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L’Occidente e la narrazione penitenziale della propria storia

Il dibattito delle idee

L’Occidente e la narrazione penitenziale della propria storia

Il mestiere dello storico non è quello di giudicare. Lo scriveva con lucidità Marc Bloch nell’“Apologia della storia”. Un secolo dopo, l’Occidente sembra aver dimenticato questo principio. O meglio: l’ha sostituito con una forma di autocoscienza morale che spesso si avvicina alla fustigazione storica. Lungi dal

Donatello D'Andrea15/10/2025Aggiornato 14/10/20259 min lettura1.923 parole
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Il mestiere dello storico non è quello di giudicare. Lo scriveva con lucidità Marc Bloch nell’“Apologia della storia”.

Un secolo dopo, l’Occidente sembra aver dimenticato questo principio. O meglio: l’ha sostituito con una forma di autocoscienza morale che spesso si avvicina alla fustigazione storica. Lungi dal rappresentare un processo di maturazione, questo atteggiamento finisce per appannare la comprensione storica degli eventi, rendendola funzionale a un giudizio etico-politico retroattivo.

Fare storia non significa giudicare, ma comprendere. È il principio che anima la tradizione storica più rigorosa, da Tucidide a Raymond Aron, per il quale il compito dello storico non è formulare condanne morali, ma analizzare il gioco delle forze, gli interessi, le strutture che danno forma al divenire. Eppure, nell’Occidente del XXI secolo, questo principio appare sempre più offuscato da una rilettura etico-politica del passato, spesso piegata a categorie normative attuali, incapaci di cogliere la natura conflittuale, stratificata e non redimibile della storia.

Nel contesto europeo — e, con modalità proprie, statunitense — si assiste a una sorta di “fustigazione morale” della propria eredità storica, una pulsione autocritica che ha trasformato le grandi vicende della modernità — colonizzazione, guerra, dominio imperiale — in collezioni di colpe, da espiare e da condannare in nome di una nuova coscienza identitaria. Ma la storia, come ricordava Aron nella sua “Introduzione alla filosofia della storia”, non si lascia ridurre a etica applicata al passato. La storia è sempre storia di potere, di guerra, di gerarchie, e ogni tentativo di leggerla esclusivamente in chiave morale comporta una drastica semplificazione del reale, fino alla rimozione della dimensione tragica, strutturale, strategica del politico.

Questo slittamento ha prodotto effetti profondi: la memoria ha preso il posto della storia, l’indignazione ha sostituito la spiegazione, il desiderio di redenzione morale ha prevalso sulla necessità di capire. L’Occidente giudica sé stesso più di quanto analizzi sé stesso, e così facendo rischia di dissolvere non solo il proprio passato, ma anche la propria capacità di interpretare il presente.

In fondo, come già insegnava Aron, la storia è comprensione delle scelte in condizioni determinate, analisi delle possibilità, studio dei vincoli. È, innanzitutto, comprensione delle logiche con cui gli attori si muovono nello spazio del conflitto. Togliere alla storia il suo statuto autonomo — fatto di forza, razionalità e contingenza — significa trasformarla in una narrazione consolatoria, o colpevolizzante, ma sempre estranea alla complessità della realtà storica.

I limiti morali dello sguardo storico occidentale

Il problema non è nuovo, ma oggi assume contorni inediti. Nella stagione della decolonizzazione culturale, della cancel culture e della memoria globale, il passato è diventato materia di giudizio etico più che di analisi storica. L’Occidente — in particolare l’Europa — ha assunto una postura profondamente autocritica, spesso fino all’auto-negazione. La colonizzazione, la tratta degli schiavi, il nazionalismo, la guerra: tutto viene ripensato in chiave morale, senza contestualizzazione, senza analisi sistemica. Il risultato è un approccio monodimensionale, in cui gli eventi sono o buoni o cattivi, i protagonisti o vittime o carnefici, senza sfumature.

Il caso del Columbus Day è emblematico: una festa pensata per celebrare l’identità americana è stata progressivamente smantellata, sotto l’accusa di glorificare il massacro indigeno. Il problema, tuttavia, non è il riconoscimento delle violenze del passato — doveroso — ma l’incapacità di guardare a quei processi con una lente storica. Se ogni evento storico è giudicato sulla base della morale contemporanea, la storia stessa perde consistenza come disciplina autonoma.

Come sosteneva Raymond Aron, la funzione dello storico è comprendere i rapporti tra potere e ideologia, tra decisioni politiche e contesti. Il giudizio etico, pur legittimo, appartiene alla sfera civile, non a quella della ricerca storiografica.

Medio Oriente e Africa: quando la morale oscura la storia

Il Medio Oriente è un caso esemplare dell’applicazione selettiva e moralistica dello sguardo storico occidentale. La condanna del colonialismo europeo e del ruolo occidentale nella regione è sacrosanta, ma spesso si traduce in una semplificazione morale che impedisce di cogliere le dinamiche più profonde: trasformazioni geopolitiche, logiche di potere inter-arabe, conflitti religiosi, strategie delle potenze regionali e internazionali. La storia viene evocata solo per sottolineare torti, colpe, eredità pesanti — mai come leva per comprendere e agire nel presente.

