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Liberale è chi sfida privilegi, corporazioni e debito pubblico

Il dibattito delle idee

Liberale è chi sfida privilegi, corporazioni e debito pubblico

Essere liberali oggi significa misurarsi con una tradizione fragile ma indispensabile: concorrenza, libertà, uguaglianza delle opportunità e lotta ai corporativismi. In Italia, però, ogni riforma inciampa nello stesso muro: Stato ipertrofico, debito pubblico e consenso mai davvero chiesto. Ringrazio Stefano Piperno per le riflessioni davvero stimolanti

Michele Magno12/05/2026Aggiornato 11/05/20265 min lettura1.081 parole
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Essere liberali oggi significa misurarsi con una tradizione fragile ma indispensabile: concorrenza, libertà, uguaglianza delle opportunità e lotta ai corporativismi. In Italia, però, ogni riforma inciampa nello stesso muro: Stato ipertrofico, debito pubblico e consenso mai davvero chiesto.


Ringrazio Stefano Piperno per le riflessioni davvero stimolanti sviluppate nel suo articolo su InOltre (“Le fragilità del liberalismo nell’età della polarizzazione populista”, 11 maggio). Riassumerei così il suo discorso: il comunismo è morto (il nome sopravvive sotto le mentite spoglie di un capitalismo di Stato retto da sistemi politici totalitari); il “welfare state”, ovvero il frutto più maturo della socialdemocrazia europea e del laburismo inglese, è sotto scacco per la difficoltà crescente di coprire i “costi” dei diritti sociali; il liberalismo, infine, si mostra debole, se non inerme, di fronte all’offensiva delle destre — e delle sinistre — populiste contro la “società aperta”.

Ma, si chiede e ci chiede Piperno, “cosa si intende per liberal?”. Rispondere non è semplice. Lo dimostra anche l’uso alternato, nel suo articolo, del termine “liberal” e del termine “liberale”. Per Michael Walzer, il più autorevole esponente della cultura liberal americana, essa non è altro che una versione del liberalsocialismo di Carlo Rosselli (“Che cosa significa essere liberale”, Raffaello Cortina Editore, 2023).

Mentre il termine “liberale” è ottocentesco. Entra nel linguaggio politico con le Cortes di Cadice nel 1812, in cui designava il partito delle pubbliche libertà opposto al partito “servil”, fedele al vecchio ordine assolutistico. In Inghilterra, dopo la riforma parlamentare del 1832, i Whig assumono l’etichetta di “liberal” e i Tory adottano la denominazione di “conservatori”.

La Guerra d’Indipendenza americana fu combattuta sotto la bandiera “whig” e i lealisti vennero chiamati frequentemente “tories”. Ma lo stesso Edmund Burke (1729-1797) fu un whig e un conservatore al medesimo tempo. Per altro verso, il termine “conservatore” fu coniato dal liberale François-René de Chateaubriand (1768-1848).

Nel Novecento i partiti che si richiamavano al liberalismo hanno occupato, negli schieramenti parlamentari, posizioni assai diverse: conservatrici, centriste, moderate, progressiste. Secondo Benedetto Croce, tuttavia, il vero liberalismo non aveva bisogno di aggettivi per definire la sua dottrina, “perché i liberali non potevano dividersi in conservatori o democratici, moderati o progressisti, essendo, per vocazione e per coerenza intellettuale, accomunati dalla missione comune di stabilire e far rispettare la libertà” (“Taccuini di guerra. 1943-1945”, Adelphi, 2004).

Ora, dopo la sconfitta del bolscevismo, la vittoria della democrazia liberale, dove un governo è legittimo soltanto se eletto dai governati e fondato sul loro consenso, è una vittoria a metà. Essa esclude ancora una parte enorme del continente asiatico e di quello africano, ed è rigettata da quei paesi islamici nei quali politica e religione, temporale e spirituale, sono tutt’uno.

