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Da Soros a Putin: la lunga caduta di Viktor Orbán

Ungheria

Da Soros a Putin: la lunga caduta di Viktor Orbán

Come un giovane paladino della libertà anticomunista è diventato il più utile alleato del Cremlino in seno all'Unione Europea — fino alla sconfitta storica del 12 aprile 2026, quando il popolo ungherese ha detto basta. Il giorno in cui è finita Sono le 19 di domenica

Raffaele Magaldi13/04/2026Aggiornato 12/04/202610 min lettura2.026 parole
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Come un giovane paladino della libertà anticomunista è diventato il più utile alleato del Cremlino in seno all’Unione Europea — fino alla sconfitta storica del 12 aprile 2026, quando il popolo ungherese ha detto basta.


Il giorno in cui è finita

Sono le 19 di domenica 12 aprile 2026 quando i seggi in Ungheria chiudono. L’affluenza ha già fatto storia: il 77,8% degli aventi diritto si è recato alle urne, un record assoluto che supera persino quello (65,1%) delle prime elezioni libere del 1990, quando il Paese usciva dal comunismo con la speranza di chi ha aspettato una vita. Poche ore dopo, con lo spoglio a metà, arriva la telefonata che nessuno si aspettava di ricevere così presto: Viktor Orbán chiama Péter Magyar e si congratula per la vittoria. Sedici anni di potere finiscono con una telefonata.

Le proiezioni, al momento in cui scrivo (77% delle schede scrutinate), parlano chiaro: Tisza, il partito di Magyar, otterrebbe 138 seggi — cinque in più dei 133 necessari per la maggioranza dei due terzi che permette di modificare la Costituzione. Fidesz si ferma a 54. Un crollo senza precedenti per il partito che aveva riscritto le regole del gioco proprio per non perdere mai più. L’era Orbán è finita.

Per capire il peso di questa svolta, bisogna ripercorrere la parabola di quest’uomo da capo. Perché Viktor Orbán non è solo un politico che ha perso un’elezione. È il simbolo di un progetto — smontare la democrazia restando dentro le sue forme — che per sedici anni ha tenuto banco in Europa e nel mondo. E la sua storia comincia, non senza ironia, proprio da combattente per la libertà.

Il ragazzo che sfidò i sovietici

Budapest, 16 giugno 1989. Una grande folla si trova in piazza degli Eroi per i funerali postumi di Imre Nagy, il premier che guidò la rivoluzione del 1956 e fu impiccato dai sovietici due anni dopo. Sul palco salgono i volti noti della dissidenza. A un certo punto tocca a un giovane ventiseienne dai capelli ricci: il suo nome è Viktor Orbán.

Ignorando i “consigli” dei servizi di sicurezza che lo tengono d’occhio, Orbán accusa il governo comunista di aver rubato la giovinezza di un’intera generazione e chiede libere elezioni e il ritiro delle truppe sovietiche. L’impatto è devastante: la folla lo acclama, il regime già in bilico subisce il colpo.

Solo un anno prima Orbán aveva fondato Fidesz, l’“Alleanza dei Giovani Democratici”, un movimento liberal-nazionalista che sfidava apertamente la Lega dei giovani comunisti. Nel settembre del 1989 Orbán ottiene una borsa di studio al Pembroke College di Oxford, finanziata dalla Soros Foundation. L’Occidente lo ama: i “padri nobili” del liberalismo tedesco, come lo storico ministro degli Esteri Hans-Dietrich Genscher, vedono in lui la migliore speranza per un’Ungheria europea e moderna.

La prima svolta: il giro a destra

La morte del leader del Forum Democratico Ungherese József Antall nel 1993 lascia un vuoto nell’elettorato conservatore e cristiano-democratico. Orbán intravede la grande opportunità politica. Fidesz abbandona le posizioni liberali che l’avevano caratterizzata fino a quel momento e vira decisa a destra, intercettando quei consensi orfani. La mutazione non è indolore: il partito si spezza, diversi fondatori lo abbandonano. La Soros Foundation interrompe i finanziamenti, dando origine a un conflitto che avrebbe dominato la vita politica magiara per decenni.

Nel 1998, a soli trentacinque anni, Orbán diventa premier per la prima volta, con un governo di stampo moderato e saldamente allineato con l’Occidente. Nel 1999 l’Ungheria entra nella NATO. Nel novembre del 2000 Fidesz lascia l’Internazionale Liberale per unirsi al Partito Popolare Europeo. Nel 2002, inaspettatamente, Orbán e Fidesz perdono le elezioni: a vincere è una coalizione tra socialisti e liberali.

