\n\n\n\n\n\n

La Democrazia non è un pranzo di gala. Riflessioni sulla colpa politica del popolo russo

Russia

La Democrazia non è un pranzo di gala. Riflessioni sulla colpa politica del popolo russo

Iscriviti a nostri canali e alla nostra newsletter 1. Fino a che punto un popolo può essere considerato corresponsabile delle colpe della propria leadership? È possibile sdoganare il concetto di responsabilità collettiva all'interno di uno Stato di Diritto? È ammissibile che il (sacrosanto) dogma della responsabilità

JozeJechich_JJ03/10/2024Aggiornato 03/10/20248 min lettura1.619 parole

Iscriviti a nostri canali e alla nostra newsletter


1.


Fino a che punto un popolo può essere considerato corresponsabile delle colpe della propria leadership? È possibile sdoganare il concetto di responsabilità collettiva all’interno di uno Stato di Diritto? È ammissibile che il (sacrosanto) dogma della responsabilità giuridica individuale precluda l’individuazione della collettività quale soggetto metafisico portatore di una responsabilità condivisa?

Partiamo dal presupposto che si tratta di domande non certo inedite bensì correlate al manifestarsi di determinate situazioni storico-politiche quali l’insorgere di regimi autoritari, nei cui atti sia possibile individuare così gravi ed immorali violazioni dello Stato di Diritto da prefigurare da parte della popolazione, una complicità attiva, consensuale o anche solo passiva, in assenza della quale tali violazioni non avrebbero potuto essere perpetrate.

Non a caso queste domande erano state al centro, nel dopoguerra, di una profonda riflessione da parte del filosofo tedesco Karl Jaspers in La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania (1947) e quindi della sua allieva Hannah Arendt nel suo intervento Responsabilità collettiva (1968).

Ambedue i filosofi, che intrattennero un ventennale scambio epistolare, concordano sul fatto che la responsabilità giuridica debba essere solo individuale; non possono cioè, in base ai principi dello Stato di Diritto, ricadere su altri colpe precisamente individuate attraverso le garanzie dell’iter giudiziario ed attribuibili solo personalmente.

Karl Jaspers (1883-1969)

Esistono però livelli superiori di colpa oltre a quella giuridica. Jaspers ne individua altre tre: morale, politica e metafisica laddove per “politica” si intende la corresponsabilità della società civile nel non essere stata capace di prevenire e poi di opporsi all’ascesa di un regime.
La colpa politica è quella che più severamente affligge la collettività pur senza potersi tradurre in colpa giuridica. Scrive Jaspers:

“L’etica del politico è principio dell’esistenza dello stato, in cui tutti prendono parte con la loro coscienza, il loro sapere, il loro modo di pensare e il loro modo di volere. È la vita della libertà politica […] Essa è resa possibile dal fatto che tutti hanno il compito e la chance di essere corresponsabili”.

Dunque la collettività non può sfuggire alla colpa politica proprio in quanto è la collettività stessa a formare la politica e quindi le azioni che da essa discendono. A pagare le colpe giuridiche delle loro azioni, a vedersi cioè tramutata la colpa in pena saranno poi gli autori, attori ed attuatori delle azioni stesse in base al principio della responsabilità individuale; ma sarà l’intera collettività intesa come sommatoria di individui compartecipi, a doversi assumere la responsabilità politica di una determinata fase storica, per non aver saputo scegliere diversamente o per non averlo voluto fare per quieto vivere o interesse.
È illusorio infatti pensare che il non-essere parte attiva di un regime sia sufficiente a sgravarsi dalla colpa politica prodotta dall’accettazione passiva del regime medesimo confidando in una sua futura scomparsa.
Scrive ancora Jaspers:

“i cittadini sono nella maggior parte estranei alla vita politica. La potenza dello stato non viene qui sentita come cosa che li riguarda. Essi non si considerano corresponsabili, ma fanno solo da inerti spettatori della vita politica, e lavorano e operano obbedendo ciecamente. Essi conservano la loro buona coscienza nell’ubbidienza, senza partecipare a ciò che i detentori del potere decidono e fanno. Subiscono la realtà politica come qualche cosa di estraneo a loro. Cercano di cavarsela con astuzia e di trarne i propri vantaggi personali, oppure vivono in un cieco entusiasmo fatto di sacrifici.

