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Tokyo contro gli zombie

Giappone

Tokyo contro gli zombie

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Camillo Bosco25/07/2024Aggiornato 23/07/20243 min lettura564 parole

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Tokyo vuole uccidere le sue aziende ‘zombie’ mirando al centro nervoso che le anima oltre ogni profittabilità: gli incentivi pubblici. Un esercito di circa 251mila compagnie medie, piccole e piccolissime che non riescono a guadagnare abbastanza per coprire i propri debiti senza l’aiuto delle casse dello Stato, ma che continuano a volare come il proverbiale calabrone. Sette lavori giapponesi su dieci appartengono a queste Pmi, le piccole e medie imprese: meno dell’Italia, dove sono invece oltre l’80% percento, ma comunque un dato molto alto e corrispondente a un modello che ha reso grande la sua produzione manifatturiera (sebbene non tutte le Pmi facciano parte del settore secondario). Oggi però questa impostazione mostra sempre più i suoi limiti, soprattutto rispetto alla concorrenza cinese che fa largo uso di strategie di dumping e di ogni aiuto possibile da parte del Partito comunista cinese. 

Perché se qualunque economia sana ha bisogno di aziende di ogni forma e misura,, secondo il governo di Fumio Kishida non tutte vanno preservate coi soldi pubblici. Al contrario, la naturale ritrosia nipponica nel dichiarare fallimento e nel licenziare i dipendenti pare abbia contribuito non poco alla stagnazione che ha colpito l’economia dell’arcipelago. Un dato su tutti è quello delle paghe medie, bloccate dal 1990 intorno alla quota dei 40mila dollari annui. Trentaquattro anni perduti per la crescita del consumo, quando persino in Italia si è vista una crescita dei salari (che comunque rimangono quasi 10mila dollari al di sotto della soglia giapponese). E, ancora peggio, anche il Pil pro capite giapponese è tutt’oggi intorno ai valori del Novanta.

Per Kishida la sospensione degli aiuti statali dovrebbe incentivare le aziende del Paese a fare i conti col mercato contemporaneo, senza avere l’intenzione di causare fallimenti a catena o licenziamenti di massa. Lo scenario ideale previsto è quello delle acquisizioni e degli accorpamenti di aziende simili, nell’ottica di aumentare la loro efficienza e la loro competitività sia nel mercato interno che in quello internazionale. Per i legislatori l’abbandono delle misure più assistenzialiste mira anche a sbloccare la stasi salariale, visto che le fusioni dovrebbero liberare nuovo spazio imprenditoriale in un contesto di declino della popolazione autoctona (in riduzione ormai da 14 anni consecutivi).

La scelta del governo è insomma quella di abbandonare una sicura ma scomoda palude economica, che per hanno ha fornito ai più di 122 milioni di cittadini giapponesi un benessere comunque invidiato in tutto il mondo, in favore di una scossa che vorrebbe riportare dinamismo nell’industria e rivitalizzare i consumi. Tuttavia il problema più grosso potrebbe risiedere nella mentalità dei proprietari delle Pmi del sol levante, caratterizzati più dalle loro competenze tecniche riguardo i prodotti che fabbricano e non dalla loro abilità nel campo della contrattazione interaziendale. Spesso però basta anche un pizzico di creatività: l’azienda di packaging Izumiya – fondata nel 1927 – è tornata profittevole alzando i prezzi dei propri prodotti ed elaborando una nuova confezione a tema micesco, ma è dovuta cambiare la generazione al comando perché ciò potesse succedere.

Nel contesto di un mondo in rapido mutamento e di un Oceano Pacifico reso sempre più caldo dall’aggressività cinese, l’esempio del Giappone è quello di un sistema che vuole adattarsi per non rischiare di morire seppellito con la sue antiche usanze.

Articolo precedentemente pubblicato a pagina 8 del quotidiano “La Ragione” il 17 luglio 2024

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