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Andreas Voigt
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Mi definisco pubblicitario, di quelli "di una volta" quelli che prendono appunti, che scrivono su carta con la penna. Sono il CEO di Innovando GmbH, società specializzata in branding online, realizzazione di siti web, campagne di comunicazione e marketing digitale. Faccio questo mestiere, direttamente o indirettamente come copy senior ormai da una vita e

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Articoli di Andreas Voigt
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Chi è Andreas Voigt
Mi definisco pubblicitario, senza troppe concessioni alle etichette contemporanee. Un pubblicitario di quelli “di una volta”, cresciuto con la convinzione che prima degli strumenti vengano le idee, prima delle piattaforme venga il pensiero e prima di ogni presentazione servano ancora un foglio, una penna e qualche...
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Mi definisco pubblicitario, senza troppe concessioni alle etichette contemporanee. Un pubblicitario di quelli “di una volta”, cresciuto con la convinzione che prima degli strumenti vengano le idee, prima delle piattaforme venga il pensiero e prima di ogni presentazione servano ancora un foglio, una penna e qualche appunto scritto male ma pensato bene.
Sono il CEO di Innovando GmbH, società svizzera specializzata in branding, reputazione, comunicazione digitale, realizzazione di siti web e sviluppo di progetti editoriali e strategici. Da molti anni lavoro nel punto in cui identità, linguaggio, tecnologia e mercato si incontrano. Non considero questi ambiti compartimenti separati: un brand non è un logo, un sito non è una vetrina, una campagna non è una sequenza di annunci. Ogni progetto è un sistema di relazioni, percezioni e promesse che deve riuscire a reggere nel tempo.
Faccio questo mestiere da una vita, direttamente o indirettamente, soprattutto come copywriter senior e consulente strategico. Ho attraversato diverse stagioni della comunicazione: quella della pubblicità classica, quella dell’arrivo del web, quella dei social network, quella dell’automazione e, oggi, quella dell’intelligenza artificiale. Considerando la velocità con cui il digitale divora linguaggi, strumenti e certezze, posso definirmi un veterano di guerra. Non di una guerra recente, però: più di quella del 1915-1918, con gli scarponi nel fango, le mappe stropicciate e la sensazione che ogni nuova tecnologia prometta di cambiare tutto, mentre gli esseri umani continuano ostinatamente a desiderare le stesse cose: essere compresi, riconosciuti e ricordati.
Amo profondamente il mio lavoro, anche quando diventa scomodo. Tratto i clienti come si trattano le persone e i progetti a cui si tiene davvero: con attenzione, lealtà, severità e una certa ostinazione. Non sono particolarmente incline ad assecondare decisioni che considero sbagliate solo per quieto vivere. Per questa ragione vengo talvolta percepito come un “buon rompiscatole”. Accetto volentieri la definizione, soprattutto per quell’aggettivo: significa che dietro l’insistenza non c’è il gusto della polemica, ma la volontà di proteggere il lavoro, il cliente e il valore che insieme stiamo cercando di costruire.
Vivo attualmente in Svizzera, un luogo che mi ha insegnato il valore della precisione, della misura e della responsabilità. Non so, tuttavia, dove mi porterà il futuro. Potrei continuare a lavorare tra le montagne appenzellesi oppure trasferirmi in Namibia, davanti a un deserto capace di rimettere in ordine le proporzioni del mondo. In fondo, il mio mestiere ha da tempo smesso di dipendere da un luogo preciso. Mi bastano una buona connessione internet, un tavolo su cui appoggiare il computer e, possibilmente, un quaderno su cui continuare a scrivere a mano.
Il resto è metodo, esperienza, curiosità e una forma irriducibile di inquietudine. Quella che impedisce di considerare un progetto definitivamente concluso finché non ha trovato la propria voce, la propria coerenza e una ragione autentica per esistere.

