. Al contrario di ciò che si crede, quest’ultima ha l’aspirazione ad essere precisa. Per astratti richiami al bene o condanne totali basta e avanza il tribunale del popolo.
Credo che questo tema diventi particolarmente rilevante oggi. Nei discorsi della mediasfera le responsabilità collettive sembrano all’ordine del giorno. Si pensi alle chiare strumentalizzazioni ideologiche di chi, parlando di Gaza, forma un cartello immaginario di colpevoli che va da Netanyahu fino al paninaro sotto casa, la cui friggitrice – si è detto al mercato – pare essere stata assemblata da un operaio israeliano.
A questo punto lo sgangherato sillogismo si chiude: “come puoi ancora mangiare le patatine da un sostenitore del genocidio?!”. Va bene, questo è un caso inventato, ma le logiche di certi inviti al boicottaggio somigliano proprio a questi forzati (per non dire ridicoli) collegamenti. Se si parla di Israele, poi, la febbre da colpa collettiva è sempre altissima, e questo sì che è una responsabilità culturale che ha radici profonde, ma ovviamente lo ignoriamo. Filtriamo il moscerino e ingoiamo il cammello.
Oppure, ancora, pensiamo alla rete di responsabilità larga praticamente quanto l’universo, del delitto di patriarcato: dal momento che viviamo – così si dice – in una società patriarcale fin nel midollo, ecco che ogni pensiero o sentimento, non potrà che essere portatore di una logica patriarcale.
Siamo tutti responsabili: il padre che sequestra la figlia in casa finché non si decide a vestirsi come lui le impone, l’attore che a Cannes ha risposto a una domanda al posto di una collega, il papà che regala una bambola alla figlia, inoculandole così gli stereotipi di genere. Tutto sullo stesso piano, tutto uguale. Una responsabilità all inclusive.
Così, mentre i giuristi e i filosofi seri discutono da decenni sull’estensione della responsabilità e della colpa, perché loro lo sanno che sono concetti difficili e complessi, attorno a noi si muove una folla di sicuri e celeri giustizieri buttadentro – li riconosci perché vestono una t-shirt con la scritta “anche se vi credete assolti, siete comunque coinvolti” – che pigliano per la collottola chiunque capiti a tiro e lo buttano dentro la centrifuga della responsabilità.
Sarebbe bene darsi tutti una calmata, provare ad avere un po’ di senso critico verso i poliziotti della colpa estesa. Dividere il mondo tra i ministranti della giustizia e una massa di complici, è una forma di pericoloso fanatismo e sostanzialmente di autocelebrazione morale.
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“Sarebbe bene darsi tutti una calmata”
Wishful thinking.
Ieri al rituale aperitivo del Venerdì con la Compagnia del Libro abbiamo rasentano la rissa e la dissoluzione di vecchie amicizie.
Qualcuno che aveva “lo spritz potente” ha abbordato il tabù Israele-Gaza. Per fortuna il buonsenso ha prevalso e l’abbiamo buttata in ridere.
Ma la “tragedia” è stata sfiorata.