Il dibattito delle idee
La responsabilità vicaria e il pronome “voi” come scudo
Nella moderna agorà digitale, dove il carattere è moneta e il tempo è tiranno, si assiste a una curiosa mutazione morfologica del discorso pubblico. Il dialogo, quel fragile esercizio di specchi tra un “io” e un “tu” (o un rispettoso “lei”), sta cedendo il passo a



Nella moderna agorà digitale, dove il carattere è moneta e il tempo è tiranno, si assiste a una curiosa mutazione morfologica del discorso pubblico. Il dialogo, quel fragile esercizio di specchi tra un “io” e un “tu” (o un rispettoso “lei”), sta cedendo il passo a una struttura sineddotica tanto affascinante quanto inquietante: l’ascesa del “voi” inquisitorio.
Non si tratta del voi reverenziale di memoria scolastica, né del plurale per scopi cooperativi. È un “voi” divisivo, una sorta di trincea grammaticale che serve a marcare una linea di faglia tra l’eletto — colui che scrive, avvolto nel mantello della verità — e l’interlocutore, il quale cessa di essere un individuo per diventare un anonimo rappresentante di una categoria “nemica”.
Osservando le dinamiche social, è possibile tracciare una vera e propria tassonomia di questo pronome bellico. Come suggerito dagli esempi nelle immagini allegate — dove il dibattito si sposta rapidamente dal merito del discorso alla delegittimazione dell’altro — il “voi” assume sfumature semantiche raffinate.
Voi estraneantis
È il voi della colpa proiettata. Serve a chiamarsi fuori da un disastro attribuendone la paternità a un “altrui” indistinto. È il voi di chi accusa: «Voi avete altri piani in mente e noi lo abbiamo capito», dove il pronome serve a sigillare l’altrui malafede senza necessità di prove.
Voi miserabilis
Qui il pronome assume un valore dispregiativo, indicando una presunta incapacità ontologica di comprendere la realtà o di vivere secondo “giusti” canoni morali. È il voi che tenta di schiacciare l’individuo sotto il peso di una collettività mediocre.
Voi anacronisticus
Il valore semantico di chi incatena l’interlocutore a un passato ingombrante. È quel voi che precede quasi inevitabilmente l’etichetta di “fascista” o “neofascista”, utile a ostacolare le riforme bollando l’altro come un residuato bellico di ottant’anni fa.
Voi fantasmaticus
L’evocazione di un nemico che non c’è — o meglio, che non è presente nella conversazione specifica. Si risponde a una singola persona usando il plurale per sottintendere che essa non parli per sé, ma sia il terminale di una “centrale del male” occulta.
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L’utilizzo del “voi” permette un’operazione psicologica di rara efficacia: la sottrazione al dialogo. Se l’interlocutore è un “voi”, non è più necessario ascoltare le sue ragioni individuali; basta attaccare il “pacchetto ideologico” che gli è stato cucito addosso.
Si instaura così una sorta di responsabilità vicaria. Similmente alla “vergogna vicaria”, in cui proviamo un disagio profondo per un’azione commessa da altri, in questo cortocircuito verbale accusiamo l’interlocutore di peccati collettivi. Il singolo sparisce, inghiottito da una colpa di gruppo che non ha scelto.
Un esempio folgorante, tratto dai recenti scambi sul social X, chiarisce perfettamente questa dinamica di “arruolamento forzato” e la conseguente resistenza dell’io che tenta, invano, di rivendicare la propria specificità:
Peps: «Voi avete altri piani in mente e noi lo abbiamo capito. Quindi un grande NO!»
Rosa Filippini: «Voi?!?»
Peps: «Esattamente voi. Voi inteso come reazionari. Tutto chiaro?»
In questo passaggio, il “voi” assume una funzione puramente accusatoria. Davanti allo smarrimento di chi chiede conto di quella pluralità — «Voi?!?» — la risposta non è una spiegazione, ma una condanna definitiva: «Esattamente voi». L’interlocutore viene così incasellato d’ufficio nella categoria dei “reazionari”, rendendo ogni ulteriore scambio inutile. È la negazione del volto a favore della maschera.
Il “voi” della discordia è, in ultima analisi, un sintomo di pigrizia intellettuale. È molto più semplice condannare una folla immaginaria che confrontarsi con la complessità di una singola mente. Eppure questa abitudine verbale sta trasformando il discorso pubblico in un tribunale permanente, dove la sentenza è già scritta nel pronome scelto per l’incipit.
Sarebbe forse opportuno riscoprire la dignità del “tu”, se non del cortese “lei”, oggi in triste disuso, con tutta la fatica che comporta riconoscere l’altro come un essere umano autonomo e non come l’ennesimo mattone di un muro ideologico.
Perché, a furia di gridare “voi”, rischiamo di dimenticare come si dice “noi”.

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applausi
Splendida analisi.
Vorrei però sottolineare l’uso virtuoso del Voi che mi fu spiegato da un signore napoletano:
Il Lei è un pronome di cortesia, ma il Voi, per noi Napoletani, è una formula di rispetto affettuoso.
Ma la distinzione non si pone più, dato che il Voi colloquiale è ormai abolito e il Lei in via di estinzione.