L’interregno socialista e lo scandalo Gyurcsány

Gli anni del governo socialista (2002–2010) sono un periodo difficile per l’Ungheria. Una gestione economica largamente criticata, una crescita stagnante e una disoccupazione in aumento logorano progressivamente la credibilità della sinistra al potere. Ma il colpo di grazia arriva nel 2006, con quello che passerà alla storia come il “discorso di ?szöd”.

In una riunione riservata di partito, il premier Ferenc Gyurcsány viene registrato mentre ammette apertamente di aver mentito sulla reale situazione economica del Paese pur di vincere le elezioni. La registrazione trapela. Il Paese esplode. Le proteste di piazza sono violente. La credibilità della sinistra ungherese non si riprenderà mai completamente. Alle elezioni del 2010, Fidesz ottiene il 52% dei voti e la maggioranza dei due terzi in Parlamento. È una vittoria senza precedenti nella storia democratica ungherese. È anche l’inizio della fine di quella democrazia.

Il ritorno al potere e la rivoluzione silenziosa

Con la supermaggioranza, Orbán può fare quasi tutto. E lo fa. Il suo governo modifica la Costituzione, cambia le regole di elezione dei giudici della Corte costituzionale e ne limita la giurisdizione. È l’inizio di quello che i critici definiscono lo “smantellamento silenzioso” dello Stato di diritto: un processo che avviene non con i carri armati, ma con voti parlamentari, riforme legislative, riorganizzazioni burocratiche. Tutto formalmente legale; tutto, sostanzialmente, autoritario.

Orbán costruisce il NER — Nemzeti Együttm?ködés Rendszere, il Sistema di Cooperazione Nazionale — una struttura pensata per concentrare ricchezza e influenza nelle mani di una cerchia ristretta di fedelissimi. Dal 2018 la stragrande maggioranza di radio, televisioni e giornali ungheresi confluisce nella fondazione Kesma, che risponde direttamente agli interessi governativi. I tribunali amministrativi vengono riformati per rispondere, di fatto, al ministero della Giustizia.

Il manifesto: la “democrazia illiberale”

Estate del 2014. A Tusnádfürd?, un villaggio romeno nella Transilvania ungherese, dove Fidesz organizza ogni anno la propria cosiddetta “università estiva”, Orbán pronuncia un discorso che avrebbe creato scandalo e fatto la storia. Con l’ormai consueta sfrontatezza teorizza apertamente la sua “democrazia illiberale”, indicando come modelli di riferimento Singapore, la Cina, la Russia e la Turchia.

Il suo inganno è sottile, e per questo più efficace. Orbán intuisce che il potere moderno si conserva per erosione, non per abbattimento: decide razionalmente di preservare i “riti” della democrazia formale, svuotandone però la sostanza, sostituendo l’equilibrio dei poteri con una rete capillare di fedeltà.

È in questo contesto che Budapest diventa punto di riferimento per l’internazionale sovranista. Nel settembre 2018 Steve Bannon vola a Budapest per incontrare Orbán, definendolo pubblicamente “Trump before Trump”. L’Ungheria, pur mantenendo una certa distanza formale, esprime sostegno all’iniziativa di Bannon, The Movement, pensata per aggregare le forze populiste europee in vista delle elezioni al Parlamento europeo del 2019. Nel giro di qualche anno, la CPAC — la grande conferenza annuale della destra americana — stabilisce una sua propaggine permanente proprio a Budapest. La Heritage Foundation indica il modello istituzionale ungherese come governing template, modello ideale di governo. Il cerchio si chiude.

La spina nel fianco dell’Europa

La storia dei rapporti tra Orbán e Bruxelles è, nella sua essenza, la storia di un ricatto permanente. L’Ungheria ha ricevuto tra i 60 e i 65 miliardi di euro netti di fondi europei dall’inizio dell’era Orbán. In cambio, il premier ha usato sistematicamente il diritto di veto per ottenere concessioni, sbloccare finanziamenti, proteggere i propri interessi. Il meccanismo si ripete con regolarità: Orbán minaccia di bloccare aiuti all’Ucraina o il rinnovo delle sanzioni alla Russia, Bruxelles tratta, si trova un accordo. Nel 2023 l’Ungheria ottiene 10,2 miliardi in cambio del via libera ai negoziati UE per l’Ucraina. Attualmente, con la scusa del petrolio russo dell’oleodotto Druzhba, il veto ungherese (insieme a quello slovacco) sta attivamente bloccando il prestito UE da 90 miliardi per Kyiv.

