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L’insostenibile inconsistenza del populismo 5 stelle in filodiffusione

Politica italiana

L’insostenibile inconsistenza del populismo 5 stelle in filodiffusione

C'è un'inconsistenza sottile e insopportabile che si insinua nelle playlist dei ristoranti alla moda, negli aperitivi con vista, nelle hall degli hotel di design e negli studi dentistici-galleria d’arte. È il ronzio impalpabile delle cover "easy listening": un genere musicale che, sull'onda del successo del progetto

Alessandro Tedesco15/08/2025Aggiornato 15/08/20255 min lettura1.003 parole
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C’è un’inconsistenza sottile e insopportabile che si insinua nelle playlist dei ristoranti alla moda, negli aperitivi con vista, nelle hall degli hotel di design e negli studi dentistici-galleria d’arte. È il ronzio impalpabile delle cover “easy listening”: un genere musicale che, sull’onda del successo del progetto Nouvelle Vague e di esperimenti più recenti come quelli di Bossa Broke, ha prima preso in prestito l’urgenza della new wave e del post-punk, per poi contagiare anche il blues, il soul e il country, svuotandoli della loro anima per trasformarli in un’elegante e innocua tappezzeria sonora.

L’operazione, inizialmente quasi un gioco intellettuale, ha rivelato la sua vera natura: un meccanismo di consumo culturale inarrestabile, incredibilmente simile all’espansione del populismo contemporaneo. Se prima il bersaglio era la rabbia urbana e bianca del post punk e della new wave, ora l’offensiva si è allargata. Il blues, nato dalla polvere e dalla sofferenza del Delta del Mississippi; il soul, grido di orgoglio e di lotta della comunità afroamericana; il country, racconto di vite aspre e di cuori spezzati. Tutto viene levigato, privato della sua grana, della sua storia, del suo dolore, ridotto a un sottofondo gradevole: una cover superficialmente “autentica” e pronta per un facile consumo.

Il meccanismo è subdolo e affascinante: si prende un brano iconico, nato da un’urgenza espressiva, e gli si cancella l’anima, se ne estirpa la storia, se ne leviga il dolore. Spogliatelo della sua elettricità, delle sue chitarre distorte, al posto della sua voce graffiante o del suo lamento rivestitelo con i panni rassicuranti della bossa nova, con un cantato sussurrato e monocorde, con ritmi compassati che invitano più a ordinare un altro calice di vino che a mettere in discussione lo status quo.

Il risultato è un prodotto musicale perfettamente digeribile, un elemento di consumo che non disturba, anzi, che crea un’atmosfera “cool” e ricercata proprio giocando sull’effetto straniante del contrasto. “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division, un inno alla disintegrazione sentimentale e all’angoscia esistenziale, diventa così un motivetto canticchiabile tra una portata e l’altra.

Nouvelle Vague ha fatto di questa formula un marchio di fabbrica, costruendo un successo internazionale sulla decontestualizzazione e sulla neutralizzazione di un intero patrimonio culturale. La loro operazione, seppur musicalmente curata, rappresenta l’apice di un processo di commercializzazione che svuota l’arte della sua sostanza critica.

Non si tratta di un omaggio, ma di un’appropriazione che nega l’essenza stessa dell’originale. È un’operazione populista in senso culturale: si prende un contenuto “alto” o “altro” e lo si rende accessibile a un pubblico vasto, non attraverso un processo di educazione o di approfondimento, ma attraverso una semplificazione che ne annulla la complessità e la potenza.

Questa dinamica non può non far pensare alla traiettoria del Movimento 5 Stelle. Nato come un “vaffa” liberatorio contro la “casta”, il M5S ha cavalcato l’onda del malcontento popolare promettendo una rivoluzione basata sulla democrazia diretta e sulla trasparenza. Le piazze urlanti, la critica feroce alle istituzioni, la promessa di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” rappresentavano l’equivalente politico delle chitarre sferraglianti dei Clash o dei Sex Pistols. Era una musica nuova, assordante e per certi aspetti eversiva.

Poi, l’ingresso nelle istituzioni. La “new wave” politica ha iniziato a trasformarsi in una più rassicurante “bossa nova” di governo. Le urla si sono trasformate in trattative, le posizioni intransigenti in compromessi necessari. La spinta eversiva si è progressivamente affievolita, normalizzata dalle pratiche e dai linguaggi di quella stessa politica che si voleva combattere.

La promessa di una democrazia digitale e orizzontale si è scontrata con la necessità di una leadership e di una struttura partitica più tradizionale. L’inconsistenza, appunto. Quella di un movimento che si professava “né di destra né di sinistra” e che ha finito per governare con entrambi gli schieramenti. Quella di un populismo che, una volta al potere, ha dovuto fare i conti con la realtà, smussando gli angoli più acuti del proprio messaggio per renderlo compatibile con l’establishment.

La dinamica è la stessa, implacabile. Così come le cover da lounge hanno prima disinnescato la carica eversiva del punk per poi estendere il loro contagio a tutta la musica, rendendo ogni canzone un innocuo sottofondo per consumatori, la parabola del M5S ha seguito un copione identico.

Partita dalla rabbia focalizzata contro il “Palazzo”, ha finito per fagocitare ogni tema dello scibile politico, normalizzando la protesta fino a renderla un elemento gestibile all’interno del sistema. Il risultato è il medesimo: uno svuotamento totale di senso, il passaggio dalla ribellione al brusio di fondo. La forma rimane riconoscibile – la melodia di “God save the queen” o lo slogan “uno vale uno” – ma la sostanza è evaporata. Ciò che resta è un guscio vuoto, un prodotto di consumo inutile nel suo tradimento dell’originale, che sia esso un brano musicale o un’istanza di cambiamento politico.

Questa musica impalpabile, questa politica normalizzata, rispondono a una stessa esigenza contemporanea: l’addomesticamento del conflitto, la creazione di un ambiente confortevole e privo di asperità. Un mondo in cui anche la ribellione può essere messa in filodiffusione, purché non disturbi i commensali.

Ma è proprio in questa apparente inoffensività che si nasconde l’insidia più grande: l’assuefazione a un presente senza spigoli, l’incapacità di distinguere tra un originale e la sua copia edulcorata, tra una vera istanza di cambiamento e la sua rappresentazione populista e di facciata.

Una musica, e una politica, che suonano come una promessa non mantenuta, lasciando in bocca l’amaro sapore di un’inconsistenza, quella sì, davvero insopportabile.


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3 pensieri su “L’insostenibile inconsistenza del populismo 5 stelle in filodiffusione

  1. blogdibarbara dice:

    Conoscendo piuttosto bene l’ideatore di M5S (siamo quasi coetanei), i suoi deliri novax (e non solo), i suoi appelli a bombardare Tel Aviv, tutti i soldi che ha fatto vendendo colossali bufale, il suo stile comunicativo (una volta in un post ho messo a confronto un video di un suo comizio e uno di Hitler: chi li avesse ascoltati senza guardare e non conoscendo nessuna delle due lingue, difficilmente si sarebbe accorto che si trattava di due comizi diversi tenuti da due persone diverse), la domanda che pongo (agli altri, perché io di dubbi sinceramente ne ho pochi) è: ma in quel guscio, c’è mai stato un contenuto?

  2. Paolo dice:

    Mentre dal parrucchiere o all’aperitivo la versione imborghesita e vacua di stone free accompagna i riti di consumo, gli eredi di Jimi incassano.
    Mentre in parlamento o nelle altre istituzioni la versione imborghesita e vacua del M5S accompagna i riti della politica, coloro che si spacciano per gli “eredi” politici di Grillo e Casaleggio … incassano.
    Rientrare nei ranghi paga sempre.
    Grazie Alessandro Tedesco per questa analisi, soprattutto per quella musicale: da anni avvertivo disagio profondo nel sentire la rivisitazione lounge della rabbia del rock, ma non sono mai riuscito ad esprimere quel sentimento di autentico fastidio, e il suo perché, in modo così consapevole.

    • Alessandro Tedesco dice:

      Grazie mille Paolo. Era da tanto che volevo scrivere qualcosa su questo disastro culturale inaccettabile!

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