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Il caso Bondì e il processo mediatico all’ebraicità

Ebraica

Il caso Bondì e il processo mediatico all’ebraicità

Un caso di cronaca minore diventa prova generale di un processo pubblico: non per la gravità del gesto, ma per l’identità di chi lo avrebbe compiuto. Nel rumore indignato sul “ragazzo ebreo” affiora così qualcosa di più antico e più torbido della semplice cronaca giudiziaria. Come

Iuri Maria Prado04/05/2026Aggiornato 03/05/20263 min lettura570 parole
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Un caso di cronaca minore diventa prova generale di un processo pubblico: non per la gravità del gesto, ma per l’identità di chi lo avrebbe compiuto. Nel rumore indignato sul “ragazzo ebreo” affiora così qualcosa di più antico e più torbido della semplice cronaca giudiziaria.


Come l’orrore dei vagoni piombati non dipendeva dall’innocenza o dalla rettitudine delle vittime, così l’oscenità del pubblico linciaggio di Eitan Bondì – responsabile dell’”attentato” del 25 aprile con un aggeggio caricato a granelli di plastica – non dipendeva dalle presunte responsabilità delittuose del ragazzo.


Un gesto di micro-delinquenza che, se commesso da altri, non avrebbe potuto ambire ad altro che al trafiletto, è diventato il caso esemplare e nazionale della “violenza ebraica” e delle “derivazioni” che essa avrebbe generato, come ha scritto il primo quotidiano d’Italia.

È stata l’ebraicità di quel ragazzo, non ciò che ha fatto, ad adunare in una solerte e allarmata requisitoria il pensoso editorialismo italiano e la malvissuta coscienza del Paese che fa dello sparatore di bussolotti di plastica il brigatista giudeo impegnato a far saltare la democrazia repubblicana. Un impegno di monitoraggio della temperie civile della società italiana che non si registra per una sparatoria vera a Bergamo o per un accoltellamento in un bassofondo napoletano.


Il marcio della campagna, la ripugnanza del chiasso per la vicenda risiedevano ed erano evidenti già lì, in quell’interesse infoiato per un caso che ha meritato tanta attenzione e ha suscitato tanto sdegno non per ciò che era, ma per chi ne era protagonista: un ebreo.

Caratteristica che infatti – senza che avesse qualsiasi interesse giornalistico, senza che avesse qualsiasi rilievo per le indagini – era opportunamente e immancabilmente sottolineata non solo nei resoconti di cronaca, ma anche da parte di esponenti politici punciuti dall’urgenza di condannare il “criminale appartenente alla comunità ebraica di Roma”.


La scelta di pubblicare il nome della madre del ragazzo, la fornitura abbondantissima di indicazioni di esattezza quasi millimetrica dell’indirizzo di abitazione della famiglia, compreso il piano dell’appartamento, le divagazioni sulla “ideologica esasperazione” di cui sarebbe preda il “cecchino”, l’indugiare sulla stanza del ragazzo foderata di bandiere israeliane, sorta di corpo del reato, sono solo i dettagli più appariscenti e i corollari più infami dell’orrenda gazzarra anti-ebraica organizzata nel Paese che scrisse le leggi razziali.


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Un pensiero su “Il caso Bondì e il processo mediatico all’ebraicità

  1. blogdibarbara dice:

    Sul sito di Nicola Porro, nei commenti a un articolo che ricordava quello che ha fatto la stessa cosa in classe contro un’insegnante mentre tutti gli altri riprendevano divertiti, e che questi sono stati premiati col nove in condotta, si è scatenato il finimondo: ma quelli erano ragazzini, quella è stata una ragazzata, le vittime sono state ferite (e medicate con un cerotto; sì, ma se lui non sparava non avevano bisogno di nessun cerotto…), e che il fatto che non sia morto nessuno non vuol dire niente perché se io metto una bomba e poi non muore nessuno non vuol mica dire che non è successo niente… Decisamente in fatto di logica non li batte nessuno.
    Quanto alle bandiere israeliane, certo che sono un corpo del reato! Ricordo quando in più di una discussione in qualche blog ad un certo punto partiva la raffica di insulti: ignorante ritardata fascista razzista islamofoba… lasciando per ultima la bordata più potente, quella che riuniva in sé la potenza di tutte le altre e doveva annichilirmi: SIONISTA!
    Alle pareti del mio studio ad ogni buon conto ho una bandiera di Israele 160×120, una di Gerusalemme 100×70 e una con lo stemma della Brigata Ebraica 160×100. Poi ne ho una in soggiorno e una in corridoio. E all’ingresso, esattamente di fronte alla porta, ho la foto di Kfir che ride steso sul tappeto e quella della madre che stringe i due bambini con gli occhi disperati. Se qualcuno vuole venirmi a menare lo accoglierò con gioia.

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