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Il calo dei prezzi globali del greggio riduce le entrate petrolifere di Mosca

Conflitto russo-ucraino

Il calo dei prezzi globali del greggio riduce le entrate petrolifere di Mosca

Il calo dei prezzi del petrolio di settembre, che ha visto il valore del Brent scendere sotto i 70 dollari al barile registrando i livelli più bassi dalla fine del 2021, ha trascinato verso il basso anche le quotazioni del greggio degli Urali, la qualità più

Federico Bosco27/09/2024Aggiornato 27/09/20243 min lettura537 parole

Il calo dei prezzi del petrolio di settembre, che ha visto il valore del Brent scendere sotto i 70 dollari al barile registrando i livelli più bassi dalla fine del 2021, ha trascinato verso il basso anche le quotazioni del greggio degli Urali, la qualità più venduta del petrolio russo il cui deprezzamento abbassa i ricavi delle compagnie petrolifere del Paese. Secondo i dati di Bloomberg e Reuters, la settimana scorsa il greggio russo imbarcato dai terminal del Mar Baltico è stato venduto al di sotto dei 60 dollari al barile per la prima volta dall’inizio dell’anno, mentre il prezzo dal terminal sul Mar Nero – per gli attuali acquirenti meno oneroso sul piano logistico – è stato di 60,33 dollari.

I prezzi sono saliti leggermente nei giorni successivi a causa di un uragano nella Louisiana che ha rallentato l’esportazione di greggio dagli Stati Uniti, ma non a un livello tale da riportare le quotazioni del Brent agli 80 dollari di quest’estate. Quando il G7 e l’Unione europea hanno deciso di sanzionare il petrolio russo imponendo il price cap, la soglia “punitiva” è stata fissata a 60 dollari al barile poiché al di sotto di questa cifra i ricavi della Russia sono appena sufficienti a far quadrare i conti del bilancio.

Il petrolio infatti è la maggiore fonte di entrate per Mosca (superiore al gas), il principale flusso di liquidità che alimenta la macchina bellica del Cremlino. Il bilancio del 2024 della Russia è stato pianificato in base a stime che vedevano il prezzo del Brent stabile intorno agli 85 dollari e l’Urals a 71,3 dollari. Le discussioni per la legge finanziaria dell’anno prossimo sono ancora in corso, ma le bozze viste dal quotidiano economico russo Vedomosti stimano il Brent a circa 80 dollari e il prezzo d’esportazione dell’Urals ai 70 dollari.

Sono previsioni troppo ottimistiche. Quest’anno i prezzi del greggio sono stati schiacciati dall’aumento della produzione in alcuni l’Agenzia Internazionale per l’Energia (lea) considerano il calo dei prezzi una tendenza di lungo periodo. Giovedì scorso l’Iea ha ridotto di un altro 7% la previsione di crescita annua della domanda di greggio. I rappresentanti di Trafigura e Gunvor – due dei quattro principali trader petroliferi mondiali – durante un’importante conferenza di settore hanno detto che i prezzi oscilleranno tra i 60-70 dollari al barile «per un po’ di tempo».

Non sono buone notizie per il Cremlino. Nella prima metà di quest’anno i proventi da gas e petrolio sono aumentati del 41% rispetto all’anno scorso, ma i ricavi petroliferi sono già scesi al minimo degli ultimi sette mesi mentre le spese di guerra hanno costretto Mosca a prelevare liquidità dal Fondo sovrano di riserva, già pesantemente eroso.

Pertanto la domanda è quanto a lungo i prezzi del greggio resteranno troppo bassi. Se si tratta di pochi mesi, non ci saranno grosse conseguenze. Se invece dovesse durare più a lungo, la riduzione delle entrate si combinerà con gli effetti della guerra in Ucraina e delle sanzioni occidentali. «Nel caso in cui i prezzi dell’Urals si stabilizzassero intorno ai 60 dollari al barile lo spazio di bilancio sarà molto stretto a causa dei costi della “operazione militare specia-le”», scrive Rosbank, una delle banche russe più affidabili. «Quest’anno le spese militari costeranno al Tesoro quasi il 30% del bilancio, una quota che non si vedeva dai tempi dell’Unione Sovietica».

Articolo pubblicato su LA RAGIONE del 18 settembre 2024

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