Antisemitismo
Religione, popolo, terra: il nucleo identitario dell’ebraismo e l’ombra lunga dell’antisemitismo
L'ebraismo è l'unica religione strettamente legata al concetto di popolo e di terra. Un intreccio che, nei secoli, ha generato ostilità e persecuzioni. Oggi, antichi pregiudizi tornano a manifestarsi, colpendo indistintamente ebrei israeliani e della diaspora. C'è un aspetto poco discusso quando si parla di antisemitismo,



L’ebraismo è l’unica religione strettamente legata al concetto di popolo e di terra. Un intreccio che, nei secoli, ha generato ostilità e persecuzioni. Oggi, antichi pregiudizi tornano a manifestarsi, colpendo indistintamente ebrei israeliani e della diaspora.
C’è un aspetto poco discusso quando si parla di antisemitismo, un elemento che ha agito in passato e continua ancora oggi a influenzare l’avversione verso gli ebrei.
Proviamo ad analizzare questo fatto prescindendo dagli eventi geopolitici in atto e dalla storia recente che li ha preceduti.
La religione ebraica e il concetto di popolo
La religione ebraica rappresenta un caso unico nella storia: è la sola a essere strettamente legata al concetto di popolo e della sua terra, un retaggio di epoche in cui ogni civiltà aveva la propria religione — Assiri, Egiziani, Greci, Romani e così via.
Solo in tempi relativamente recenti rispetto alla storia ancestrale dell’umanità, alcune religioni hanno oltrepassato i confini geografici ed etnici, spesso sostenute dal potere politico, dalle armi o da forme di proselitismo più o meno coercitivo.
Essere cattolici non significa essere italiani, né musulmani essere arabi sauditi, né buddhisti appartenere a un popolo specifico. Solo l’induismo conserva un legame con una dimensione etnico-culturale, ma senza l’idea di appartenenza a un popolo “eletto”.
Il significato di “eletto”
Ed è proprio su questo termine che conviene soffermarsi. “Eletto” è una traduzione capziosa del latino electus, participio passato di eligere, che significa semplicemente “scegliere”.
Nel racconto biblico, infatti, il patto tra Dio e Abramo non implica una superiorità, ma l’assunzione di una funzione: quella di testimoniare, in un mondo dominato dall’idolatria, l’esistenza di un unico Dio.
Per questo compito viene promessa la ricompensa di una terra, ma insieme, l’obbligo di osservare comandamenti rigorosi, destinati a fungere da esempio per tutti gli altri popoli. Si configura così un’identità in cui religione, terra, appartenenza e memoria storica si intrecciano profondamente.
La diaspora e il legame con Gerusalemme
Questo è il fondamento dell’ebraismo: ovunque si trovi, l’ebreo resta parte di un popolo, legato a una tradizione comune e a una terra che conserva un valore simbolico e religioso.
Non a caso, nella diaspora, la Pasqua ebraica dura un giorno in più rispetto a Israele, e in quella giornata aggiuntiva si ripete una formula che attraversa i secoli: “Oggi qui, domani a Gerusalemme”.
Anche nel rapporto con la morte si ritrova questa continuità: la sepoltura è definitiva, non sono ammesse pratiche come la riduzione delle ossa o la traslazione della salma, se non in un caso altamente significativo, quello della sepoltura a Gerusalemme.
L’assenza di proselitismo
In questo contesto si comprende anche l’assenza di proselitismo: l’ebraismo non ha mai cercato di espandersi attraverso conversioni di massa e, anzi, ha sempre previsto percorsi di conversione complessi, basati su una verifica profonda delle motivazioni e su un lungo periodo di formazione.
L’insieme di questi elementi è stato spesso indicato come uno dei fattori che hanno contribuito, nel corso della storia, alla percezione di una distanza — talvolta interpretata come incompatibilità e ripulsa — tra le comunità ebraiche e le società circostanti. Da qui anche il ripetersi, nei secoli, di ostilità e persecuzioni: dalla diaspora alle accuse di deicidio e ai miti dei sacrifici rituali, dalle espulsioni, ai ghetti, dai pogrom fino alla Shoah.
Odi mai sopiti
La nascita dello Stato di Israele e i conflitti che lo hanno accompagnato hanno riportato in superficie veri e propri odi mai del tutto sopiti. Oggi, in molti contesti, l’ostilità si manifesta nuovamente in forma esplicita, colpendo sia gli ebrei israeliani sia quelli della diaspora, spesso considerati indistintamente come parte di un unico soggetto collettivo e quindi ritenuti corresponsabili delle azioni del governo di uno Stato sovrano.
