Russia
Il discorso di Putin del 9 maggio: dal revisionismo al logoramento
Il 9 maggio resta la liturgia civile più potente della Russia putiniana. Ma il discorso di quest’anno non racconta una potenza in avanzata: trasforma la memoria della Vittoria in grammatica della resistenza, del logoramento e della guerra lunga. Il 9 maggio resta il centro simbolico della



Il 9 maggio resta la liturgia civile più potente della Russia putiniana. Ma il discorso di quest’anno non racconta una potenza in avanzata: trasforma la memoria della Vittoria in grammatica della resistenza, del logoramento e della guerra lunga.
Il 9 maggio resta il centro simbolico della Russia contemporanea. Nessun’altra ricorrenza possiede lo stesso peso politico, storico e identitario del Giorno della Vittoria. È il momento in cui il Cremlino salda memoria sovietica, continuità statuale russa e legittimazione del presente.
Una vera e propria liturgia civile attraverso cui il potere russo rappresenta sé stesso come erede della vittoria sul nazismo e custode del sacrificio storico del popolo sovietico.
Quest’anno, però, la parata sulla Piazza Rossa si è svolta dentro un contesto profondamente diverso rispetto al passato. La guerra in Ucraina è entrata nel suo quarto anno pieno senza una vittoria decisiva per Mosca.
L’immagine della Russia come potenza dalle risorse militari indefinite si è progressivamente logorata. La riduzione dei mezzi pesanti in sfilata, la forte attenzione securitaria attorno all’evento, l’assenza di leader globali di primo piano come Xi Jinping e Lula e la presenza quasi esclusiva di alleati regionali o periferici hanno restituito un’immagine meno imperiale e più difensiva della postura russa.
È dentro questa cornice che va letto il discorso di Vladimir Putin. Non tanto per ciò che dice apertamente, ma per la struttura narrativa e simbolica che costruisce. Perché il presidente russo continua certamente a parlare alla Russia, come ha sempre fatto il 9 maggio, ma cambia il modo in cui la Russia viene rappresentata. E questo emerge chiaramente dal linguaggio utilizzato.
La patria prima della geopolitica
L’elenco di soldati, veterani, operai, ingegneri, insegnanti, medici, volontari e imprenditori non rappresenta una novità nella retorica putiniana. Da anni il Cremlino costruisce il proprio linguaggio politico attorno all’idea di una comunità nazionale integrata, fondata sulla continuità tra Stato, popolo, apparato militare e capacità produttiva.
La guerra, nella narrativa russa, non riguarda mai soltanto il fronte: riguarda la tenuta complessiva della società.
Il punto interessante del discorso del 9 maggio 2026 non è quindi la presenza del “noi” nazionale, ma la funzione che quel “noi” assume dentro il contesto della guerra lunga. Nei primi mesi del conflitto, la mobilitazione patriottica accompagnava ancora una postura assertiva e revisionista.
La comunicazione russa insisteva sulla ridefinizione dell’ordine europeo, sulla crisi dell’unipolarismo americano e sulla possibilità di imporre nuovi equilibri geopolitici. Il linguaggio del Cremlino si muoveva dentro una prospettiva storicamente offensiva.
Nel discorso pronunciato sulla Piazza Rossa, invece, quella stessa grammatica patriottica viene utilizzata soprattutto per costruire resilienza interna. Quando Putin insiste sulla “forza morale”, sulla capacità di “superare qualsiasi prova” e sul fatto che “ciascuno dà il proprio contributo alla Vittoria”, il lessico utilizzato non è quello di una guerra rapida o di una potenza in avanzamento storico.
È il linguaggio tipico delle società impegnate in conflitti lunghi e logoranti, dove la continuità nazionale diventa essa stessa obiettivo strategico.
Anche il modo in cui Putin utilizza il concetto di Vittoria è significativo. La vittoria non viene mai descritta concretamente in termini territoriali o geopolitici. Non ci sono riferimenti a obiettivi militari precisi, né all’idea di una conclusione imminente del conflitto.
