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La gogna giudiziaria, mediatica e politica di Ottaviano Del Turco

Italia

La gogna giudiziaria, mediatica e politica di Ottaviano Del Turco

"Meglio un innocente in galera che un colpevole fuori": è l'essenza del giustizialismo, di quel giustizialismo praticato dal movimento di nuovo conio di Giuseppe Conte contro Ottaviano Del Turco. Quel movimento, infatti, non si fece scrupolo persino di revocargli il vitalizio da senatore dopo la sua

Michele Magno24/08/2024Aggiornato 24/08/20242 min lettura370 parole

“Meglio un innocente in galera che un colpevole fuori”: è l’essenza del giustizialismo, di quel giustizialismo praticato dal movimento di nuovo conio di Giuseppe Conte contro Ottaviano Del Turco. Quel movimento, infatti, non si fece scrupolo persino di revocargli il vitalizio da senatore dopo la sua condanna, in seguito franata come un castello di carte. Una sorta di pena inumana e degradante, inflitta a un uomo che stava consumando la sua esistenza lottando con i postumi di una patologia oncologica e con l’avanzare inesorabile di due malattie come il Parkinson e Alzheimer.

“La sfortuna degli altri è dolce come il miele”, recita un antico proverbio giapponese. I tedeschi, più pragmatici, per esprimere la gioia per le disgrazie altrui usano un termine, “Schadenfreude”, forse un po’ minaccioso e oscuro, ma che allude a un sentimento più comune di quanto siamo disposti ad ammettere. Ecco, le torture mediatiche che hanno accompagnato il calvario politico-giudiziario dell’ex segretario della Cgil sanno molto di “Schadenfreude”. Nietzsche la definiva la “vendetta dell’impotente”, mentre per Schopenhauer era un “indizio infallibile di un cuore profondamente cattivo”.

In una delle sue magistrali lezioni di filosofia morale, Hannah Arendt osservava che il sadismo è curiosamente assente nel catalogo canonico dei vizi umani; al contrario, il puro piacere di infliggere il dolore e di contemplare la sofferenza dovrebbe essere considerato il vizio di tutti i vizi. Per secoli è stato rappresentato solo nella letteratura pornografica e nell’arte della perversione. Lo si è sempre rinchiuso tra le pareti della camera da letto, e solo di tanto in tanto si riusciva a trascinarlo nelle aule dei tribunali.

Oggi, invece, da noi è praticato liberamente e alla luce del sole in particolare da un quotidiano nazionale, il cui direttore è famoso, oltre che per le sue campagne manettare, per il suo sorriso beffardo (solo le classi subalterne ridono a crepapelle; l’elitista sorride preferibilmente a bocca chiusa). Tertulliano e Tommaso d’Aquino annoveravano, in perfetta innocenza, la visione dei dannati all’inferno tra i piaceri che attendono i santi in paradiso. Quel direttore non è un santo, e quindi non avrà questa opportunità. Ma anche per lui dovrebbe valere la prescrizione somma dell’etica cristiana: “Non fare agli altri ciò che non desideri sia fatto a te stesso”.

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