Il non aver collaborato attivamente col regime non implica affatto assoluzione in quanto ogni non-azione individuale si trasforma in elemento rafforzativo del regime stesso essendo contestualmente venuto a mancare quel contributo alla costruzione positiva del diritto che ogni cittadino ha il diritto-dovere di offrire e che può rappresentare l’argine tra democrazia e totalitarismo.
Leggiamo ancora Jaspers:

“Tralasciare di cooperare alla strutturazione dei rapporti di forza, alla lotta per il potere nel senso di mettersi al servizio del diritto, è una colpa politica fondamentale, che rappresenta nello stesso tempo una colpa morale. La colpa politica diventa colpa morale, appena il senso della forza – la realizzazione del diritto, l’etica e la purezza del proprio popolo – viene distrutto dalla forza stessa: infatti dove la forza non limita sé stessa nasce la violenza”.

Giungiamo quindi al nocciolo della questione. La colpa politica non può e non deve diventare giuridica se non nei suoi risvolti strettamente individuali e garantisti, ma può e deve configurarsi in responsabilità collettiva e quindi in uno stigma civile, prodromico alla successiva auspicabile catarsi al mutare del contesto storico in cui la responsabilità era maturata, così come avvenuto al popolo tedesco dopo la caduta del nazismo.


2.


Il nazismo, nel quale ha vissuto rimane quindi per Jaspers il paradigma di riferimento, l’archetipo, la matrice di ogni colpa.
È naturale tuttavia estendere queste considerazioni ad ogni forma di totalitarismo, sia del passato sia del presente, in quanto ognuno di essi soggiace alle medesime dinamiche politiche, sociali e morali, al di là dei simboli dei regimi e dei colori delle loro bandiere.

La colpa politica dei tedeschi verso il regime di Hitler equivale dunque alla colpa politica dei russi verso il regime di Putin.


La dittatura di Putin non nasce infatti per caso dall’oggi al domani, ma step-by-step allineando progressivamente tutti gli elementi secondo i principi tipici della Gleichschaltung, ossia quel processo che nella Germania nazista aveva portato ogni elemento sociale a conformarsi agli standard del regime divenendone parte integrante e corresponsabile: quindi magistratura, istruzione, media, politica, clero, sindacati, economia, associazioni, enti locali.

In Russia non esiste opposizione politica né opposizione civile. Il dissenso viene represso e gli oppositori eliminati o costretti al silenzio.
La Duma che dovrebbe rappresentare un contrappeso è totalmente asservita e quindi attivamente complice del potere presidenziale. Lo stesso dicasi per magistratura che applica passivamente ciò che di malsano fuoriesce dalla Duma.
I media, via via scremati delle voci dissonanti, costrette a chiudere o messe al bando, sono la voce pubblica del regime, semplici veline del potere anziché esserne i wachdogs, mentre il clero ortodosso, legato al regime da un patto d’acciaio secondo lo schema previsto dalla Triade di Uvarov, ne è la voce spirituale preposta a mantenere i mugiki nel servaggio.
L’economia, che dovrebbe essere pungolo e stimolo al potere politico ne è in realtà una appendice subordinata attraverso la cerchia degli oligarchi, lasciati liberi di accumulare potere e ricchezze, ma in misura proporzionale alla lunghezza del loro guinzaglio decisa dal Cremlino.

Rimane la plebe, il volgo, i mugiki, apatici, individualisti, disinteressati a tutto tranne al proprio tornaconto. Lo conferma il sociologo russo Boris Kagarlitsky che parla di apatia originata da una storica propensione della gente russa a volere ridurre il danno per sé a dispetto di tutti gli altri, reagendo solo se toccati personalmente. Da ciò il loro essere  totalmente disinteressati alla politica, allo Stato, alla stessa guerra fintanto che tutto questo non arrivi ad influire direttamente sulle loro singole esistenze.
In pratica una specie di abitudine a  non-pensare, per certi versi più grave del divieto di pensare, in quanto autocensura.

Questa è la ragione per la quale i russi non si ribellano: perché in fondo gradiscono il menù offerto loro dal regime, di cui sono correi e che certamente temono, ma di cui allo stesso tempo paventano la scomparsa temendo ancora di più ciò che potrebbe accadere se il regime collassasse.