Un esempio paradigmatico è il giudizio su alcune proposte di accordo o di tregua — come il piano Trump per Gaza — spesso liquidate da una parte dell’intellighenzia occidentale come “coloniali”, “unilaterali”, “non rispettose dei palestinesi”. Ma la storia diplomatica insegna che ogni ordine postbellico nasce da rapporti di forza, non da simmetrie morali. Certo, in questo caso, gli attori regionali — come Egitto, Qatar e Arabia Saudita — partecipano oggi attivamente ai processi negoziali, e la loro influenza è fondamentale per la tenuta dell’accordo. Ma resta il dato strutturale: nelle fasi critiche, la tregua viene disegnata da chi ha la forza militare, politica o finanziaria per imporsi sul tavolo.

Nel 1943, quando l’Italia firmò l’“armistizio” (in realtà una resa senza condizioni), nessuno si chiese se esso tenesse conto degli italiani: la pace è sempre imposta da chi può garantirla, non contrattata tra pari. Pensare che oggi si possa applicare una morale astratta a contesti di guerra e asimmetria significa ignorare la natura diseguale e conflittuale delle relazioni internazionali.

A tutto ciò si aggiunge un paradosso: mentre l’Occidente si avvita in una narrazione penitenziale della propria storia, altre potenze si muovono con approcci radicalmente opposti. Cina, Russia e Turchia non rimuovono il proprio passato né lo sottopongono a giudizi morali. Lo utilizzano, piuttosto, come strumento strategico, come capitale simbolico e narrativo per legittimare l’azione politica presente.

Si tratta di ciò che potremmo definire un post-storicismo strategico: la storia non è né oggetto di colpa né di purificazione, ma risorsa attiva per l’azione geopolitica. La Cina si rifà alla lunga durata della civiltà cinese per legittimare il proprio posto nel mondo, non per oscurarlo; la Russia putiniana riscrive la storia della Seconda guerra mondiale e del comunismo per riaffermare un’identità imperiale e messianica; la Turchia di Erdo?an rilegge l’eredità ottomana come progetto neo-imperiale, proiettandosi in Africa, nei Balcani e nel Mediterraneo.

In nessuno di questi casi assistiamo a un processo di “autoflagellazione storica”. Al contrario: l’uso della storia è politico, finalizzato, funzionale alla costruzione di una visione del mondo. L’Occidente, invece, sembra aver delegato la propria memoria al pentimento, disarmando sé stesso culturalmente prima ancora che politicamente.

Ed è qui che si coglie la differenza strutturale: chi non sa usare la propria storia, viene usato dalla storia altrui.

L’ossessione per la colpa come forma di autocentrismo

L’Occidente contemporaneo appare afflitto da una forma di colpevolizzazione permanente, una sorta di auto-processo storico che si rinnova di generazione in generazione. Invece di elaborare il passato come terreno per agire nel presente, si preferisce inchiodarsi a una narrativa penitenziale che — più che liberare — immobilizza.

Ma questa ossessione per la colpa è tutt’altro che innocente: non solo non ripara, ma non spiega. È una forma paradossale di autocentrismo culturale, perché continua a porre l’Occidente al centro della scena anche quando si propone di criticarlo. È sempre l’Occidente a “fare” o “disfare” la storia — nel bene e nel male. Così facendo, si nega ogni agency al resto del mondo, ridotto a oggetto passivo di ingiustizie da espiare.

A forza di incolparsi, l’Occidente ha rinunciato a fare la storia. Ha abdicato al ruolo di attore, diventando spettatore autocritico del proprio passato e, con esso, del presente e del futuro. La storia viene raccontata come un archivio di colpe, anziché come campo di possibilità. Il risultato è un racconto distopico, iper-moralizzato, in cui il presente è il prezzo da pagare per colpe mai espiate e il futuro è schiacciato dal timore di ripeterle.

Il problema non è l’etica, ma la sua trasformazione in dispositivo di censura storica. Se ogni decisione politica viene letta con la lente dell’“oppressione”, del “privilegio” o della “responsabilità storica”, si produce una paralisi dell’azione. Si teme di sbagliare più di quanto si desideri trasformare. E in geopolitica, l’immobilismo è una forma di debolezza strategica.

Nel clima attuale, anche il solo proporre un’analisi degli interessi nazionali o delle logiche di potere viene subito etichettato come “cinico”, “disumano”, “amorale”. Ma una cultura politica che confonde la morale con la storia finisce per perdere entrambe: non comprende il mondo, né riesce a cambiarlo.