La “Vittoria” assume piuttosto una dimensione storica e morale, quasi astratta, legata alla capacità della Russia di resistere, restare unita e sopravvivere alla pressione esterna.
È qui che si coglie uno degli elementi più interessanti del discorso: la Russia continua a utilizzare la stessa infrastruttura simbolica costruita attorno al 1945, ma la funzione politica di quella memoria cambia dentro il contesto della guerra in Ucraina.
La mobilitazione patriottica non accompagna più soltanto l’idea di forza imperiale o di avanzamento storico. Serve soprattutto a sostenere la tenuta di una società entrata ormai nella dimensione della guerra d’attrito.
Non più Ucraina, il frame si sposta
Uno dei passaggi più significativi del discorso arriva quando Putin afferma che i soldati russi “si oppongono a una forza aggressiva, armata e sostenuta dall’intero blocco della NATO”. Qui si attiva immediatamente una precisa struttura politolinguistica: il nemico viene costruito attraverso una forte strategia di predicazione, cioè mediante attributi negativi e totalizzanti.
L’avversario è “aggressivo”, collettivo, militarmente onnipresente. Parallelamente, opera una chiara strategia di prospettiva: la Russia non appare mai come soggetto offensivo o revisionista, ma come civiltà assediata costretta storicamente a difendersi.
Dentro questa struttura narrativa si inserisce il principale topos della minaccia dell’intero discorso. La guerra viene rappresentata come risposta inevitabile a una pressione esterna che mette in discussione sicurezza, sovranità e continuità storica della Russia.
Ed è significativo che, in questo quadro, l’Ucraina quasi scompaia semanticamente. Putin non costruisce realmente il conflitto come guerra tra Mosca e Kiev, ma come confronto tra Russia e Occidente collettivo. L’Ucraina viene progressivamente assorbita dentro il frame NATO-occidentale e perde autonomia narrativa.
Anche il richiamo alla Seconda guerra mondiale segue questa logica. Quando Putin ricorda che i nazisti volevano “impadronirsi delle risorse”, “distruggere la cultura russa” e “sterminare il popolo sovietico multietnico”, mobilita chiaramente il topos della storia: il passato viene utilizzato per legittimare il presente.
La struttura narrativa resta identica: la Russia sopravvive perché resiste a minacce esistenziali provenienti dall’esterno.
Ma il passaggio forse più interessante emerge soprattutto nelle dichiarazioni successive alla parata. Putin ha infatti affermato che il conflitto sarebbe iniziato con la decisione dell’Ucraina di aderire all’Unione Europea: “Strangely, it all began with Ukraine’s decision to join the EU”. Qui il frame russo si amplia ulteriormente.
Formalmente il Cremlino continua ad accusare la NATO, ma il presidente sposta il baricentro della narrazione oltre la dimensione strettamente militare. Il problema, nella rappresentazione putiniana, non sarebbe stato soltanto l’allargamento dell’Alleanza Atlantica, ma l’integrazione dell’Ucraina nello spazio politico, economico e normativo occidentale.
La frase successiva chiarisce ancora meglio il meccanismo argomentativo: “Because they had no regard for Russia’s interests whatsoever”. Qui entra in funzione il topos della giustizia negata. La guerra viene presentata come conseguenza della mancata considerazione degli interessi strategici russi nello spazio post-sovietico.
L’ordine internazionale post-1991 viene implicitamente delegittimato perché descritto come sistema incapace di riconoscere alla Russia uno spazio di sicurezza e influenza ritenuto legittimo dal Cremlino.
Anche il riferimento alle “globalist Western elites” non è casuale. Si tratta di categorie discorsive strutturali nella comunicazione putiniana, utilizzate da anni per costruire un antagonismo non soltanto geopolitico, ma anche ideologico e civilizzazionale.
Dal punto di vista della strategia di denominazione, Putin costruisce un nemico astratto, transnazionale e fortemente politicizzato: non genericamente “l’Occidente”, ma élite globaliste che utilizzerebbero l’Ucraina “by proxy”.
