\n\n\n\n\n\n

Caro Francesco, forse davvero non c’è niente da capire. Lettera aperta a De Gregori

Il dibattito delle idee

Caro Francesco, forse davvero non c’è niente da capire. Lettera aperta a De Gregori

Senza proclami né divise morali, le canzoni di Francesco De Gregori diventano una risposta al conformismo di chi pretende obbedienza simbolica. Un ringraziamento personale a un autore che ha insegnato il valore dell’incertezza, della libertà e dello sguardo umano sulle cose. Bene, se mi dici che

Alessandro Chelo01/06/2026Aggiornato 07/07/20265 min lettura1.021 parole

Senza proclami né divise morali, le canzoni di Francesco De Gregori diventano una risposta al conformismo di chi pretende obbedienza simbolica. Un ringraziamento personale a un autore che ha insegnato il valore dell’incertezza, della libertà e dello sguardo umano sulle cose.


Bene, se mi dici che ci sono anche dei fiori in questa storia, sono tuoi. No Francesco, non mi pare di vedere fiori nelle parole di chi oggi punta il dito contro di te perché non indossi la kefiah: nelle loro parole vedo poco colore, poca bellezza, poca purezza. Vedo semmai grigiore, conformismo, giudizio.

Era il 1974 quando scrivevi quel verso, incipit del brano Bene, secondo me, una delle tue più struggenti canzoni, appartenente all’album cosiddetto “della pecora” in ragione dell’immagine di copertina del disco.

Due anni dopo, nel 1976, in occasione di un tuo concerto milanese, subirai una sorta di processo pubblico sul palco, da parte di un improvvisato tribunale del popolo. Maneggio il tema con pudore perché non sono così certo che tu, sia pure a distanza di così tanto tempo, abbia pienamente elaborato quella vicenda e non vorrei dimostrarmi indelicato.

Mi permetto solo di mettere in evidenza come, dal mio punto di vista, quei ribelli di allora si sentissero dalla parte giusta della storia almeno quanto i propal, sedicenti ribelli di oggi: la gente è la solita, non cambia scena, la stessa che ho lasciato tanto tempo fa.

Solo due anni dopo, nel 1978, ti ripresenterai al grande pubblico e lo farai con l’album che contiene la canzone Generale. Con quella canzone ci parli di guerra, bella anche se fa male, e lo fai senza proclami, raccontandoci di vita vissuta, di una contadina curva sul tramonto che sembra una bambina, di figli venuti al mondo come conigli, di bambini che piangono perché a dormire non ci vogliono andare, di lacrime, di casa, d’amore.

D’altronde, come canti nel brano Raggio di sole contenuto nel medesimo album, il nostro destino è quello di vivere in un mondo dove nessuno ti vuole bene, dove nessuno ti vuole male, un mondo che è già troppo pieno in cui una strana ferrovia ti porta dove tira il vento, dove scegli di ritornare.

Ci ricordi che viviamo in un mondo in continuo chiaro/scuro: in mezzo al mare c’è qualche nuvola, ma non fa niente perché lontano passa una nave e ha tutte le luci accese.

Negli anni successivi, hai continuato a parlarci di noi, della nostra molteplicità, delle nostre contraddizioni, di terra e polvere che tira vento e poi magari piove, di un ragazzino di dodici anni col cuore pieno di paura, di giocatori tristi che non hanno vinto mai e hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso ridono dentro al bar, ricordandoci anche di quelle tenere sconfitte quotidiane che colorano il nostro percorso di vita anche quando forse non ce ne rendiamo pienamente conto: passa quest’acqua di fiume che sembra che è ferma, ma hai voglia se va.

Lo hai fatto raccontando immagini e non propinando prediche. Ci hai ricordato che ognuno è figlio del suo tempo e ognuno è libero col suo destino, che ognuno porta la sua croce e ognuno inciampa sul suo cammino, perché ognuno vive come vuole e ognuno è vittima e assassino.

Non avevo ancora sedici anni quando, con la Vespa del mio amico Armando, raggiungemmo Uscio, un paesino dell’entroterra genovese, per assistere a un concerto di un gruppo musicale di nostri amici.

Ad aprire il concerto, un giovane cantautore romano coi capelli rossi che propose qualche suo brano. Ricordo in particolare Il signor Hood, la canzone che mi raccontò di un galantuomo sempre ispirato dal sole, con due pistole caricate a salve e un canestro pieno di parole, che, assalito dai parenti ingordi, scaricò le sue pistole in aria e regalò le sue parole ai sordi.

Mi innamorai e da allora non ho mai smesso di seguirti. Credo di poter dire che anche le tue canzoni hanno concorso alla mia crescita, a un’esplorazione di me stesso grazie alla quale ho cercato di tirar fuori il meglio di me: chissà se si può capire che milioni di rose non profumano mica se non sono i tuoi fiori a fiorire.

Ho continuato a chiedermi quanto è grande il verde, come è bello il mare, quanto dura una stanza e ho visto gente andare, perdersi e tornare e perdersi ancora. Ho sperimentato che la vita è una strada con molti tornanti e che i cani ci girano intorno con le bocche fumanti. Poi un giorno si presenta l’inverno e ti piega i ginocchi e tu ti affacci da dietro quei vetri che sono i tuoi occhi e non vedi più niente e più niente ti vede e più niente ti tocca. Così, oggi, più o meno tuo coetaneo, come uno straniero giro la mia terra abbandonata, abbandonato e solo. E vado per la vita a passo d’uomo. Altra misura non conosco. Altra parola non sono.

Credo di aver fatto mio il valore dell’incertezza che caratterizza tante tue canzoni e so che non vale la pena di vivere da tifosi, facendosi trovare sempre dalla stessa parte, per partito preso, per fanatismo, per ottusità, per una falsa idea di coerenza. Ho imparato anche quanto l’amore faccia eccezione, perché l’amore, il vero amore, può nascondersi, confondersi, ma non può perdersi mai.

Sempre e per sempre, grazie Francesco.

L’articolo contiene citazione  riferimenti alle seguenti canzoni:

Bene, 1974

Il signor Hood, 1975

Oceano, 1975

Generale, 1978

Raggio di sole, 1978

La leva calcistica della classe ’68, 1982

La ragazza e la miniera, 1983

Mimì sarà, 1987

Un guanto, 1996

Sempre e per sempre, 2001

Pezzi, 2005

Passo d’uomo, 2012


Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo.

*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy



Iscriviti al Club InOltre

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene.  È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.

Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay

Un pensiero su “Caro Francesco, forse davvero non c’è niente da capire. Lettera aperta a De Gregori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *