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Discorso immaginario di un primo ministro israeliano un mese dopo il 7 ottobre 2023

Israele

Discorso immaginario di un primo ministro israeliano un mese dopo il 7 ottobre 2023

Signore e Signori, Popolo d’Israele, Amici e osservatori del mondo libero, è trascorso un mese esatto da quel giorno che nessuno di noi dimenticherà: il 7 ottobre 2023. In quel sabato di festa, la nostra nazione è stata colpita nel cuore da un attacco di una

Gustavo Micheletti13/08/2025Aggiornato 12/08/20258 min lettura1.564 parole

Signore e Signori,

Popolo d’Israele,

Amici e osservatori del mondo libero,

è trascorso un mese esatto da quel giorno che nessuno di noi dimenticherà: il 7 ottobre 2023. In quel sabato di festa, la nostra nazione è stata colpita nel cuore da un attacco di una ferocia inaudita, pianificato con fredda determinazione da un’organizzazione terroristica che non ha mai nascosto il suo intento di cancellare Israele dalla carta geografica e annientare ogni forma di convivenza possibile nella nostra regione.

Quest’azione criminale è stata condotta in modo cinico e spietato dopo che per anni era stata preparata militarizzando completamente la striscia di Gaza. Sarebbe stato possibile gestire diversamente quel territorio, investendo i molti denari spesi per militarizzarlo per migliorare invece le condizioni di vita del proprio popolo. Invece si è preferito costruire decine di chilometri di tunnel sotto scuole e ospedali per tentare di distruggere Israele, per cercare di costringerlo a intraprendere un’azione militare che avrebbe sparso il sangue anche di molti palestinesi innocenti.

Quella mattina non è stata solo un’aggressione armata: è stata una dichiarazione di odio, un messaggio rivolto non solo a noi ma a tutta la civiltà. Donne, bambini, anziani, famiglie intere sono stati uccisi, mutilati, rapiti. E oggi, mentre parlo a voi, ci sono ancora ostaggi israeliani nelle mani di Hamas, tra cui bambini piccoli, donne e anziani.

Il diritto internazionale, la morale più elementare, la coscienza del mondo ci riconoscono il diritto di difenderci. Ma per difenderci in modo efficace e duraturo sarebbe necessario sconfiggere Hamas, che esercita un potere totale sulla Striscia di Gaza e che non solo minaccia Israele, ma tiene in ostaggio il proprio popolo usandolo come scudo umano, come carne da sacrificare davanti alle telecamere, come leva per manipolare l’opinione pubblica globale.

Ora, sradicare Hamas da Gaza non è impossibile: è possibile, ma solo al prezzo di decine di migliaia di morti, tra i quali sarebbero da annoverare non solo coloro che hanno supportato e supportano Hamas, che sono la grande maggioranza, ma anche coloro che avrebbero voluto opporsi al suo potere criminale e che non hanno potuto farlo per non mettere a rischio la loro stessa vita e quella dei loro familiari.

Per questo oggi, davanti a voi, mi alzo non per annunciare un’escalation militare, per annunciare che siamo determinati a occupare la striscia anche a costo di mettere a repentaglio la vita degli ostaggi, cosa che sarebbe comunque necessario fare per sradicare Hamas da Gaza e garantire la sicurezza del popolo israeliano, ma per comunicare che abbiano preso una decisione che pesa come piombo sul cuore di ogni nostro concittadino, una decisione che non solo va contro l’istinto della vendetta, contro la logica della deterrenza, contro il senso stesso di giustizia immediata, ma anche contro la logica che imporrebbe la stessa sicurezza del nostro Paese..

Non reagiremo ora con la forza. Non scateneremo ora un’operazione militare per sradicare Hamas da Gaza, nonostante tutte le ragioni, il diritto e il consenso morale che ci spetterebbero. Non lo faremo non perché Hamas non meriti di essere distrutta. Lo merita, per ogni vita strappata, per ogni bambina rinchiusa in una gabbia, per ogni padre torturato davanti alla propria famiglia. Ma perché le azioni hanno un costo. E il costo, oggi, è la vita di troppi civili — alcuni complici, molti prigionieri, una minoranza davvero innocente — che si troverebbero intrappolati in un campo di battaglia che Hamas ha voluto e costruito sotto le loro case, le scuole, gli ospedali.

Non vogliamo diventare come i nostri nemici. Non vogliamo che la nostra sicurezza si trasformi in disumanità. E per questo oggi rinunciamo a reagire e accettiamo l’offerta di uno scambio iniquo come quello proposto da Hamas: everyone for everyone, tutti gli ostaggi in cambio di tutti i prigionieri palestinesi, anche se alcuni di loro sono colpevoli di gravi atti contro il nostro popolo. Lo facciamo non perché sia giusto, ma perché ogni vita umana, ogni volto, ogni sguardo imprigionato in quella oscurità, vale per noi più anche della nostra legittima sete di giustizia, e persino più della nostra sicurezza, così come vale più della nostra sicurezza l’evitare una strage che coinvolgerebbe inevitabilmente anche persone innocenti.

