Libri & Letteratura
Poor: quando l’autofiction diventa critica sociale
La storia di Katriona O’Sullivan, cresciuta nella povertà e segnata da abusi e abbandono, diventa in Poor un racconto di riscatto ma anche una riflessione sul ruolo della società. Tra autofiction e denuncia, il libro interroga ciò che consente – o impedisce – di uscire dalla



La storia di Katriona O’Sullivan, cresciuta nella povertà e segnata da abusi e abbandono, diventa in Poor un racconto di riscatto ma anche una riflessione sul ruolo della società. Tra autofiction e denuncia, il libro interroga ciò che consente – o impedisce – di uscire dalla propria condizione.
«So che i nostri genitori non si sono occupati di noi in maniera adeguata. La colpa è loro, ovviamente. Ma anche il resto del mondo non si è occupato di noi in maniera adeguata – il che è ancora più grave. I miei genitori erano dei tossicodipendenti e questo è il motivo per cui tutto è andato in rovina. Ma le persone intorno a noi – la polizia, le maestre, i servizi sociali – nemmeno loro si rivelarono affidabili. Ci hanno spinto in un angolo e ci hanno spaventato. I miei genitori mi hanno abbandonata, ma anche il mondo lo ha fatto. E il mondo era il posto in cui mi toccava vivere».
Questa è la voce di Katriona O’Sullivan che nel libro Poor, edito in Italia da People con la traduzione di Anna Dalton, racconta la propria storia. Figlia di padre irlandese e madre inglese, Katriona è cresciuta in una povertà estrema, circondata dal degrado. Dalla sua infanzia e adolescenza ha tratto questo libro, che diventa manifesto di cosa può e non può fare la società per chi ha la sfortuna di nascere povero.
Poor non è finzione, non è romanzo. È un libro verità, è autofiction. Un genere che ultimamente è spesso biasimato dalla critica, che gli imputa la colpa di tarpare le ali alla fantasia degli scrittori, i quali prendono sempre più spesso spunto dalla propria vita per scrivere, senza doversi sforzare di inventare storie credibili e appassionanti. Eppure, quando i libri raccontano storie reali di determinazione e coraggio, di riscatto e denuncia, come in questo caso, mi vien da dire ben venga l’autofiction!
Katriona nasce in una famiglia profondamente indigente, da due genitori tossicodipendenti, che non sono in grado di occuparsi né di se stessi né dei cinque figli. Cresce in una casa popolare, in cui si susseguono figure losche e poco raccomandabili. Viene violentata per la prima volta da un amico dei genitori all’età di sette anni. Si occupa della sorellina più piccola, cresce per strada. A casa sua non esiste la cura, nulla per cena, nessun vestito pulito, a volte manca addirittura la carta igienica.
L’unica salvezza sono la scuola e l’amore per la lettura. Ma anche all’interno dell’istituzione scolastica Katriona non trova sempre figure amiche. Alcune insegnanti comprendono la profonda difficoltà in cui cresce la bambina e cercano di aiutarla. Altri la criticano, la giudicano, la relegano in un angolo.
Katriona ama la scuola, ma è costretta ad abbandonarla quando diventa madre a quindici anni. Eppure, nonostante i profondi momenti di sconforto, di autodistruzione, di deriva, Katriona ce la fa, torna a scuola, prende il diploma, si laurea al Trinity College e diventa una professoressa e una ricercatrice. Oggi è una donna di successo, istruita, in grado di analizzare la propria vita con occhi esterni e di scrivere questo romanzo, in cui accusa e assolve, in cui si riappacifica col proprio passato.
Katriona O’Sullivan ce l’ha fatta grazie a delle fortunate figure che ha incontrato sulla propria strada e che hanno creduto in lei. Ce l’ha fatta grazie agli aiuti statali e a un sistema che le ha permesso di emanciparsi dalla propria condizione di origine. Purtroppo non tutti ci riescono, questo libro è anche per loro.


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