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Scoprire che Ghali non era solo a Sanremo

Israele

Scoprire che Ghali non era solo a Sanremo

di Federica Matteoni Federica Matteoni è nata e cresciuta in Italia e vive a Berlino dal 2004. È responsabile editoriale online del quotidiano Berliner Zeitung e ha lavorato come redattrice  per il settimanale "Jungle World" e come traduttrice freelance. Qui il suo profilo Volano parole grosse

InOltre18/02/2024Aggiornato 25/12/20256 min lettura1.226 parole

di Federica Matteoni

Federica Matteoni è nata e cresciuta in Italia e vive a Berlino dal 2004. È responsabile editoriale online del quotidiano Berliner Zeitung e ha lavorato come redattrice  per il settimanale “Jungle World” e come traduttrice freelance. Qui il suo profilo

Volano parole grosse nei dibattiti sui social e nei talk-show televisivi: censura, repressione regime. “Mara Venier schiava di Israele”, scrive qualcuno su Instagram, “non ci fanno dire la verità su Gaza”, risuona il mantra nelle bolle Pro-Palestina. Poi apri una canale TV o un social a caso e li trovi sempre lì, già da molto prima di Sanremo: i vari Alessandro di Battista, Francesca Albanese, Selvaggia Lucarelli, Francesca Mannocchi… Tutti a parlare di Palestina.Censura, dunque. Poi alla fine sotto scorta, perché minacciato, ci va chi scrive – e fa leggere i diretta TV – questo: “La mia solidarietà al popolo di Israele ed alla comunità ebraica è sentita e convinta”.
Dopo queste parole definite “ignobili”, “disgustose”, “vergognose” si moltiplicano le iniziative di protesta contro la RAI. “Vogliamo la verità sulla Palestina!”, urlano in piazza. Non si capisce perché la vogliano proprio dalla RAI, quando la loro verità è da mesi che la portano in piazza, nei contesti più disparati, come a manifestazioni contro la violenza sulle donne, dove le attiviste ci tengono a precisare davanti alle telecamere che sugli stupri commessi da Hamas il 7 ottobre vogliono la commissione di inchiesta internazionale. Perché le donne israeliane sono meno credibili: “Me too, unless you are a Jew”.

La sinistra antisionista, ripartita da Sanremo, ha dunque un nuovo eroe, scrive i versi della sua canzone sui cartelli e li porta in giro a manifestare. Da espatriata mi sono ritrovata a dover spiegare questa cosa a non italiani.
Ma mentre spiegare il baraccone Sanremo a chi non ne sa niente è complicato, spiegare Ghali di questi tempi è facilissimo. Il suo “stop al genocidio” è lo slogan del momento. Ed è perfetto per il mainstream, perché racchiude in sé quello che su questo blog è stato definito come ‘comune sentire’ permeato di odio antiebraico che nulla ha a che vedere con una critica severa, legittima e fondata nei confronti della politica dello Stato d’Israele.” Cioè a cui non interessa assolutamente niente dei palestinesi reali e del loro dramma, qui e ora.

“Stop al genocidio”: talmente vago che racchiude tutti i genocidi, che sono brutti, sì, ma tanto quanto quello commesso da Israele. Talmente ipocrita che preferisce non nominare direttamente il carnefice implicito, perché a schierarsi apertamente si rischia che qualche contratto salti. Talmente vuoto che potrebbe stare in una canzone di Sanremo. E infatti. Ma chi pensa che Ghali sia un fenomeno solo italiano si sbaglia.
Ghali l´ho conosciuto anche io, qua a Berlino, e molto prima di Sanremo. Vi porto per un momento a “casa mia”, tanto per rimanere in tema canzonette.

Berlino, 27 gennaio, Giorno della Memoria, in cui si commemorano le vittime dell´Olocausto. Ecco, Ghali era lì, in mezzo ai manifestanti avvolti nella Kefiah e i loro cartelli che recitavano “Mai più per tutti” e ricordavano che tra le vittime dello sterminio nazista non c’erano solo gli ebrei.

Ghali era presente a tutte le azioni Pro-Palestina tenutesi alla Freie Universität, quando studenti ebrei che democraticamente protestavano contro tali azioni sono stati cacciati malamente e uno di loro, giorni dopo, è stato aggredito fisicamente ed è finito all´ospedale. O anche all´altra Università di Berlino, la Humboldt, quando sono andati disturbare una lezione della giudice israeliana Daphne Barak-Erez, che da molto prima del 7 ottobre sfida coraggiosamente il governo Netanyahu opponendosi alla riforma della giustizia nel suo paese.

Ma Ghali era anche al Museo berlinese Hamburger Bahnhof, col gruppetto che gridava “Free free Palestine” durante una performance dell´artista Tania Bruguera mentre leggeva testi di Hanna Arendt.