Abbiamo quindi deciso di non cadere nella trappola che dei terroristi criminali ci hanno teso: “per riavere indietro gli ostaggi vivi – ci hanno in pratica comunicato – sarete costretti a spargere il sangue anche dei civili, inclusi donne e bambini, che useremo ancora come scudi umani, inducendovi così a spargere il sangue palestinese di cui abbiamo bisogno per distruggervi”. Ebbene, noi abbiamo deciso di non cadere in questa trappola e di non reagire almeno fino a quando la strategia di Hamas non sarà stata completamente smascherata, perché siamo convinti che quest’organizzazione criminale sappia perfettamente che l’unico modo in cui può vincere questa guerra consiste nel riuscire a provocare la morte di migliaia di civili attraverso la nostra reazione, o come è stato anche dichiarato da suoi autorevoli esponenti, attraverso il sangue dei palestinesi, e in particolare dei bambini palestinesi.

Noi abbiamo dunque preso questa decisione, gravosa e rischiosa per la nostra sicurezza, ma ora mi rivolgo al mondo. Mi rivolgo ai governi europei, agli Stati Uniti, al Canada, all’Australia, al Giappone. Mi rivolgo alle Nazioni Unite, alle ONG, agli osservatori internazionali. E se Hamas non rispetterà queste stesse proposte che ha avanzato? Se Hamas con qualche pretesto, come temiamo e pensiamo, rifiuterà alla fine questo scambio? Come dovrebbe reagire il governo di un Paese che ha subito un attacco vile e criminale come quello del 7/10 in questo caso? Quale reazione, quale strategia dovremmo adottare? Che cosa ci proporreste allora di fare?

Continuare a negoziare mentre ogni giorno aumenta il rischio di vedere i nostri ostaggi uccisi? Aspettare che la pressione internazionale svanisca e Hamas torni a colpire? O cedere ancora, e ancora, e ancora, fino a scomparire?  Noi oggi rinunciamo alla forza. Ma non possiamo rinunciare alla nostra identità, alla nostra sovranità, alla nostra umanità. Abbiamo accettato un compromesso durissimo per salvare vite. Ma chi ci chiede di non reagire, chi ci chiede di avere pazienza, di non colpire, ci dica chiaramente quale altra strada sia davvero percorribile.

Siamo disposti a combattere con la ragione, ma non a morire in silenzio. Siamo pronti a non intraprendere per il momento alcuna operazione militare, ma non ad abbandonare i nostri cittadini al ricatto perenne dei terroristi di Hamas. Scegliamo in questo momento di non adottare l’unica strategia che sarebbe in grado di sradicare quest’organizzazione criminale da Gaza e di garantire in futuro la nostra sicurezza, ma non accetteremo mai che questo ricatto a cui siamo stati sottoposti si trasformi in destino.

Il mondo oggi ci guarda. Noi oggi ci fermiamo. Domani, se gli ostaggi torneranno, sarà per noi un giorno di lutto trasformato in speranza. Se non torneranno, il mondo dovrà guardarci di nuovo — e dirci, con la stessa onestà che oggi chiediamo a noi stessi, quale scelta resta a chi è stato spinto sull’orlo di una scelta che, sebbene legittima dal punto di vista della nostra difesa, avrebbe implicato conseguenze dolorose e tragiche.

Grazie.

Postilla esplicativa

Questo discorso immaginario sviluppa quella che, come già sostenuto in un articolo apparso su L’Opinione delle libertà il 20 febbraio 2024 (Cosa fare di fronte al ricatto capitale di Hamas?) sarebbe stata secondo me la strategia più giusta, e al tempo stesso la più umana, da seguire per Israele, e cioè, succintamente, quella di “non reagire”.

Nello stesso articolo, sostenevo però che qualsiasi primo ministro di qualsiasi Paese democratico che avesse deciso di adottare una strategia simile, magari pronunciando un discorso come quello del Primo Ministro immaginario di cui sopra, sarebbe stato in breve tempo costretto alle dimissioni dal suo parlamento.

La strategia più giusta può infatti rivelarsi nella storia anche poco realistica. In quell’articolo sostenevo anche che qualsiasi reazione parziale, che avesse portato cioè alla morte di alcune migliaia di persone senza riuscire a sradicare Hamas da Gaza, sarebbe stata la più controproducente per Israele e anche la più responsabile di crimini contrò l’umanità, perché avrebbe provocato delle morti completamente inutili rispetto al fine da conseguire, lasciando intatto il pericolo per la sicurezza futura dello Stato ebraico e anzi rafforzandolo per l’incremento dell’ondata antisemita che avrebbe provocato a livello internazionale.

