Storia, costume e cultura
Cos’è il potere? Le risposte di Kershaw, Schmitt e Arendt
Ian Kershaw è uno dei maggiori studiosi del Terzo Reich. Lo storico inglese approda alla stesura di una biografia di Hitler (pubblicata nel 1998-2000) spinto dall'insopprimibile bisogno -come afferma nella prefazione- di "approfondire la riflessione sull'uomo che fu fulcro indispensabile e centro ispiratore" del regime nazista

Ian Kershaw è uno dei maggiori studiosi del Terzo Reich. Lo storico inglese approda alla stesura di una biografia di Hitler (pubblicata nel 1998-2000) spinto dall’insopprimibile bisogno -come afferma nella prefazione- di “approfondire la riflessione sull’uomo che fu fulcro indispensabile e centro ispiratore” del regime nazista (“Hitler”, 2 voll., Bompiani, 2019). Servendosi del concetto weberiano di carisma per spiegare sia l’autorità assoluta del dittatore sia il gregarismo del popolo tedesco, il professore dell’Università di Sheffield tratteggia un profilo del Führer che -come egli stesso scrive- si risolve in definitiva nella “storia del suo potere”.
Quasi cinquant’anni prima, in un volumetto che fece molto discutere, Carl Schmitt aveva dato una risposta diversa. Secondo il giurista tedesco, che era stato vicino al nazismo, ogni potere ha consenso “in certi casi per fiducia, in altri per paura, a volte per speranza, a volte per disperazione” (“Dialogo sul potere”, Adelphi, 2012). In altri termini, gli uomini hanno bisogno di protezione e cercano questa protezione nel potere. Il legame tra protezione e obbedienza è dunque per lui l’unica spiegazione del potere. Chi non ha il potere di proteggere qualcuno non ha nemmeno il diritto di esigerne l’obbedienza. Viceversa, “chi cerca protezione e la ottiene non ha il diritto di negare la propria obbedienza”. Il potere ha una logica interna che va al di là di chi lo esercita: “è più forte di ogni volontà di potenza, più forte di ogni bontà umana e, per fortuna, di ogni umana cattiveria”.
Quando Schmitt concepì il suo pamphlet (1954), il potere veniva già identificato da Martin Heiddeger (anche lui vicino al nazismo) con la “gabbia della tecnica”, con la capacità di ridurre gli uomini a “piccoli funzionari” dell’apparato globale. Tuttavia, il suo pensiero si discosta non poco da quello del filosofo di “Essere e tempo”, di cui era buon amico. Il titolo esteso del “Dialogo” recita, infatti, “e sull’accesso a coloro che lo detengono”. Il problema del potere è cioè quello di come sia possibile entrarvi in contatto. Partendo dall’affermazione che “ogni potere diretto è sottoposto immediatamente a influenze indirette”, la sua conclusione è che “non esiste alcun potere senza questa anticamera, senza questo corridoio” (nel 1890 Bismarck si dimise quando l’imperatore Guglielmo rifiutò il preventivo assenso del cancelliere sui suoi ospiti a corte). L’essenza del potere viene insomma solo adombrata, ma non enunciata esplicitamente. Ciò significa che del potere non vediamo mai il volto, ma soltanto la sua immagine riflessa nello specchio della storia, della lotta per la sua conquista. D’altronde, l’idea che il potere vero stia “altrove”, che sia invisibile e remoto ancorché influentissimo, ancora oggi è largamente diffusa.
Cos’è, allora, il potere? Non è qui possibile elencare tutti gli studiosi che considerano la violenza come la più flagrante manifestazione del potere. Mi limito a ricordare una studiosa che invece non la pensava esattamente così. Hannah Arendt attribuiva la paternità delle concezioni imperniate sul “comando dell’uomo sull’uomo” al concetto di potere assoluto, coevo alla nascita dello Stato-nazione e teorizzato da Jean Bodin e Thomas Hobbes. “Oggi dovremmo aggiungere -annotava profeticamente nel 1969- la più recente e forse più formidabile forma di dominio: la burocrazia o il dominio di un intricato sistema di uffici in cui nessuno, né uno né i migliori, né i pochi né i molti, può essere ritenuto responsabile, e che potrebbe […] essere definito come il dominio da parte di Nessuno” (“Sulla violenza”, Guanda, 1996).
Se il potere non ha bisogno di giustificazione, essendo inerente all’esistenza stessa delle comunità politiche, non può però fare a meno della legittimazione: la violenza può essere giustificabile, ma non sarà mai legittimata. Questo assunto porta l’allieva di Karl Jaspers a stabilire una differenza decisiva fra la dominazione totalitaria, basata sul terrore, e le tirannidi fondate con la violenza. Perché la prima si rivolge non solo contro i propri nemici ma anche contro i propri amici, avendo paura perfino del potere dei suoi sostenitori. E il colmo del terrore si raggiunge quando lo “Stato di polizia” comincia a divorare i propri figli, quando “i boia di ieri diventano le vittime di oggi”.
È pertanto insufficiente -sottolinea- affermare che il potere e la violenza non sono la stessa cosa. Il potere e la violenza sono opposti; dove governa l’una, l’altro è assente. Questo implica che “non è corretto pensare all’opposto della violenza in termini di non violenza […]. Se la pratica non violenta di Gandhi si fosse scontrata con la Russia di Stalin, la Germania di Hitler, il Giappone anteguerra, invece che con l’impero britannico, probabilmente il suo esito sarebbe stato non la decolonizzazione, ma un massacro”. Insomma: il potere fa senz’altro parte dell’essenza di tutti i governi, ma la violenza no. La violenza è per natura strumentale, mentre il potere è “un fine in sè”.
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Molto interessante. Grazie Michele!