Ed è qui che emerge anche il tentativo di costruire un frame adottabile oltre la Russia. Concetti come “élite globaliste”, critica dell’unipolarismo americano, denuncia dell’ordine occidentale o rivendicazione della sovranità nazionale sono formule pensate anche per essere riutilizzate da attori terzi: movimenti sovranisti, leadership anti-occidentali, settori politici insofferenti verso l’egemonia statunitense o la globalizzazione liberale.
È una comunicazione costruita per produrre modularità narrativa.
Tuttavia, nel discorso del 9 maggio e nelle dichiarazioni successive, questa dimensione universalizzante appare più debole rispetto al passato. Il frame revisionista continua a esistere, ma viene progressivamente assorbito dentro una narrativa sempre più centrata sulla continuità storica russa, sulla memoria del 1945 e sulla necessità di resistere all’accerchiamento occidentale.
È qui che si coglie il mutamento più importante della comunicazione del Cremlino: non l’abbandono delle categorie revisioniste care a Putin, ma la loro progressiva subordinazione a un linguaggio di resilienza nazionale tipico delle guerre lunghe e logoranti.
“La nostra causa è giusta”: la resilienza come grammatica della guerra lunga
Il cuore politico e comunicativo del discorso è probabilmente racchiuso nella frase: “la nostra causa è giusta”. Qui Putin non si limita a giustificare il conflitto: lo moralizza. Attraverso una precisa strategia di predicazione, la guerra viene incorporata dentro una dimensione etica e quasi sacrale costruita attorno a sacrificio, memoria, continuità generazionale e forza morale del popolo russo.
Putin insiste ripetutamente sulla capacità di “superare qualsiasi prova”, sulla coesione della società e sul contributo collettivo alla Vittoria. Ma il punto interessante è il modo in cui cambia la funzione di questo linguaggio.
Nei primi mesi della guerra, la comunicazione del Cremlino manteneva ancora una forte componente assertiva ed espansiva, parlando apertamente di ridefinizione dell’ordine europeo e crisi dell’unipolarismo americano. Nel discorso del 9 maggio 2026, invece, il frame revisionista non scompare, ma viene subordinato a un frame di coesione e resilienza interna.
Questo emerge soprattutto nel modo in cui Putin utilizza il concetto di Vittoria. La “Vittoria” evocata nel discorso non viene mai realmente definita in termini territoriali o strategici. Non ci sono riferimenti a obiettivi concreti né all’idea di una conclusione imminente del conflitto.
La vittoria assume piuttosto una dimensione morale e storica, legata alla capacità della Russia di resistere, mantenere continuità interna e sopravvivere alla pressione occidentale.
Dal punto di vista comunicativo, il discorso non trasmette la postura di una leadership pronta a chiudere rapidamente la guerra. Comunica piuttosto l’adattamento narrativo a una guerra lunga di attrito. Quando Putin insiste sulla “forza morale” e sulla capacità del popolo russo di sostenere sacrifici prolungati, prepara implicitamente la società russa alla continuità del conflitto più che alla sua imminente conclusione.
Anche la frase finale, “la Vittoria è sempre stata nostra e sempre lo sarà”, assume una funzione performativa precisa. Non descrive una vittoria già acquisita, ma produce continuità simbolica e certezza morale dentro una guerra che ha progressivamente logorato l’immagine iniziale della Russia come potenza capace di ottenere risultati rapidi e decisivi.
È interessante leggere in questa chiave anche le dichiarazioni successive alla parata, quando Putin ha aperto alla possibilità di un dialogo con interlocutori europei a lui graditi. A prima vista potrebbe sembrare un segnale di apertura diplomatica. In realtà, osservando il contesto politico e comunicativo complessivo, quella del dialogo appare soprattutto come una falsa pista strategica.
Dal punto di vista comunicativo, il riferimento all’Europa consente infatti al Cremlino di riattivare un vecchio frame geopolitico: quello di un Occidente non realmente compatto e di un’Europa potenzialmente separabile dagli Stati Uniti.
Putin continua a leggere l’Unione Europea come spazio attraversato da profonde divisioni interne, accentuate dalle tensioni tra l’amministrazione Trump e diverse capitali europee sul futuro della guerra e della sicurezza continentale.
In questo senso, il richiamo a un possibile dialogo con l’Europa serve soprattutto a inserirsi dentro le fratture politiche e strategiche occidentali. È un’operazione che punta contemporaneamente a logorare comunicativamente lo spazio europeo, rafforzare le componenti favorevoli a una soluzione negoziale e alimentare la percezione di una NATO e di un asse transatlantico meno compatti.
Ma c’è anche un altro elemento importante. L’apertura al dialogo arriva mentre la comunicazione russa continua a contraddire la narrativa americana sul conflitto. Trump aveva presentato il cessate il fuoco del 9-11 maggio e lo scambio di prigionieri come possibile anticipazione di un processo negoziale più ampio.
Tuttavia, sia Putin sia diversi consiglieri del Cremlino hanno rapidamente ridimensionato questa interpretazione, evitando accuratamente di collegare la tregua temporanea all’idea di un reale percorso di pace imminente.
Ed è qui che emerge la vera funzione del linguaggio utilizzato da Putin. La memoria, il sacrificio, la continuità storica e la forza morale del popolo russo non vengono mobilitati da una leadership convinta di trovarsi alla vigilia di una pace negoziata.
Vengono mobilitati da una leadership che considera il tempo, il logoramento e la tenuta interna elementi strategici centrali del conflitto. Il frame del dialogo, più che anticipare una reale svolta diplomatica, appare quindi soprattutto come uno strumento tattico dentro una più ampia strategia di guerra lunga politica, militare e comunicativa.
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Ed è esattamente questo il punto.
Perché, nonostante la brutalità della guerra, le stragi di civili, i bambini deportati, gli ospedali colpiti, gli anziani lasciati sotto le macerie, la Russia sul piano strategico e militare non ha ottenuto quella vittoria rapida, totale e schiacciante che immaginava.
E allora il vero campo di battaglia diventa un altro: noi.
Le nostre democrazie stanche.
Le nostre società frammentate.
La nostra capacità sempre più debole di distinguere la complessità dalla propaganda.
Putin sa benissimo che il tempo può logorare più delle armi.
Sa che ogni crepa dentro l’Europa e l’Occidente vale quanto una conquista sul terreno.
Sa che non serve convincere tutti: basta confondere, polarizzare, esasperare, alimentare sfiducia e rancore.
E in questo siamo diventati terribilmente vulnerabili.
Perché dentro la nostra faziosità, nella superficialità con cui consumiamo informazioni, nella predisposizione quasi compulsiva a trasformare tutto in tifoseria, siamo diventati permeabili a una propaganda incessante, sofisticata, martellante. Russa, certo. Ma anche alimentata da quel sovranismo americano che ormai considera le democrazie liberali europee più un ostacolo che un valore da difendere.
Così finiamo per fare il loro lavoro.
Distruggiamo la fiducia reciproca.
Ridicolizziamo le istituzioni democratiche.
Scambiamo il cinismo per lucidità.
La brutalità per forza.
L’isolazionismo per libertà.
Il nazionalismo rancoroso per identità.
E mentre crediamo di “difendere il popolo”, finiamo spesso per indebolire proprio ciò che rende ancora possibile una società civile: cooperazione, diritto, pluralismo, solidarietà, memoria storica.
La vera vittoria di Putin non sarebbe conquistare Kiev.
Sarebbe convincerci che la democrazia è debole, che la verità non esiste, che ogni valore è ipocrisia e che, alla fine, l’unica legge possibile sia quella della forza.
Ed è una battaglia che rischiamo di perdere non per inferiorità militare, ma per stanchezza morale.