Non posso quindi che rammaricarmi nel constatare che oggi, opponendosi all’occupazione provvisoria della Striscia di Gaza annunciata dal governo israeliano – nell’attesa di affidarne poi la gestione a quei paesi arabi che stavano per stipulare con lo Stato ebraico gli accordi di Abramo – la maggior parte dei governi occidentali intendono di fatto favorire proprio la soluzione più pericolosa per Israele e quella più favorevole a sancire una vittoria di Hamas, premiando in modo evidente l’azione criminale del 7 ottobre 2023.


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7 pensieri su “Discorso immaginario di un primo ministro israeliano un mese dopo il 7 ottobre 2023

  1. Luciano Roffi dice:

    Secondo me la reazione militare di Israele, con tutti i lutti imposti dalla strategia degli scudi umani di Hamas, era inevitabile: non c’è altro modo per eliminare la minaccia. Però poteva essere posticipata: Israele incassava l’importantissimo riconoscimento dell’Arabia Saudita e solo dopo scatenava la guerra

    • Gustavo Micheletti dice:

      Nell’ipotesi del primo ministro immaginario, forse avrebbe anche avuto qualche probabilità on più di riportare gli ostaggi a casa vivi Qualora, come molto probabile, questo non fosse stato possibile in seguito al rifiuto di Hamas, credo che Israele avrebbe avuto un riconoscimento più chiaro del diritto di difendersi costr’unica strategia possibile e necessaria non solo da parte dell’Arabia Saudita e di altri paesi arabi, ma anche dell’Occidente in generale.

  2. Gino Saccioni dice:

    Chi sostiene che Israele non poteva non, che non poteva umiliarsi ulteriormente, che non poteva trattare ancora in quel frangente, dimentica IL FATTO CENTRALE: Israele alle 10 del mattino del 7 ottobre aveva GIÀ subito una sconfitta strategica di immane portata (paragonabile all’aggiramento della linea Maginot da parte di Hitler e alla conseguente resa della Francia). Un fatto incancellabile, e i 60000 morti successivi (fra cui 1000 soldati israeliani) senza un chiaro risultato ne amplificano l’eco e la rilevanza strategica. Una sconfitta frutto di una accurata, lunghissima preparazione militare, ed una eccellente esecuzione (è una fredda analisi, piaccia o no). Il responsabile ultimo di quella sconfitta è ancora al suo posto, e lotta per rimanerci, adattando la strategia ogni 3 mesi a tattiche mediatiche e necessità di politica interna. Questo è quanto appare a me.

    • Gustavo Micheletti dice:

      Per uno di quei paradossi che la storia spesso ci propone, oggi la non sconfitta di Israele passa dallo sradicamento di Hamas da Gaza, che solo Netaniahu può portare a termine, proprio Netaniahu la cui politica è stata in parte un riflesso del potere di Hamas. Dopo però secondo me si aprirebbero nuovi scenari che un nuovo governo israeliano, a mio avviso molto probabile, potrebbe sviluppare insieme ai paesi arabi e insieme eventualmente anche a una nuova guida dell’Anp in direzione di un accordo di pace finalmente stabile e complessivo.

  3. Gustavo Micheletti dice:

    Questi discorso immaginario non ha nulla a che fare col la posizione di Chamberlain. Questo è un discorso che avrebbe lasciato una possibilità agli ostaggi di tornare a casa vivi, e che se non fosse riuscito in quest’intento – come peraltro penso – avrebbe comunque sfidato chi oggi critica Israele a trovare una soluzione alternativa. Poiché in realtà non credo che dopo il fallimento di quella soluzione ci sarebbe stata una soluzione diversa da quella in corso, avrebbe consentito comunque a Israele di combattere la sua battaglia mediatica da una posizione diversa – più forte sia rispetto al suo fronte interno sua rispetto a quello esterno – dopo aver avuto anche prima di iniziare la guerra l’occasione per dimostrare che purtroppo non esistevano alternative. Pur permanendo anche in quello scenario una reazione internazionale globalmente di marca antisemita, credo che israele avrebbe potuto gestirla meglio e con conseguenze meno gravi per sé e tutti i governi e tutte le persone che gli sono vicini e riconoscono nella sua democrazia di frontiera un valore da difendere.

    • Gino Saccioni dice:

      Concordo completamente. Probabilmente sarebbe andata per le lunghe, Hamas si è visto è maestra di strategia mediatica. L’unico che avrebbe perso tutto nel giro di 3 mesi era e rimane lui, Netanyahu.

  4. Giovanni De Merulis dice:

    Discorso immaginario di Chamberlain alla camera dei comuni. Stesso identico discorso pubblicato qui sopra sostituendo “Israele” con “Europa” e “Hamas” con “Germania. Poi per fortuna è arrivato Churchill.

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