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Dal campo alla parola: il calcio come specchio dell’umanità nella letteratura

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Dal campo alla parola: il calcio come specchio dell’umanità nella letteratura

Da Saba a Pasolini, da Galeano a Brera, il calcio emerge come molto più di uno sport: un linguaggio, un rito, una metafora dell'esistenza. Nella letteratura diventa il luogo in cui si intrecciano infanzia, identità, politica, nostalgia e poesia, restituendo un'immagine profonda dell'umano. Il calcio è

Gustavo Micheletti29/03/2026Aggiornato 28/03/20268 min lettura1.647 parole

Da Saba a Pasolini, da Galeano a Brera, il calcio emerge come molto più di uno sport: un linguaggio, un rito, una metafora dell’esistenza. Nella letteratura diventa il luogo in cui si intrecciano infanzia, identità, politica, nostalgia e poesia, restituendo un’immagine profonda dell’umano.


Il calcio è un fenomeno globale, capace di muovere miliardi di euro, di riempire stadi e di unire nazioni. Eppure, per decenni, è stato considerato un passatempo superficiale, indegno di un’analisi intellettuale approfondita. Fortunatamente, c’è una variegata schiera di poeti e scrittori – da Umberto Saba a Pier Paolo Pasolini, da Eduardo Galeano a Osvaldo Soriano, da Giovanni Arpino a Gianni Brera – che ha saputo guardare oltre la rete e il fischietto, riconoscendo nel gioco del pallone una delle più potenti e sincere metafore dell’esistenza umana.

Attraverso le loro opere, il calcio non è più solo uno sport, ma un palcoscenico dove si manifestano l’epica del quotidiano, le sue passioni e redenzioni. Umberto Saba può essere considerato il poeta più peculiare di questa schiera. Nelle sue cinque poesie per il gioco del calcio, non cerca astrazioni intellettuali, ma si immerge completamente nell’azione, catturando la bellezza del gesto atletico e la passione genuina dei tifosi.

Per Saba, il calcio rappresenta un’oasi di purezza in un mondo che si fa sempre più complesso, un luogo dove le dinamiche umane si manifestano con una sincerità quasi disarmante. I suoi versi celebrano l’eroismo fugace di un goal e la malinconia di una squadra paesana, vedendo nel campo verde un microcosmo di umanità autentica. La sua poesia Goal si chiude con versi che cristallizzano il momento esatto della realizzazione e la solitudine del portiere: «Il portiere vede, si stende; ma è vano: / la palla, come un’ombra, l’elude, e s’insacca».

Questo momento di sconfitta individuale è però seguito da un gesto di solidarietà che Saba eleva a simbolo di fratellanza: «Presso la rete inviolata / il portiere l’altro con braccia intorno al collo / gli si gitta, gli dice: “Coraggio, amico, coraggio”». In Squadra paesana, Saba cattura invece l’essenza della passione locale e della nostalgia: «È un’ora, quella, in cui si torna infanti. / È l’ora in cui da onesti si fa truffa / per vederla, magari, quella partita, / quella squadra che ogni volta ci buffa».

Saba ci ricorda che il calcio è un’esperienza che ci riconnette alla nostra infanzia e ai nostri giochi più puri, aspetto questo che si ritrova anche in Pier Paolo Pasolini. Appassionato calciatore oltre che intellettuale a tutto tondo, Pasolini offre però una lettura del calcio più stratificata e sociologica. Per lui era innanzitutto un «linguaggio» a sé stante, un sistema di segni attraverso cui la società si esprimeva.

Distingueva nettamente tra il «calcio in prosa» – quello ragionato e schematico delle squadre del Nord – e il «calcio in poesia» – quello estroso, improvvisato e popolare, tipico del Sud Italia e del Sud America – e vedeva nel campo da gioco una rappresentazione delle dinamiche sociali, un teatro dove il corpo e il gesto atletico parlavano più di mille parole, offrendo uno sguardo acuto sulle trasformazioni culturali dell’Italia del dopoguerra.


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Pasolini arrivò a sostenere che il capocannoniere di un campionato era «sempre il miglior poeta dell’anno», poiché il goal è un’invenzione, una folgorazione che rompe gli schemi della prosa difensiva. Riflettendo su quanto sapesse offrire una qualche resistenza all’imperversante omologazione culturale, scrisse anche che «il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito, anche se è evasione».

Attraversando l’Atlantico, l’uruguaiano Eduardo Galeano ha offerto di questo sport uno dei ritratti più lirici e al tempo stesso critici, descrivendo il calciatore come un funambolo sospeso tra la gloria e l’oblio. In Splendori e miserie del gioco del calcio, Galeano non si limita a raccontare il gioco, ma ne tesse la storia, la mitologia e le contraddizioni. Critica l’industria che trasforma il calciatore in merce e il tifoso in spettatore passivo, ma celebra con passione l’essenza del gioco.