Per il 2026 Freedom House colloca l’Ungheria all’ultimo posto tra i 27 Paesi membri per rispetto dello Stato di diritto, classificandola “partly free”, unico Paese dell’Unione con questo status. Transparency International la indica come il Paese percepito come più corrotto dell’intera UE.

Il nodo russo: dipendenza energetica o qualcosa di più?

La domanda che in molti si fanno è: Orbán è un politico che persegue pragmaticamente gli interessi energetici del suo Paese, o è qualcosa di più? È alleato di Putin, o è direttamente al suo servizio?

I fatti: l’Ungheria dipende dalla Russia per il 74% del gas e per l’86% del petrolio. Budapest ha accettato che Mosca finanziasse, attraverso Rosatom, la centrale nucleare di Paks II. Ha concluso un accordo per la fornitura di gas che aggira l’Ucraina, valido fino al 2036. Ha annunciato un nuovo oleodotto con la Serbia per importare petrolio russo. Tra il 2010 e oggi, Orbán ha incontrato Putin undici volte.

Ciò che emerge dalle inchieste giornalistiche recenti va ben oltre la dipendenza energetica. Una registrazione del 30 agosto 2024 ha catturato il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó mentre rassicurava Lavrov del suo impegno per rimuovere dalla lista nera europea la sorella dell’oligarca russo Alisher Usmanov — promessa poi mantenuta, sette mesi dopo. A pochi giorni dalle elezioni dell’aprile 2026, Politico ha pubblicato un documento segreto: un accordo tra Budapest e Mosca per espandere i legami economici, commerciali, energetici e culturali tra i due Paesi. Un piano in dodici punti, dal combustibile nucleare all’istruzione e allo sport, firmato nel dicembre 2024. I rapporti con la Russia sono chiaramente più stretti di quanto possa ritenersi accettabile per un Paese membro dell’UE.

La fine di un’era?

Veniamo così al presente, all’aprile del 2026. L’Ungheria vota. Per la prima volta dal 2010, i sondaggi non danno Orbán come favorito. Il suo sfidante, Péter Magyar — ex membro di Fidesz, avvocato ed ex diplomatico a Bruxelles — ha rotto con il premier nel 2024 dopo uno scandalo sulla grazia presidenziale concessa a un uomo coinvolto nella copertura di abusi su minori. Magyar non è un liberale nel senso classico: punta sull’elettorato conservatore deluso da Fidesz e promette di combattere la corruzione per sbloccare i miliardi europei congelati.

Il Carnegie Endowment for International Peace ha scritto che, se l’Ungheria fosse “una normale democrazia europea”, il vantaggio di Magyar nei sondaggi ne indicherebbe probabilmente il successo elettorale. Il problema è che l’Ungheria non è più una normale democrazia europea. Il sistema elettorale è stato plasmato per garantire la permanenza di Fidesz: ridisegno delle circoscrizioni, peso sproporzionato dei collegi uninominali, controllo quasi totale dei media. Nel 2014 e nel 2018 Fidesz ha ottenuto quasi il 70% dei seggi con meno del 45% dei voti. Le elezioni si sono svolte regolarmente, ma il campo era inclinato.

Eppure il 12 aprile 2026 gli ungheresi hanno trovato il modo di raddrizzarlo, quel campo. Hanno capito che per cambiare le cose dovevano votare, e farlo in massa. E gli endorsement dell’internazionale sovranista — Trump, Fico, Wilders, Milei, Le Pen, Salvini e, purtroppo, Meloni — non sono bastati.

Trentasei anni dopo

In piazza degli Eroi, quel 16 giugno del 1989, il giovane Viktor Orbán aveva chiesto il ritiro delle truppe sovietiche. Trentasei anni dopo, è lui ad aver tenuto la porta aperta in Europa ai loro eredi. Lo stesso uomo, la stessa voce. Ma stavolta è il popolo ungherese ad aver detto l’ultima parola.

Steve Bannon lo aveva definito “Trump before Trump”. In realtà era qualcosa di più sofisticato e, in un certo senso, più inquietante: aveva dimostrato che si può smontare una democrazia restando dentro le sue forme. Non perché avesse vinto con la forza: aveva vinto rispettando le regole, per poi cambiarle. Ci ha pensato la gente d’Ungheria a fare a pezzi il suo manifesto sulla “democrazia illiberale”, perché anche una democrazia ferita conserva, nel profondo, gli anticorpi contro la non libertà.