È importante, tuttavia, distinguere tra la critica politica — legittima — e le scelte di un governo e il pregiudizio malevolo nei confronti di un intero popolo o di una religione. La confusione tra questi due piani alimenta rancori e risveglia pregiudizi malevoli, contribuendo a perpetuare dinamiche che la storia ha già mostrato nella loro pericolosità.
Le interpretazioni del fenomeno
Le interpretazioni di questo fenomeno restano diverse. Alcuni attribuiscono questa specificità dell’ebraismo alla volontà di preservare una forte identità, anche a costo di una limitata assimilazione, o meglio del suo rifiuto. Altri leggono con sospetto o usurpazione la presenza di individui ebrei in posizioni di rilievo in determinati ambiti pubblici. Altri ancora aderiscono a visioni complottistiche, immaginando l’esistenza di reti di influenza occulte.
Al di là delle fantasiose interpretazioni, resta il dato di una lunga storia segnata da persecuzioni.
Per quanto oggi si osserva, è difficile intravedere nel breve periodo un’inversione di tendenza.
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Conoscere il motivo dell’odio antiebraico è in realtà semplice, basta osservare gli argomenti: sono odiati perché sono ricchi, ma erano odiati anche i miserabili dei ghetti polacchi; sono odiati perché comunisti, ma sono odiati anche quelli capitalisti; sono odiati perché se ne stanno per conto loro e si differenziano da quelli che li circondano, ma sono odiati anche perché si assimilano e non si distinguono più da quelli che li circondano; sono odiati perché “hanno ucciso Gesù”, ma sono odiati anche da atei e da non cristiani; sono odiati perché hanno Israele, ma erano odiati anche quando non lo avevano… In una parola, anzi cinque, sono odiati perché sono ebrei. Infatti mia madre, che aveva la terza elementare e non ha mai letto un libro in vita sua e non conosceva spiegazioni complicate e artifici retorici, se le si chiedeva perché odiasse gli ebrei rispondeva, stupita da una domanda tanto insensata: “Parché i zé ebrei!” Per sapere la verità senza maschere, bisogna chiedere a chi non possiede strumenti culturali per fabbricare argomenti e motivi.
Presterei invece qualche attenzione nell’affrontare il discorso su critiche, governo ecc.. Perché da “quella gente” non mi è mai capitato di sentire cose come “Trovo assolutamente disdicevole l’approvazione di questa determinata legge per questo e questo e quest’altro motivo”: l’unica cosa che si sente è governo criminale e Netanyahu criminale, e prima, a turno (l’ordine lo metto a caso), Sharon criminale, Peres criminale, Rabin criminale, Begin criminale, Shamir criminale, Golda Meir criminale… Tra l’infinità di governi che ha avuto Israele, di destra o di sinistra, ce n’è mai stato uno di cui abbiamo sentito dire ah, finalmente un governo buono? E quindi farei attenzione a questa cosa del precisare, in questo contesto, che la critica è legittima: ovvio che lo è, ma in questo modo finiamo senza volerlo per far sentire nel giusto quelli che Israele criminale Israele terrorista Israele genocida, perché loro rivendicano l’assoluta realtà di crimini terrorismo di stato e genocidio.
Ancora due parole sul “popolo eletto”, perché c’è una cosa abbastanza curiosa. Fra tutti gli ebrei che ho incontrato – e intendo non solo quelli che ho conosciuto di persona ma anche tutti quelli incrociati in rete, quelli con cui ho interagito e quelli di cui ho letto esternazioni – ci sono stati due invasati che rivendicavano di appartenere al popolo eletto con un atteggiamento da “e quindi vedete di non provare a fare i furbi con noi”, due di numero. Continuo invece a trovare un sacco di non ebrei con uscite quali: “eh, loro possono perché loro sono il popolo eletto…” “loro pretendono di fare tutto quello che vogliono dove vogliono e a chi vogliono con la storia che sarebbero il popolo eletto” “loro si sentono in diritto di sottomettere tutto il mondo perché sono il popolo eletto” o magari “loro lo dicono chiaro e tondo, «noi possiamo uccidere chi vogliamo, uomini donne vecchi e bambini perché abbiamo subito la shoah»”. Insomma i riferimenti al popolo eletto sono molto più un marchio di fabbrica degli antisemiti che degli ebrei.
Cosa si intende per tempi relativamente recenti?
Il proselitismo di culti e religioni attraverso il colonialismo e la coercizione credo fosse già attuato almeno dalla Storia antica; se non dalle prime dinastie degli egizi, almeno a partire dai greci.