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L’unità europea può rinascere grazie a un Paese che ancora non ne fa parte

Conflitto russo-ucraino

L’unità europea può rinascere grazie a un Paese che ancora non ne fa parte

Per troppo tempo l’Europa è rimasta sepolta sotto le convenienze dei governi e il calcolo miope delle singole nazioni, ma non ha mai smesso di esistere. Alla Casa Bianca, accanto a Volodymyr Zelensky, non sono stati i leader a contendersi la ribalta: è stato il continente

Davide Baldoni20/08/2025Aggiornato 19/08/20254 min lettura715 parole

Per troppo tempo l’Europa è rimasta sepolta sotto le convenienze dei governi e il calcolo miope delle singole nazioni, ma non ha mai smesso di esistere. Alla Casa Bianca, accanto a Volodymyr Zelensky, non sono stati i leader a contendersi la ribalta: è stato il continente stesso a parlare con una sola voce, mostrando di poter tornare protagonista della storia invece che spettatore passivo.

La guerra in Ucraina, minaccia che mette in discussione la nostra stessa esistenza, ha riportato in superficie ciò che i nazionalismi avevano soffocato: il sentimento europeo. Radici che affondano in millenni di pensiero condiviso, nella Grecia e nella Roma antiche, nel pensiero giudaico-cristiano e che attraversano il Rinascimento italiano per sublimare nell’Illuminismo nord-europeo. L’Europa è la culla della civiltà occidentale, concetto che per miopia è stato a lungo dimenticato.  

C’è un paradosso che oggi diventa simbolo: l’unità europea è rinata grazie a un Paese che ancora non ne fa parte. L’Ucraina, con la sua resistenza, si è rivelata un mattone insostituibile del progetto europeo. Senza Kiev, senza il sacrificio del suo popolo, questo risveglio non sarebbe stato possibile. Ed è ancora Kiev, paradossalmente, a ricucire la ferita della Brexit: Londra appare sempre più coinvolta in questo processo, spinta verso un ritorno che non è più solo auspicabile, ma che sembra inevitabile. 

La destabilizzazione globale provocata dall’amministrazione Trump non poteva più essere ignorata. A Washington il presidente ha sorriso, ha fatto gli onori di casa, ha recitato la parte del “good guy”. Ma nessuno si è fatto illusioni: dietro le porte chiuse resta lo stesso leader erratico, contraddittorio, imprevedibile. Non era per Putin che ci si è seduti attorno al tavolo: un vero vertice trilaterale non si realizzerà mai, perché il Cremlino non potrebbe reggere un confronto diretto con un’Europa e un’America unite senza smascherare la propria debolezza e natura criminale. Lo scopo era un altro, chiaro e semplice: scoprire il bluff di Trump e metterlo con le spalle al muro. Puoi raccontarla come vuoi, Donald, puoi stendere tappeti rossi ai dittatori, ma qui l’aria è cambiata. O ti adegui, o la storia ti consegna alla sconfitta. Tertium non datur. 

In quel bluff si è consumato il ridimensionamento del presidente americano. I suoi proclami — “ho fermato sei guerre”, “chiudo questo conflitto in 24 ore” — hanno rivelato soltanto il vuoto di un leader privo di visione strategica, guidato più dal narcisismo e dall’ammirazione per i dittatori che da un progetto politico coerente. Colui che ha sempre provato a dividere l’Europa si è trovato costretto ad accoglierne l’unità senza poter imporre tempi o condizioni. Non per scelta, ma perché non aveva alternative. 

Il vertice di Washington non ha sancito l’ordine mondiale che Trump sognava, fondato su sfere di influenza e compromessi con le autocrazie. Ha mostrato invece l’abbozzo di un equilibrio diverso, in cui l’Europa non arretra, non attende e non accetta più di essere ridotta a vassallo. È un’Europa che si scopre adulta e consapevole, pronta a colmare il vuoto lasciato da un’America distratta. Non per antagonismo, ma per necessità storica. 

Al centro resta l’Ucraina, ma la posta in gioco è più ampia: la libertà come principio europeo. È qui che la libertà è nata, ed è qui che trova oggi il suo ultimo baluardo. Non sarà oggetto di trattativa né di scambio geopolitico. L’Europa, almeno per un giorno, lo ha ricordato a se stessa: la libertà non si mendica, non si delega, non si compra. Si difende, insieme. 

Forse a Washington abbiamo visto l’inizio di una nuova Europa: più autonoma, più adulta, più fedele al sogno dei padri fondatori. Non più subalterna. Finalmente protagonista. 


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2 pensieri su “L’unità europea può rinascere grazie a un Paese che ancora non ne fa parte

  1. Luciano Roffi dice:

    Cerco di mettere “mi piace” e invece mi compare uno strano sito … mah …
    Detto questo mi pare una visione ottimistica, piacevole ma astratta. Contano i rapporti di forza e gli europei, che hanno voluto ostinatamente restare divisi, con 27 sistemi diversi e non coordinati, sono inevitabilmente deboli di fronte all’impero americano. Prova ne siano i dazi che l’Unione e’ sta costretta a subire senza reagire, ringraziando il tycoon per non essere stato troppo cattivo. Dovevamo fare gli Stati Uniti d’Europa almeno 20 anni fa, allora avremmo avuto il tempo di sviluppare una forza in grado di trattare alla pari con gli imperi. Ora è tardi: siamo solo delle prede che sperano che chi le catturerà non sia troppo cattivo

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