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2 pensieri su “Da Soros a Putin: la lunga caduta di Viktor Orbán

  1. Pingback: Orbán e Magyar: quando la storia si guarda allo specchio

  2. Andrea Fanni dice:

    Nel passato, il potere aveva un suono secco e inequivocabile: quello degli stivali sull’asfalto, dei carri armati nelle piazze, delle radio occupate all’alba.
    Bastava controllare l’esercito, stringere nelle mani la forza bruta, e un governo cadeva.

    Il popolo, in tutto questo, era spettatore muto, spesso ignaro fino all’ultimo istante.
    Il golpe era un atto rapido, quasi chirurgico: la volontà collettiva veniva semplicemente ignorata, spazzata via come polvere sotto un tappeto di ferro.

    Oggi, però, qualcosa è cambiato. Non perché il desiderio di dominio sia scomparso, ma perché la società stessa si è trasformata. Le masse non sono più facilmente silenziabili; sono connesse, informate – o almeno potenzialmente informabili – e soprattutto consapevoli del proprio peso.
    La legittimità, un tempo optional per chi governava con la forza, è diventata una necessità strategica. Anche il più spietato dei regimi sente il bisogno di mostrarsi accettato, sostenuto, perfino amato.

    Ed ecco il grande paradosso del nostro tempo.
    Le dittature non scompaiono: si travestono.

    Non si presentano più come tali, ma indossano la maschera della democrazia.
    Organizzano elezioni, allestiscono seggi, stampano schede, invitano osservatori compiacenti. Costruiscono una scenografia accurata, un simulacro di mondo libero in cui tutto sembra funzionare secondo le regole.
    Ma dietro il sipario, il copione è già scritto.

    Perché oggi il controllo non passa solo – e forse nemmeno principalmente – dai fucili.
    Passa dall’informazione.

    Chi domina i giornali, le televisioni, le piattaforme digitali, domina la percezione della realtà. E chi controlla la percezione, controlla il consenso.
    È qui che si combatte la vera battaglia: non nelle piazze, ma nelle menti.

    La propaganda non è più soltanto un martello ideologico: è diventata una rete sottile e pervasiva. Si infiltra ovunque, si mimetizza tra notizie, intrattenimento, opinioni. Racconta mezze verità, costruisce nemici, semina paura.
    E mentre il cittadino si perde in un labirinto di versioni contrastanti, la realtà si fa opaca, indecifrabile.

    A questo si aggiunge un esercito invisibile: troll, bot, profili falsi.
    Non marciano, non sparano, ma parlano. Disturbano, confondono, amplificano conflitti. Creano l’illusione di un’opinione pubblica polarizzata, rabbiosa, pronta a dividersi su tutto.
    È una guerra psicologica silenziosa, dove il bersaglio non è il corpo, ma la fiducia: nelle istituzioni, negli altri, perfino nella possibilità stessa di conoscere il vero.

    E così, mentre il sistema si presenta come democratico, ne svuota progressivamente il significato.

    Le elezioni restano, ma diventano rituali. A volte manipolate nei conteggi, altre volte condizionate a monte: candidati esclusi, opposizioni intimidite, accesso diseguale ai media. Nei casi più estremi, il controllo arriva fino all’assurdo: soldati nei seggi, pressioni dirette, voti sorvegliati.
    Non basta più vincere: bisogna essere certi di non perdere.

    È questo il nodo inquietante della modernità politica: non si può più eliminare del tutto la volontà popolare, ma la si può piegare, orientare, distorcere.

    Il potere ha imparato che la forza, da sola, non basta.
    Serve il consenso – o almeno la sua rappresentazione credibile.
    E quando il consenso autentico manca, lo si costruisce artificialmente, pezzo dopo pezzo, menzogna dopo menzogna.

    Il risultato è un mondo in cui la libertà esiste, ma è fragile; in cui la democrazia sopravvive, ma spesso come forma svuotata; in cui il cittadino è formalmente sovrano, ma sostanzialmente disarmato di fronte a macchine di manipolazione sempre più sofisticate.

    Eppure, proprio in questo paradosso si nasconde anche una verità potente.

    Se i regimi sentono il bisogno di simulare la democrazia, significa che la democrazia, in qualche modo, ha vinto sul piano simbolico.
    Ha imposto le sue regole, i suoi valori, il suo linguaggio.
    Nessun potere può più dichiararsi apertamente contro il popolo senza pagarne il prezzo.

    Ed è forse da qui che si può ripartire: dalla consapevolezza che, nonostante tutto, la collettività conserva un potenziale immenso.
    Un potenziale che spaventa, che costringe i potenti a nascondersi dietro maschere sempre più elaborate.

    Perché, in fondo, anche la più perfetta delle finzioni ha un punto debole: dipende da chi ci crede.

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