In ultima analisi, la colpa non produce azione, ma penitenza rituale. Non genera comprensione, ma giudizio retrospettivo. Non restituisce complessità, ma costruisce una memoria selettiva e colpevolizzante, incapace di riconoscere la pluralità dei fattori storici.

Liberarsi da questa ossessione non significa rimuovere le responsabilità. Significa ricollocare la storia in un orizzonte di possibilità, non in una gabbia morale. Perché chi smette di pensarsi come soggetto della storia, smette anche di incidere sulla realtà.

La storia come conflitto, non come tribunale

Riscoprire la natura conflittuale della storia non significa giustificare la violenza, ma comprendere le dinamiche reali del potere. In Occidente, la tendenza a trasformare la storia in un processo permanente — dove i colpevoli devono essere identificati, giudicati e puniti — ha oscurato la verità più elementare della politica: la storia si muove attraverso il conflitto.

Questo principio è ben chiaro già in Machiavelli, che nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio non attribuisce valore morale agli eventi, ma li interpreta alla luce delle forze che li muovono. Il conflitto tra patrizi e plebei, dice, è stato motore di libertà, non di decadenza. Non esiste un ordine giusto in sé: esistono equilibri di forza che producono stabilità o rottura. La virtù, nel lessico machiavelliano, non è bontà, ma capacità di agire efficacemente nel tempo storico. È politica in senso pieno.

Analogamente, Carl Schmitt — nella sua critica alla neutralizzazione della politica in epoca liberale — ricorda che ogni ordine politico nasce da un atto di decisione sovrana, e che il fondamento del politico è la distinzione amico/nemico. Al di là delle simpatie, è impossibile negare la lucidità analitica del pensatore tedesco nel cogliere che ogni ordine, anche quello apparentemente pacificato, si fonda su un precedente atto di esclusione o di conquista. È ciò che rende l’ordine un fatto storico, non una costruzione normativa.

La visione occidentale contemporanea, invece, tende a rimuovere questa dimensione conflittuale e fondativa della storia, come se l’ordine potesse nascere da un patto etico universale. Ma la realtà insegna che le architetture politiche si costituiscono sempre in risposta a rotture precedenti: guerre, rivoluzioni, sconfitte, cadute di imperi. Nessun trattato, nessuna pace, nessun sistema internazionale è mai nato dalla sola forza del diritto: sempre, dietro, c’è il potere.

Oggi più che mai, in un contesto globale segnato dal ritorno della competizione tra potenze, risulta anacronistico giudicare il presente con la lente dell’indignazione morale. Si impone, invece, una lettura strategica della storia, capace di tenere insieme interessi, ideologie, equilibri e conflitti.

Come scriveva ancora Schmitt, “chi non è disposto a parlare del nemico, non è in grado di parlare di politica”. E potremmo dire che chi non è in grado di parlare del conflitto, non è in grado di leggere la storia.

Solo recuperando questa consapevolezza è possibile tornare a essere attori nella storia, e non semplici cronisti del passato altrui.


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3 pensieri su “L’Occidente e la narrazione penitenziale della propria storia

  1. Maria Nadia dice:

    Ho letto in diagonale ma mi è sfuggita la condanna dell’imperialismo arabo e islamista che ha conquistato sottomesso e convertito mezzo mondo, dal Magreb all’Indonesia e buona parte dell’Africa subsahariana.
    Quindi l’occidente dovrebbe sentirsi in colpa per averli fermati a Poitiers e Lepanto???

    • Donatello D'Andrea dice:

      Capisco il punto, ma credo ci sia stato un malinteso sul senso dell’articolo.

      Non si trattava di assolvere l’Occidente o di condannare altri. L’analisi non mirava a riscrivere la storia in chiave apologetica, né a minimizzare gli imperialismi altrui (inclusi quello arabo-islamico, ottomano, cinese o russo), ma a segnalare un meccanismo culturale molto specifico: l’inclinazione dell’Occidente a rileggere la propria storia quasi esclusivamente attraverso una lente autocritica o penitenziale, a differenza di altri attori globali che, pur avendo alle spalle storie altrettanto imperiali, non ne fanno oggetto di revisione morale interna.

      Il punto non è “chi ha fatto cosa” nel VII o nel XVI secolo, ma come oggi ogni civiltà costruisce il proprio rapporto con la memoria, con l’eredità storica e con il potere. Il rischio che si segnalava è che, senza un equilibrio tra autocritica e consapevolezza storica, l’Occidente possa perdere la capacità di legittimare la propria presenza e i propri valori nello scenario globale, soprattutto in un contesto competitivo dove la narrazione conta tanto quanto la forza.

      Non serve riscrivere la storia. Serve conoscerla tutta, senza eccezioni, ma anche comprendere come oggi quella storia viene rappresentata, insegnata e interiorizzata.

      Questo era – ed è – il punto dell’analisi.

  2. Giuseppe Rossi dice:

    Finalmente un po’ d’acqua fresca dí sorgente nel deserto della banalità quotidiana.
    Bravissimo Donatello D’Andrea!

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