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La lezione di Draghi all’Europa: la storia non aspetta chi esita

Europa

La lezione di Draghi all’Europa: la storia non aspetta chi esita

Con questo articolo comincia la collaborazione di Cristina La Bella con InOltre. Giornalista e saggista, ha collaborato con numerose testate occupandosi di letteratura, cinema, spettacolo, società e politica, seguendo anche il mandato di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Ha pubblicato saggi dedicati ad autori e figure del Novecento,

Cristina La Bella24/05/2026Aggiornato 24/05/20265 min lettura1.042 parole
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Con questo articolo comincia la collaborazione di Cristina La Bella con InOltre. Giornalista e saggista, ha collaborato con numerose testate occupandosi di letteratura, cinema, spettacolo, società e politica, seguendo anche il mandato di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Ha pubblicato saggi dedicati ad autori e figure del Novecento, tra cui Oriana Fallaci, Federico Fellini, Luigi Malerba e Dino Buzzati. Benvenuta Cristina.

Mario Draghi torna al centro del dibattito europeo proprio mentre l’Europa sembra riscoprire il valore della competenza, della misura e del coraggio politico. Il suo rapporto sulla competitività non è solo un documento tecnico: è un avvertimento sul tempo che l’Unione rischia di perdere.


Nel momento in cui il nome di Mario Draghi ricomincia a circolare come possibile figura di mediazione internazionale sul dossier ucraino, l’Europa sembra accorgersi di quanto il suo pensiero sia diventato improvvisamente attuale.

L’ex numero uno della Bce appartiene a una specie politica quasi estinta: non invade la sfera pubblica, non trasforma sé stesso in una narrazione permanente, non usa le emozioni come strumento di consenso. In un’epoca in cui il potere coincide sempre più con la sovraesposizione, Draghi continua a praticare l’arte opposta: la sottrazione.

Persino il silenzio che lo circonda sembra svolgere una funzione strategica. Qualche giorno fa, quando ho letto la notizia secondo cui Draghi sarebbe approdato su Threads, ho capito immediatamente che si trattava di una fake news. L’economista romano non lo farebbe mai.

Il suo stile comunicativo si fonda su un principio quasi anti-contemporaneo: non consumare mai l’autorità attraverso una visibilità costante. Non saturare lo spazio pubblico, non commentare qualsiasi cosa. Eppure (o forse proprio per questo) pochi europei degli ultimi vent’anni hanno esercitato un’autorità paragonabile alla sua.

Draghi parla di rado, ma quando lo fa la temperatura politica dell’Europa cambia immediatamente. È successo nel 2012 con il “whatever it takes”, sta accadendo di nuovo oggi con il suo rapporto sulla competitività europea.

Ed è probabilmente questo che il Premio Carlo Magno ricevuto ad Aquisgrana ha voluto rimarcare. Leggendo le motivazioni ufficiali del riconoscimento, ciò che colpisce maggiormente è il tono quasi drammatico del testo: «L’Europa rischia di diventare un giocattolo nelle mani di altre potenze». Non è il linguaggio abituale delle istituzioni europee.

Per molti aspetti, questo è il vero significato del Premio Carlo Magno: l’Europa sta ammettendo che il mondo nato dalla globalizzazione ottimista è finito. Competitività, sovranità economica, politica industriale, difesa comune: il vocabolario del Rapporto Draghi sarebbe sembrato quasi eretico appena dieci anni fa. Oggi è diventato mainstream.

Il paradosso è che l’Europa appare sempre più “draghiana”, continuando però a lasciare Draghi stesso ai margini del potere politico reale. Ed è qui che la sua traiettoria personale diventa interessante ben oltre l’economia.

Lavorando al mio libro Mario Draghi. La speranza non è una strategia (Santelli Editore), mi sono resa conto che la caricatura del tecnocrate freddo funziona soltanto da lontano. Da vicino emerge qualcos’altro: disciplina, misura, rigore morale. Una concezione quasi novecentesca della competenza.

Draghi appartiene a una generazione cresciuta nell’idea che l’autorità fosse una costruzione lenta e difficile, non un talento improvvisato. I gesuiti dell’Istituto Massimo di Roma, Federico Caffè alla Sapienza, gli anni al MIT con Franco Modigliani e Robert Solow, Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro e alla Banca d’Italia: la sua formazione è passata attraverso alcune delle ultime grandi scuole intellettuali della vita pubblica europea.

Oggi tutto questo appare quasi alieno. Viviamo in un’epoca che pretende opinioni immediate su qualsiasi cosa. Draghi invece è espressione di un’altra mentalità: quella in cui il potere, prima di diventare comunicazione, è preparazione.

L’ex presidente del Consiglio italiano ha ricordato più volte un’iscrizione che suo padre lesse su un monumento in Germania tra le due guerre: «Se hai perso il denaro non hai perso niente, perché con un buon affare lo puoi recuperare; se hai perso l’onore, hai perso molto, ma con un atto eroico lo potrai; ma se hai perso il coraggio, hai perso tutto».

Quella frase probabilmente contiene il nucleo più profondo della sua visione del mondo. Anche il “whatever it takes” nacque da quell’istinto. Viene spesso descritto come un colpo di genio monetario, in realtà fu soprattutto un atto di coraggio politico in un momento in cui l’Europa sembrava paralizzata dalla propria architettura burocratica.

Draghi ha compreso prima di molti altri che la crisi dell’euro non era soltanto economica. Era quasi esistenziale. I mercati non stavano mettendo in dubbio soltanto la moneta unica, ma la volontà stessa dell’Unione di sopravvivere.

E il Rapporto Draghi sulla competitività europea nasce dalla medesima intuizione. Sotto il linguaggio tecnico si nasconde una critica radicale all’Europa degli ultimi decenni: un continente lento, convinto che le regole da sole potessero proteggerlo in un mondo tornato a organizzarsi attorno a tecnologia, energia e sicurezza.

Da questa prospettiva, anche il Premio Carlo Magno contiene una richiesta implicita: non basta celebrare Draghi come simbolo dell’integrazione europea. Sarebbe troppo semplice. La vera domanda è se l’Unione abbia davvero il coraggio di seguire gli avvertimenti contenuti nel suo rapporto.

Perché il punto centrale del pensiero di Draghi è sempre stato lo stesso: la storia non aspetta chi esita.


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Un pensiero su “La lezione di Draghi all’Europa: la storia non aspetta chi esita

  1. Maria Nadia dice:

    Draghi, una figura di grande autorevolezza, cui tutti si richiamano, ma che nessuno di fatto ascolta. I mediocri non ne riconoscono il valore, ma lo temono.

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