Poco dopo il 7 ottobe Ghali lo avevo già visto a una protesta di studenti di area antimperialista, postcolonial, transfemminista che scandivano: “free Palestine from german guilt” davanti alla sede del Ministero degli Esteri a Berlino. Tradotto letteralmente: “Liberiamo la Paestina dal senso di colpa della Germania”. Decrittazione: la Germania tollera i presunti crimini di guerra israeliani nei territori palestinesi a causa della sua storia. Le vittime di allora sono i carnefici di oggi. I palestinesi diventano così gli “ebrei di oggi” e Israele sta sfruttando la Shoah a proprio vantaggio. Siamo al classico espediente antisemita dell’inversione tra vittima e carnefice, un evergreen che si ripropone ciclicamente quando si parla di Israele. Lo slogan scandito da studenti bianchi, occidentali e di sinistra, secondo cui la Palestina deve essere “liberata dalla colpa tedesca”, riporta direttamente alla leggenda di estrema destra del “culto della colpa” (Schuldkult). Questo termine propagandistico postnazista, in realtà circolazione dal 1946, è stato recuperato più volte negli ambienti della sinistra antimperialista dagli anni 60 in poi, e viene usato per denigrare il processo di elaborazione della storia criminale del nazionalsocialismo da parte della società tedesca. Proprio quel lavoro che spesso si lamenta non essere mai davvero avvenuto in Italia con la storia del fascismo. Quel processo che dovrebbe, in teoria, funzionare come una specie di vaccino per le generazioni a venire. Negli ultimi anni sono stati, guarda caso, i populisti di destra dell’AfD a riproporre ai tedeschi il tema del senso di colpa di cui liberarsi. È stato un successo.

E arriviamo dunque alle oceaniche manifestazioni di inizio febbraio contro l´estremismo di destra. Centinaia di migliaia di persone sono scese nelle principali città tedesche a manifestare “per la democrazia e la tolleranza, contro la destra, l’odio e l’Afd” e naturalmente… “contro il “genocidio”. 

Sì, perché Ghali era anche lì, come tantissimi altri che si definiscono “antifascisti”. Un antifascismo che però, all´indomani del più efferato massacro antisemita mai compiuto dal 1945, non si è neanche sognato di scendere piazza a mostrare il disprezzo per i carnefici di Hamas e solidarietà a Israele e alla diaspora ebraica. Un antifascismo insomma, che ha dimenticato un punto cruciale: l’antisemitismo era l’elemento centrale del nazionalsocialismo e di quella destra estrema contro cui vanno a manifestare atteggiandosi come attivisti della Rosa Bianca.

Negli anni 90 in Germania c’era un movimento che si chiamava “Antideutsche Antifa”, che faceva della solidarietà a Israele e della lotta all’antisemitsmo, soprattutto a sinistra, uno dei primi criteri di antifascismo: Non puoi dichiararti antifascista se non riconosci il diritto di Israele a esistere e difendersi. Una cosa che i “compagni” italiani hanno visto sempre come un´aberrazione e hanno sempre ricondotto con sufficienza al famoso “senso di colpa tedesco” di cui sopra.

Il massacro di Hamas è stato seguito da un’ondata di attacchi antisemiti senza precedenti in Germania. La vita quotidiana degli ebrei è cambiata dal 7 ottobre. L´Ufficio federale di polizia criminale ha registrato da ottobre 2023 a inizio 2024 più di 2000 reati legati all’antisemitismo, rilevando un aumento di circa quattro volte rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nessuno di questi episodi è stato seguito da manifestazioni di massa contro l’antisemitismo, al massimo un po´di indignazione social e qualche centinaio di persone si sono mosse pubblicamente, ma dovendo dotarsi di misure di sicurezza non indifferenti perché considerate “bersagli”.

Ma la censura, dicono anche qua, è su Gaza. Nonostante tutti i Ghali che si vedono in giro.

Chissà cosa sarebbe successo a Sanremo se a uno dei tanti cantanti in gara fosse venuto in mente di dire una cosa come “riportate a casa tutti gli ostaggi”. Che dibattito staremmo facendo ora? Probabilmente esattamente lo stesso. 

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4 pensieri su “Scoprire che Ghali non era solo a Sanremo

  1. Karl dice:

    Sono d’accordo con Nadia . Il punto è proprio questo , l’intolleranza verso un popolo che da millenni è autonomo che non fa proselitismo che vive parallelamente all’umanità schierata.
    L’invidia di un popolo che non è più oggetto di persecuzione senza reazione. Oggi gli ebrei si difendono corpo aver subito per millenni e questo l’umanità che deve avere un nemico comune ,non lo tollera.
    Sono di sinistra ma non appartengo all’ideologia antiebraica non credo al nemico sionista. Il nemico è chi minaccia la democrazia, chi sottomette e non ha colore o fazione politica. Bisogna guardare avanti e smetterla con il tifo da stadio in politica.
    Diversamente si faranno solo gli interessi delle varie dittature che in giro per il pianeta stanno lentamente conquistando consenso.
    Grazie per avrà letto il commento
    Karl

  2. nadiamaihotmailit dice:

    C’è in giro una non tanto vaga voglia di “notte dei cristalli”. L’odio per gli Ebrei data dai tempi dei faraoni. Credo che il motivo di fondo di questo odio sia l’invidia. Invidia per un piccolo formidabile popolo, perseguitato, cacciato, sterminato, che però sopravvive nei secoli continuando ad irradiare il mondo con la propria cultura. Sono scomparsi i fenici, gli egizi, i babilonesi, i greci e i romani, ma gli Ebrei proseguono indomiti nel solco della loro tradizione uniti non solo dalla religione, ma da un profondo orgoglioso senso di appartenenza. Il mondo in un futuro non lontano sarà globalizzato sotto l’egemonia cinese, ma “Il Popolo” resisterà ad ogni sopraffazione e accompagnerà l’umanità sino al suo epilogo. Nadia Mai

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