Putin è un prodotto della Russia almeno quanto i russi sono un prodotto dei loro stessi regimi. Per questo il tiranno conosce bene i propri connazionali, i loro vizi e debolezze.
Putin alla dittatura i russi ce li ha portati per mano guidandoli come bambini là dove lui voleva. E loro si sono fatti condurre in un misto di rassegnazione e sollievo per essere stati sgravati dalle responsabilità che una Democrazia comporta. Vite pianificate.

Eppure una finestra seppur breve per cambiare le cose e diventare una società libera e democratica i russi l’avrebbero anche avuta, per quasi un quarto di secolo tra il 1991 ed il 2012: senza però volerla sfruttare.

Credevano, i russi, che la Democrazia fosse un pranzo di gala, la bacchetta magica capace di spazzare via 70 anni di cancrena comunista e diversi secoli di oscurantismo medioevale zarista.
E quando questo non è avvenuto nell’immediato, quando al contrario si sono palesati gli inevitabili sconquassi e squilibri prodotti non da una democrazia che doveva ancora nascere bensì dall’onda lunga dei regimi precedenti, ecco che terrorizzati si sono rivolti all'”uomo forte” che prometteva pane e forca anziché lavorare a testa bassa per guadagnarsi il diritto di appartenere, per la prima volta nella loro storia, alle società democratiche e civili.

Di fronte all’ignoto, strada più lunga ma catartica, i russi hanno preferito quella ammiccante del ritorno al conosciuto, più breve ma regressiva, decidendo di non cooperare – ed ecco Jaspers che ritorna – alla riscrittura del sistema di una nuova Russia convertita allo Stato di Diritto ed affidandosi una volta di più all’autocrate di turno: avallando le forzature e le riforme costituzionali di volta in volta loro imposte, accettando la scomparsa di partiti, media ed oppositori, le intrusioni del clero nella vita privata e dell’etica di Stato in quella pubblica e per questo assumendosi tutte le colpe politiche dell’ascesa e del consolidarsi del regime.

Il popolo russo non può quindi chiamarsi fuori dalle nefandezze del regime di Putin sia in quanto corresponsabile del suo realizzarsi, sia perché il deresponsabilizzarsi senza avere preso coscienza della propria colpa servirebbe solamente a farlo ricadere, un domani, nelle braccia di un ennesimo autocrate, in quell’eterno ritorno dell’eguale in cui la Russia si contorce, autodistruttiva ma autocompiaciuta.


InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desiderate contribuire con un piccolo supporto, potete farlo cliccando sui pulsanti che vedete, scegliendo l’opzione che più preferite. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay

4 pensieri su “La Democrazia non è un pranzo di gala. Riflessioni sulla colpa politica del popolo russo

  1. Rossella dice:

    Eh già, tutto molto vero. Soprattutto dare per scontate cose che non lo sono per niente. Sulle “piccole menti … guidate come buoi alla cavezza” non posso che dire che le temo, perchè sono quelle che non si rendono conto di essere comunque responsabili anche se credono di non esserlo.

  2. JozeJechich_JJ dice:

    La Democrazia va coltivata come una pianta. È tenace, ma allo stesso tempo fragile se non viene innaffiata. E soprattutto la diamo tutti troppo per scontata come se fosse uno stato naturale. Invece no: è furto dell’elaborazione di 2000 anni di Storia passati attraverso miliardi di morti. È il punto più alto raggiunto dalla società umana e paradossalmente a molti nemici, che ne hanno terrore perché le loro piccole menti non sanno reggerne il peso e preferiscono quindi essere guidati, come buoi alla cavezza.

  3. Rossella dice:

    Leggere questo intervento mi ha fatto riflettere perchè anche senza andare in Russia, in questo momento sto pensando al mio ruolo nella collettività italiana che sta a guardare praticamente muta allo sfacelo completo del nostro paese. I “tanto non serve a niente”, “tanto son tutti uguali”, “tanto non cambia nulla” a qualcuno bastano per DERESPONSABILIZZARSI SENZA AVER COSCIENZA DELLA PROPRIA COLPA (ho usato lo stampatello per non confondere con i virgolettati precedenti). Io adesso comincio a far fatica a rassegnarmi alle cose e sento invece il peso della responsabilità di vivere in un paese democratico, con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *