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10 anni senza Marco Pannella. E se ne sente la mancanza

Politica italiana

10 anni senza Marco Pannella. E se ne sente la mancanza

Pannella come antidoto al conformismo ideologico: per una generazione cresciuta tra sigle, scontri e appartenenze obbligate, il radicalismo fu una scuola di libertà, responsabilità e tecnica politica. Una ragnatela di parole e visioni che ancora oggi lascia eredi, domande e un vuoto difficile da colmare. Per

Fabio Modesti20/05/2026Aggiornato 19/05/20264 min lettura879 parole

Pannella come antidoto al conformismo ideologico: per una generazione cresciuta tra sigle, scontri e appartenenze obbligate, il radicalismo fu una scuola di libertà, responsabilità e tecnica politica. Una ragnatela di parole e visioni che ancora oggi lascia eredi, domande e un vuoto difficile da colmare.


Per coloro della generazione di chi scrive, nati nei primi anni ’60 del secolo scorso, Marco Pannella ha rappresentato uno scomodo personaggio politico oppure un’ancora di salvezza dalle ideologie malsane. Per chi scrive, la seconda.

Non era facile, nel periodo settantasettino, dichiararsi radicali. L’appellativo che immediatamente veniva affibbiato era “radical chic”. Nei licei e, in genere, nelle scuole secondarie superiori, era tutto un rincorrere l’appartenenza alle sigle più in voga della sinistra extraparlamentare e della destra a destra del MSI.

Teste spaccate, assalti all’arma bianca, chiavi inglesi e crick come armi improprie e, dall’altra parte, la nonviolenza (rigorosamente senza trattino), il ragionamento politico, l’inclusività, la buona pratica dei soldi chiesti direttamente ai cittadini per fare la politica. Quando si partecipava alle assemblee studentesche, i radicali erano sempre minoritari.

Il Partito radicale di Marco Pannella è sempre stato una forza minoritaria in Parlamento, ma maggioritaria nel Paese quando si è trattato di far evolvere la società. Il Partito radicale che ha anticipato i tempi anche in Europa, quell’Europa federale di Altiero Spinelli e di Eugenio Colorni che Marco Pannella e la pattuglia radicale nel Parlamento europeo hanno continuamente propugnato, chiesto a gran voce senza essere ascoltati.

Quando Marco Pannella parlava, era un’impresa ardua seguirlo con i suoi rimandi, i suoi periodi pieni di subordinate e di incisi, ma allo stesso tempo quel periodare catturava e irretiva l’ascoltatore in una ragnatela di concetti e di visioni politiche dalla quale non si riusciva a fuggire.

Inchiodava l’interlocutore, che alla fine scopriva come, nonostante tutto, il discorso filava e Pannella aveva ragione. Pannella catturava i giovani curiosi che cercavano di andare oltre il conformismo ideologico. E catturava anche gli anziani militanti dei partiti, soprattutto della sinistra, ormai stanchi di strutture e sovrastrutture ideologiche.

A chi chiedeva a quei giovani che si avvicinavano al Partito radicale e a Marco Pannella perché lo facessero, la gran parte di essi rispondeva esaltando lo spirito di libertà, che era sempre denso di responsabilità.

E quella ragnatela che imprigionava benevolmente, aprendo le menti e i cuori verso i diversi, gli sfortunati, i criminali e gli innocenti incarcerati, ti aiutava a crescere nella cultura politica più avanzata.

È così cresciuta nel Partito radicale una classe dirigente tra le migliori che questo Paese abbia prodotto. Farne i nomi potrebbe far torto a qualcuno, ma si tratta più o meno dei migliori nei vari campi.

Chi da lì diventava parlamentare per il Partito radicale o per altre formazioni portava con sé capacità e abilità una spanna sopra gli altri. Regolamenti parlamentari a memoria, procedure e tecnica legislativa di grande levatura.

La diaspora radicale, perché questo è stato più o meno il destino di quella classe dirigente, ha arricchito gli altri per una dimensione universale della politica fatta con Pannella e da Pannella.

Quella diaspora oggi sembra aver esaurito la spinta positiva; gli ex radicali sono, appunto, ex, cioè usciti da quella dimensione. E infatti galleggiano come personaggi in cerca di autore e della tutela di sé stessi.

Il Partito radicale, a dieci anni dalla morte di Marco Pannella, c’è ancora. Certo, ridimensionato nei numeri e nelle risorse finanziarie, ma unico erede di quella ragnatela.

Ed è inutile arrovellarsi a pensare che cosa direbbe Pannella della situazione politica nazionale e internazionale attuale. Della Meloni e del suo governo, di Trump e di Putin, capo di uno Stato terrorista, di Netanyahu e della condizione dell’amato Israele, che ha sempre voluto nell’UE, e di Xi Jinping, che opprime il suo popolo, quello tibetano e le minoranze come gli Uiguri.

Inutile chiederselo perché probabilmente Pannella avrebbe spiazzato l’interlocutore con locuzioni complicate, rimandi teologici, filosofici e storici e con un periodare che avrebbe fatto perdere l’orientamento al miglior marinaio in un mare procelloso.

Per arrivare, alla fine e a distanza di tempo, alla conclusione che Pannella aveva visto giusto ancora una volta e aveva soltanto precorso i tempi.


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Un pensiero su “10 anni senza Marco Pannella. E se ne sente la mancanza

  1. Daniela Martino dice:

    Appartengo anch’io alla stessa generazione, quella dei primi anni ’60. Da ragazza partecipavo ai comizi di Pannella, catturata da quella libertà di pensiero irriverente in anni di sigle, scontri e conformismi obbligatori. Oggi, cooperando sul campo in Venezuela e Cuba attraverso progetti di sviluppo e assistenza umanitaria, vedo ogni giorno le conseguenze drammatiche del socialismo reale, con un Paese ricco di risorse ridotto alla povertà di massa, infrastrutture distrutte, sanità collassata e milioni di persone costrette all’esilio. La stessa lezione amara che si ripete a Cuba. La “ragnatela” pannelliana di rigore intellettuale, responsabilità individuale e anticonformismo mi è stata preziosa: aiuta a guardare in faccia la realtà senza autoinganni ideologici. Dieci anni dopo, la sua mancanza si sente davvero.

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