Il dibattito delle idee
L’inequivocabile trionfo della mediocrità
In un tempo che diffida dell’autorevolezza, appiattisce le differenze e confonde opinione e competenza, la mediocrità smette di essere una condizione ordinaria e diventa un ideale implicito. Non è una diagnosi apocalittica, ma la fotografia nitida di un mutamento culturale già in corso. Quello che segue


In un tempo che diffida dell’autorevolezza, appiattisce le differenze e confonde opinione e competenza, la mediocrità smette di essere una condizione ordinaria e diventa un ideale implicito. Non è una diagnosi apocalittica, ma la fotografia nitida di un mutamento culturale già in corso.
Quello che segue non è un velleitario quadro sociologico, è la presa d’atto di uno stato presente della società, destinato ad evolvere in direzioni imprevedibili, come sempre avviene nella storia.
Nessuna nostalgia del tempo che fu, né catastrofiche previsioni di un futuro temibile.
Solo una fotografia, senza didascalia.
Per lungo tempo la civiltà, in particolare quella occidentale, ha coltivato un’idea semplice: che esistesse una differenza tra il meglio e il peggio. Non era un dogma aristocratico, ma una constatazione elementare. L’idea semplice è sempre stata che alcuni pensano meglio, altri peggio; alcuni costruiscono cattedrali, altri capanne; alcuni scrivono opere destinate a durare, altri effimeri libelli.
Su questa evidenza si è fondata una tensione verso l’alto. Studiare, approfondire, perfezionarsi significa cercare di migliorare se stessi. L’idea stessa di civiltà implica una gerarchia: tra ciò che è eminente e ciò che è soltanto sufficiente, tra mediocre ed eccellente.
Il principio di autorità è stato a lungo alla base di questi assunti, regolando l’accesso alla scala sociale, e certo non ha favorito per secoli le fasce più deboli e la condizione femminile.
Oggi questa gerarchia si è in parte dissolta, non perché l’eccellenza sia scomparsa – malgrado tutto continua a esistere – ma perché la società contemporanea sembra provare una crescente insofferenza verso ciò che emerge, si distingue, primeggia.
Il fenomeno è singolare. In molti campi non si cerca più di elevare il livello generale, ma di ridurre l’altezza di ciò che spicca. È un livellamento silenzioso che non deriva dall’uguaglianza dei diritti, principio nobile e irrinunciabile, ma da una sua caricatura culturale: se tutti devono essere uguali, nessuno deve sembrare migliore.
La scuola offre un esempio eloquente. Un tempo era il luogo dove si cercava di riconoscere e coltivare le capacità individuali; oggi, forse con le migliori intenzioni, sembra preoccuparsi soprattutto di non creare differenze troppo evidenti. Il risultato è un paradosso: nel tentativo di non lasciare indietro nessuno, si è abbassata l’asticella per tutti.
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Anche la politica non sfugge a questa logica. Nelle democrazie contemporanee i cittadini diffidano delle figure troppo autorevoli o competenti. Il leader ideale deve apparire “uno come noi”: linguaggio semplice, pensiero rapido, complessità ridotta al minimo indispensabile. L’autorevolezza appare un’insopportabile distanza, la competenza genera sospetto.
L’informazione contribuisce ad alimentare questo clima. Problemi intricati vengono ridotti a slogan, conflitti complessi a narrazioni binarie, analisi articolate sostituite da frasi ad effetto facilmente condivisibili. La profondità cede alla velocità, l’argomentazione alla reazione.
Nel mondo digitale questa tendenza raggiunge forse la sua forma più evidente. I social media hanno creato una piazza permanente dove ogni opinione appare equivalente al suo opposto e la credibilità sembra misurarsi a colpi di like. L’esperto e l’improvvisato occupano lo stesso spazio e, spesso, detengono la stessa autorevolezza.
Ma non è solo una questione di competenze. In quella stessa piazza digitale si assiste anche a un progressivo degrado del linguaggio pubblico: risse verbali spinte fino al turpiloquio, ormai sdoganato, aggressioni personali elevate a forma di dibattito. E non di rado lo spettacolo prosegue nelle sedi istituzionali, dove le cronache registrano con crescente frequenza risse fisiche perfino nei parlamenti.
A questa diffidenza verso l’eccellenza si aggiunge un fenomeno ancora più sorprendente: la crescente perplessità, quando non una vera e propria avversione, nei confronti della scienza.
Per secoli il sapere scientifico è stato considerato uno dei vertici della civiltà umana; metodo, verifica e rigore distinguevano il sapere derivante dalla prova sperimentale dall’opinione.
Oggi invece assistiamo a una preoccupante inversione: lo specialista viene guardato con sospetto, la ricerca accusata di secondi fini, il metodo scientifico stesso diventa oggetto di diffidenza.
Non si tratta di spirito critico, che è sempre salutare. È qualcosa di diverso: una sorta di rivincita dell’incolta convinzione personale sull’evidenza. Il parere costruito in anni di studio finisce così per pesare quanto un pensiero ascientifico.
Vox populi, vox Dei. Il sapiente è non di rado considerato un truffatore.
Naturalmente la mediocrità non è una novità nella storia umana. È una condizione inevitabile: la maggioranza degli uomini, in ogni epoca, è stata semplicemente normale. Ciò che cambia oggi non è la sua presenza, ma il suo invadente statuto culturale.
In passato la mediocrità era un punto di partenza. Oggi rischia di diventare un punto di arrivo.
Una società che smette di riconoscere l’eccellenza non diventa più giusta, si avvicina al modello orwelliano.
E quando una civiltà non distingue più tra ciò che è mediocre e ciò che è eccellente, non perde soltanto il senso della qualità: riduce drasticamente anche il proprio livello culturale ed etico.

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Analisi perfetta (purtroppo…) e facilmente applicabile a vari campi della realta’ odierna.