Antisemitismo
Dal caso Bondì agli “ebrei picchiatori”: è già partita l’imputazione collettiva
Il caso Bondì riapre una questione che va oltre la cronaca: il modo in cui il circuito mediatico italiano racconta gli ebrei dal 7 ottobre in poi, dal titolo del Fatto Quotidiano sugli "ebrei picchiatori" agli account che lo hanno amplificato. Nel giorno in cui viene




Il caso Bondì riapre una questione che va oltre la cronaca: il modo in cui il circuito mediatico italiano racconta gli ebrei dal 7 ottobre in poi, dal titolo del Fatto Quotidiano sugli “ebrei picchiatori” agli account che lo hanno amplificato.
Nel giorno in cui viene fermato un ventunenne della comunità ebraica romana per la sparatoria del 25 aprile, sui social torna a circolare con rinnovato entusiasmo un’inchiesta del Fatto Quotidiano dell’ottobre 2025. Il titolo: “Tra gli ebrei della capitale ci sono cento picchiatori.”
Un titolo che non sarebbe mai stato scritto sostituendo “ebrei” con qualsiasi altra minoranza. Lo stesso circuito mediatico che oggi amplifica quell’inchiesta senza battere ciglio è il medesimo che insorge — e giustamente — quando un giornale di destra titola “un tunisino accoltella” o “immigrato aggredisce”: in quel caso il meccanismo dell’imputazione collettiva viene riconosciuto, denunciato, sanzionato.
Nel caso degli ebrei, non scatta nessun allarme. Il titolo passa, viene rilasciato, amplificato sui social senza che nessuno sollevi l’obiezione più ovvia.
Non è un’eccezione. Dal 7 ottobre 2023 in poi si è consolidato in Italia un costume mediatico preciso: quello di applicare agli ebrei standard che non si applicherebbero a nessun altro gruppo. Non nelle frange estreme, non negli angoli bui della rete. Nel circuito principale dell’informazione e del commento pubblico.
Questo non accade nel vuoto. Secondo i dati dell’Osservatorio Antisemitismo della Fondazione CDEC, nel 2025 sono stati registrati 963 episodi di antisemitismo in Italia, contro gli 877 del 2024, i 453 del 2023 e i 241 del 2022. Una curva di crescita costante e ripida, che coincide con l’apertura del conflitto a Gaza.
Il 7 ottobre 2023 ha generato in Italia un clima di accettazione sociale per i pregiudizi e gli stereotipi contro gli ebrei come non si viveva dalla fine della seconda guerra mondiale. Non è una valutazione politica: è la conclusione di ricercatori che catalogano episodi concreti, misurabili, documentati.
“Si usa il paravento della critica a Israele per giustificare comportamenti apertamente antisemiti”, denuncia il ricercatore Stefano Gatti del CDEC. Aggiunge: “Nel frattempo, le scuole ebraiche sono bunker protetti, mentre le altre no.”
Il termine “sionista” viene sistematicamente svuotato del suo significato storico e politico e trasformato in una categoria demonizzante, nella quale confluiscono i classici stereotipi dell’immaginario antiebraico: complotto, dominio, crudeltà, disumanizzazione. Un meccanismo che colpisce indistintamente ebrei reali o presunti, sempre percepiti come responsabili collettivi.
È in questo contesto che va letto quel titolo del Fatto e quelli che oggi corrono a rilanciarlo. Non come una svista, non come un eccesso di titolazione. Come un sintomo di un ambiente nel quale etichettare una comunità con un attributo criminale è diventato praticabile, accettabile, non sanzionato — e anzi condivisibile.
Il caso Bondì sta già alimentando lo stesso meccanismo in direzione inversa. Un giovane appartenente alla comunità ebraica compie un atto di violenza e lo rivendica — falsamente — a nome della Brigata Ebraica. La Brigata smentisce con fermezza, annuncia azioni legali, esprime orrore.
Quello che accadrà, quello che sta già accadendo è l’utilizzo di questo episodio di cronaca — esplicitamente o per allusione — per validare retrospettivamente una narrativa già pronta: quella dell’ebreo violento, dell’ebreo armato, dell’ebreo che porta la guerra nelle strade italiane.
La storia conosce questo meccanismo. Nel 1938 Herschel Grynszpan, un diciassettenne ebreo, uccise a Parigi un diplomatico tedesco. La propaganda nazista trasformò quell’atto individuale e disperato nella prova di una minaccia collettiva, e lo usò come pretesto per la Notte dei Cristalli. Il parallelo non è con ciò che accade oggi — i contesti non sono comparabili. Il parallelo è con il meccanismo: prendere il gesto di un singolo e farne la conferma di un’accusa che riguarda tutti.
Resta una domanda senza risposta: perché lo stesso meccanismo che scandalizzerebbe chiunque se applicato a qualsiasi altra minoranza, applicato agli ebrei non scandalizza nessuno. Non è una domanda retorica. È un test. E per ora è fallito.
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Gente, dovete mettervelo in testa: gli ebbrei sono cattivi, ma proprio cattivi dentro, cattivi di cuore, non c’è niente da fare.
Nella fretta di offrire un caffé… devo essermi dimenticato di cliccare su “commenta” 🙂
fatto sta che avevo scritto un breve commento molto “personale” che ci tengo a riscrivere perché, come ogni mattina, in ufficio stavo dando un’occhiata ai giornali on line ed all’home page di Inoltre. Ho letto il Suo articolo, dott.Piperno e alla fine, spontaneamente, con un urletto di soddifazione mi esplode un applauso. Le due signore che lavorano nell’ufficio mi chiedono: “c’é qualche buona notizia sull’Inter?” e, io: “NO. MEGLIO, UN FARO ACCESO”. Grazie!!! caffé strameritato 😉
Basterebbero queste parole a ripagarci del nostro lavoro. Grazie Angelo
Sono le 8:40, come ogni mattina, in ufficio sto dando un’occhiata ai giornali on line ed all’home page di Inoltre. Leggo il Suo articolo, dott.Piperno e spontaneamente con un urletto di soddifazione mi esplode un’applauso. Le due signore che lavorano nell’ufficio mi chiedono: “c’é qualche buona notizia sull’Inter?” e, io: “NO. MEGLIO, UN FARO ACCESO”. Grazie!!! Passo a offrire un caffé doppio 😉