Non fortuitamente, trent’anni fa Samuel Huntington parlava di un blocco “islamico-confuciano” in grado di mettere seriamente in pericolo la civiltà occidentale (“Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, 1997). Questa vittoria a metà e la pressione esercitata da quel blocco, unite alla torsione “autoritaria” degli Stati Uniti di Trump (a giudizio di chi scrive, però, già sul viale del tramonto), spiegano — almeno in parte — la crisi odierna delle liberaldemocrazie.

Certo, come sostiene Piperno, la cultura liberale (con la “e”, perché quella senza appartiene alla tradizione del New Deal, e non solo oltre Atlantico), si è rivelata fragile. In Italia, ad esempio, la scarsa fortuna delle idee liberali è tuttora sottoposta alla riserva di Guido De Ruggiero, che la attribuiva al concorso di molteplici cause.

L’etica laica era stata depressa perché il nostro Paese aveva conosciuto la Controriforma senza la Riforma. La formazione di una cittadinanza nazionale era stata ostacolata dal municipalismo al Nord e dall’asservimento allo straniero nel Sud. La rivoluzione industriale aveva partorito solo in alcune aree una borghesia autonoma e produttiva, ossia un ceto medio capace di patrocinare l’interesse generale (“Storia del liberalismo europeo”, 1925).

Ritardi antichi che servono a spiegare come, non avendo trovato nella società civile un grembo fertile, il liberalismo italiano, pur avendo espresso personalità di altissimo profilo (a partire dallo stesso Croce e da Luigi Einaudi), non sia riuscito a mettere solide radici nel nostro sistema politico.

Ma allora cosa vuol dire essere liberale oggi in Italia? Significa battersi per rimuovere gli ostacoli alla concorrenza, dando a tutte le imprese la possibilità di competere ad armi pari. Battersi per sradicare privilegi e corporativismi di ogni tipo. Formano un esercito folto e agguerrito, che spesso riesce ad averla vinta aizzando un particolarismo spietato e saccheggiando le casse pubbliche.

È liberale, insomma, chi si batte per dare a tutti uguaglianza di opportunità e la possibilità di realizzare i propri progetti di vita.

Tutto questo è liberale, ma perché poco o nulla di tutto questo si fa?

Perché in Italia ogni promessa è… debito pubblico. Perché in Italia l’ipertrofia statale ha paralizzato lo sviluppo del Paese attraverso una spesa pubblica incontrollata, una burocrazia senza confini e un inferno fiscale: uno Stato senza senso e Regioni senza ragioni, incapaci di rispondere a fondamentali bisogni individuali e collettivi.

Perché le riforme che sarebbero necessarie, dal disboscamento della burocrazia al taglio delle tasse finanziato da una riduzione della spesa pubblica, possono essere attuate solo dopo aver chiesto — e ricevuto — un forte mandato popolare. Ma nessun partito politico ha mai chiesto quel mandato in termini inequivocabili.

Credo che queste osservazioni non valgano soltanto per il Bel Paese, ma anche per altri contesti politico-sociali europei. La cultura liberale è fragile, sì, ma anche perché — a ben vedere — è sempre stata minoritaria, in particolare nel passaggio di secolo.


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3 pensieri su “Liberale è chi sfida privilegi, corporazioni e debito pubblico

  1. rolm dice:

    Il liberalismo non è attraente perché ogni categoria e corporazione ha come obiettivo quello della difesa della propria rendita e non vede oltre il proprio interesse immediato.
    L’obiettivo del liberalismo è la creazione di un sistema prima di tutto giuridico che permetta a ogni individuo e società le stesse opportunità, per arrivare ad uno sviluppo costante e comune sostenibile e questo potrebbe minare chi ha una posizione sociale ed economica privilegiata.
    Poi certo nella realtà ci sono anche certi limiti evidenti del concetto generale del liberalismo che necessitano di aggiustamenti, come per esempio nel tema dell’immigrazione e in quello di un certo commercio senza regole e norme che possono mettere a rischio la sicurezza della nazione e dei cittadini.

  2. thoroughlypirate162d21c226 dice:

    Nessun partito politico lo ha chiesto perché perderebbe immediatamente e rovinosamente le prime successive elezioni. La società è incancrenita su posizioni di rendita, pronta a dare mandato di difenderla al primo tribuno populista e telegenico.

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