Quella scintilla di gioia pura che resiste nonostante tutto. Galeano si definiva «un mendicante del buon calcio. Vado per gli stadi col cappello in mano, e quando compare un bel gioco, per l’amor di Dio, chiedo l’elemosina di un’azione». Insieme alla sua nostalgia per un calcio più genuino, Galeano ha anche espresso la malinconia per il destino del giocatore di talento che finisce vittima del sistema, cercando di restituire dignità al «giocatore-bambino» che si diverte per strada.

L’ultima incarnazione di uno sport che non è ancora stato corrotto e che sa mettere in luce i tratti culturali salienti di una società. E forse non è un caso che l’ex Ct della nazionale italiana Roberto Mancini abbia indicato nella scomparsa dell’abitudine a giocare per strada una delle cause della scarsa produzione di campioni del nostro tempo. Anche l’argentino Osvaldo Soriano ha usato il calcio come lente per esplorare la nostalgia, l’ironia e la politica del suo Paese.

Nei suoi racconti, come Il rigore più lungo del mondo, il calcio è spesso surreale, tragicomico, un riflesso delle assurdità della vita e della politica argentina. Soriano mostra come il pallone possa diventare l’unica ancora di salvezza in un mondo instabile, perché «un uomo può cambiare tutto: la faccia, la casa, la famiglia, la fidanzata, la religione», ma non la squadra del cuore, ovvero quell’attaccamento viscerale alla propria squadra che in qualche modo sotterraneo contribuisce a definire l’identità stessa dell’individuo.

Attraverso questi autori, il calcio smette di essere un rumore di fondo e diventa una voce potente capace di cogliere tratti e vezzi essenziali di quel che siamo. Per Gianni Brera, per esempio, era una continua fonte d’ispirazione per escogitare nuove metafore, per cogliere i tratti salienti dell’esistenza, ma era vero anche il contrario, e poteva essere la vita a offrire il destro per sempre nuove metafore calcistiche, tanto che alcuni suoi noti appellativi, come «Rombo di Tuono» per Gigi Riva, «l’Abatino» per Gianni Rivera o «il tiranno di Siracusa» per l’arbitro Concetto Lo Bello, sono entrati a lungo a far parte del lessico sportivo nazionale.

Ma Brera non fu l’unico del suo tempo a saper giocare magistralmente con le definizioni e le metafore. Anche Giovanni Arpino, un grande scrittore oggi purtroppo un po’ dimenticato, era particolarmente bravo a cogliere nel calcio metafore illuminanti e leggere della vita. Quando parla di Ezio Pascutti, l’ex attaccante del Bologna dello scudetto, lo descrive come «un uomo mite, gentile, persino gracile, con un viso non certo da atleta, ma da persona costretta a trascorrere molto tempo chiusa in ufficio».

Omar Sivori era il suo contraltare calcistico: tutto genio e sregolatezza. Se nell’era juventina si era manifestato come un riottoso funambolo, capace di cattiverie nascoste, ma anche di far sparire il pallone tra le serpentine di quei calzettoni arrotolati sulle caviglie, beffando intere difese, dopo averlo visto a lungo giocare nelle file della Juventus, una volta passato al Napoli, Arpino rimase colpito dal suo comportamento in campo. L’estroso campione era diventato capace di giocare per la squadra, d’immolare la sua classe all’obiettivo di tutti i compagni.

Vedere giocare quel Sivori era roba per fini intenditori. Ma era nei suoi articoli di cronaca delle partite che Arpino dava forse il meglio di sé. Nel 1968 la Juventus aveva acquistato Helmut Haller dal Bologna e, nel commentare su La Stampa di Torino una delle prime amichevoli estive di una Juve molto rinnovata, Arpino paragonò il suo modo di giocare al comportamento di un adolescente che, seduto a un tavolo di adulti, alterna battute molto intelligenti a ingenuità disarmanti.

Questa sua capacità di leggere nel calcio situazioni ricorrenti nella vita era senz’altro una delle prerogative della sua arte di cronista sportivo e leggere i suoi articoli potrebbe essere molto interessante anche per tanti addetti ai lavori di oggi. Da Saba a Pasolini, da Galeano a Soriano, da Arpino a Brera, tutti questi autori dimostrano che il calcio è molto più di ventidue uomini che corrono dietro a un pallone o che – come ebbe a scrivere una volta Fabrizio De André in una sua canzone-poesia – passano il tempo a «giocherellare a palla con il proprio cervello».

È un fenomeno umano complesso, capace di generare momenti di poesia, riflessioni sociologiche non banali, critica politica e pura, incondizionata passione, offrendo uno specchio in cui l’umanità può riconoscersi nelle sue manifestazioni più sincere e profonde. La non esigua schiera di scrittori e poeti che hanno amato il calcio e hanno provato il piacere di scriverne ci ricorda che in un mondo sempre più frammentato il campo verde rimane uno degli ultimi luoghi dove l’individuo può ancora sognare, lottare, a volte trovare un fugace momento di gloria.

Ma soprattutto imparare che non è da certi particolari che si giudica un giocatore, perché come recita una famosa canzone di Francesco De Gregori «un giocatore lo vedi dal coraggio / dall’altruismo e dalla fantasia», un po’ come ogni essere umano, che alla fine è sempre più umano dopo aver sbagliato un calcio di rigore.


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