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Mala tempora currunt, sed peiora parantur per la democrazia americana

Storia, costume e cultura

Mala tempora currunt, sed peiora parantur per la democrazia americana

Kurt Gödel (1906-1978) viene comunemente considerato il più grande logico di tutti i tempi. Aristotele, che lo segue subito dopo in una gerarchia ideale, era anche un esperto di costituzioni. Si può dire lo stesso di colui che ha dato il suo nome ai celebri “teoremi

Michele Magno01/07/2024Aggiornato 30/06/20244 min lettura785 parole

Kurt Gödel (1906-1978) viene comunemente considerato il più grande logico di tutti i tempi. Aristotele, che lo segue subito dopo in una gerarchia ideale, era anche un esperto di costituzioni. Si può dire lo stesso di colui che ha dato il suo nome ai celebri “teoremi di incompletezza”, i quali, insieme al principio di indeterminazione del fisico tedesco Werner Heisenberg, sarebbero divenuti i simboli dei limiti della conoscenza umana. Uno divertente episodio può aiutarci a rispondere. Lo racconta il saggista del New York Times Jim Holt nel libro “Quando Einstein passeggiava con Gödel” (Mondadori, 2019).

Riparato negli Stati Uniti dopo l’Anschluss dell’Austria alla Germania nazista (marzo 1938), gli viene offerto un posto all’Institute for Advanced Studies di Princeton. Avendo chiesto la cittadinanza americana, il 5 dicembre 1947 viene convocato a Trenton per l’udienza di rito. A fargli da testimoni sono due suoi grandi amici, Albert Einstein e Oskar Morgenstern, l’economista inventore -con John von Neumann- della teoria dei giochi. Per prepararsi all’udienza, Gödel aveva passato al setaccio l’assetto istituzionale del paese che lo ospitava. Alla vigilia dell’appuntamento, chiama agitato Morgenstern: aveva trovato un’incoerenza logica nella sua Costituzione. Pur divertito, Morgenstern comprende che la faccenda era tremendamente seria. E, temendo il peggio, lo prega di non porre la questione davanti al giudice.

Durante il tragitto per Trenton, i suoi accompagnatori lo esortano nuovamente a non menzionarla. Non saranno ascoltati. Giunti in tribunale, il giudice Phillip Forman, trovandosi di fronte a personalità così eminenti, li invita nel suo studio. Dopo una breve conversazione, dice a Gödel: “Finora lei ha mantenuto la cittadinanza tedesca”. “No -lo corregge immediatamente Gödel- austriaca”. “Comunque -prosegue il giudice- era sotto una malvagia dittatura. Ma fortunatamente una cosa del genere in America non è possibile”. “Al contrario, -replica Gödel- so come potrebbe accadere”. E inizia a spiegare come la Carta del 1787 permettesse l’instaurazione di un regime dispotico anche negli Usa. A quel punto, il giudice fa finta di niente mentre Einstein e Morgenstern cercano in tutti modi di metterlo a tacere. Pochi mesi dopo, diventerà comunque un cittadino americano.

Quale era la falla logica che Gödel credeva di avere scovato? Possibile che i padri fondatori avessero inavvertitamente lasciato aperta una porta al fascismo? Non va sottaciuto -sottolinea Holt- che, se Gödel era un campione di logica, era anche un campione di paranoia. Credeva nei fantasmi; aveva un terrore morboso dei gas del frigorifero; il fenicottero rosa che la moglie gli aveva messo davanti alla finestra gli sembrava una creatura “paurosamente affascinante”; ed era convinto che “forze oscure” fossero al lavoro nel pianeta per distruggere il bene. Negli ultimi anni della sua vita si rifiutava di mangiare, ossessionato dalla sindrome del complotto: era infatti sicuro che misteriosi nemici volessero avvelenarlo.

La contraddizione, allora, era nella Costituzione americana o nella mente di Gödel? Secondo la ricostruzione dell’aneddoto contenuta nel volume di Solomon Feferman “In the Light of Logic” (1998), a preoccuparlo potrebbe essere stato l’articolo V, che non pone vincoli sostanziali all’emendabilità della Costituzione. In questo senso, secondo Gödel poteva consentire anche l’approvazione di un emendamento soppressivo della forma repubblicana di governo e di ogni tutela dei diritti civili, sociali e politici. In realtà, la più grande limitazione della Costituzione al potere della maggioranza risiede proprio nella sua resistenza, praticamente impenetrabile, alla procedura formale di revisione. L’articolo V -una “gabbia di acciaio con sbarre quasi di kryptonite”, secondo l’espressione del giurista Sanford Levinson- la rende molto rigida, subordinando ogni cambiamento formale ad una proposta avanzata da una maggioranza di due terzi del Congresso o dagli organi legislativi di due terzi degli Stati, che deve esssere ratificata da tre quarti degli Stati.

Però…Però Gödel non poteva certo immaginare che lo scenario distopico da lui paventato avrebbe ispirato una filmografia “apocalittica” sulle tendenze autoritarie della democrazia americana. Senza tuttavia dimenticare, ma questa è tutt’altra storia, che gli studiosi del bonapartismo (o cesarismo) -da Tocqueville a Weber a Franz Neumann- concordano sul fatto che esso è sorto e si è sviluppato in un contesto democratico (mentre “l’enigma del consenso” al Partito nazionalsocialista dei lavoratori nelle elezioni del 1933, per riprendere la formula del biografo di Hitler Ian Kershaw, resta tuttora una questione più complessa, nonostante i fiumi d’inchiostro versati per analizzarla).

Questo è il punto. Si può sviluppare anche nel contesto democratico americano? In un contesto, cioè, il cui l’occupazione del Campidoglio del 6 gennaio 2021, un vero e proprio tentato golpe, sembra non aver scalfito minimamente gli elettori di Donald Trump, il quale oggi chiede persino la liberazione degli assalitori con la sostanziale copertura della Corte Suprema? Chi vivrà vedrà, ma il rischio c’è.

Mala tempora currunt, sed peiora parantur.

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