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La vecchiaia o del restar vivi fino alla morte

Uomo anziano su una barca a vela, con espressione riflessiva, in mare aperto sotto un cielo nuvoloso.

Storia, costume e cultura

La vecchiaia o del restar vivi fino alla morte

La vecchiaia è un tema non accademico. Lo abbiamo riscoperto drammaticamente durante la pandemia, in cui un virus subdolo e aggressivo ha mietuto vittime soprattutto fra quelli che un tempo, con una solennità che oggi appare un po' ridicola, venivano chiamati vegliardi. Beninteso, accanto alla vecchiaia

Uomo anziano su una barca a vela, con espressione riflessiva, in mare aperto sotto un cielo nuvoloso.
Michele Magno06/01/2025Aggiornato 19/05/20255 min lettura1.077 parole

La vecchiaia è un tema non accademico. Lo abbiamo riscoperto drammaticamente durante la pandemia, in cui un virus subdolo e aggressivo ha mietuto vittime soprattutto fra quelli che un tempo, con una solennità che oggi appare un po’ ridicola, venivano chiamati vegliardi. Beninteso, accanto alla vecchiaia anagrafica, biologica e burocratica (l’età del pensionamento), c’è anche la vecchiaia psicologica (la “senilità” raccontata da Italo Svevo nel romanzo omonimo). Ma dalle sofferenze della vecchiaia psicologica ci si può riprendere. Più difficile è riprendersi da quelle dell’invecchiamento biologico, anche se la medicina e la chirurgia moderne spesso fanno miracoli.

L’emarginazione dei vecchi, in un’epoca in cui il progresso tecnico è impetuoso, è un dato di fatto impossibile da ignorare. Un progresso talmente rapido da lasciare indietro chi si ferma per strada, o perché non ce la fa più o perché “preferisce sostare per riflettere su se stesso, per tornare in se stesso, dove -come diceva sant’Agostino- abita la verità”. Ma ad accrescere l’emarginazione del vecchio concorre altresì un fenomeno che è di tutti tempi: l’invecchiamento culturale. Il vecchio tende a restare fedele al corpo dei principi interiorizzati nel corso della giovinezza e della maturità; o a restare affezionato a quelle abitudini che, una volta formate, è penoso cambiare.

Nella nostra storia letteraria, tuttavia, non mancano i trattatelli che esaltano le virtù della vecchiaia: dal “Cato maior” di Cicerone (44 a.C.) al “De remediis utriusque fortune” di Francesco Petrarca (1354-1366), fino a quel “Elogio della vecchiaia” (1895) del positivista darwiniano Paolo Mantegazza, che si libera del pensiero della morte con uno sbrigativo “basta non pensarci”. Norberto Bobbio considerava queste opere apologetiche e stucchevoli. Tanto più fastidiose quanto più la vecchiaia è diventata un grande e irrisolto problema sociale, e non solo perché allude a un preoccupante declino demografico dell’Italia.

Per altro verso, in un mondo globalizzato è pressoché inevitabile che i media veicolino un’immagine dell’anziano (termine più neutrale) felice e sorridente, che può godere di una bevanda gustosa o di una vacanza attraente. E così anche lui diventa un corteggiatissimo consumatore. In una “società dove tutto si può comprare e vendere, dove tutto ha un prezzo, anche la vecchiaia può diventare una merce come tutte le altre. Basta guardarsi attorno, allungare il proprio sguardo negli ospizi e negli ospedali, o nei piccoli appartamenti della povera gente che ha un vecchio in casa da sorvegliare e continuamente curare […], per rendersi conto di quanta sia falsa la raffigurazione non disinteressata, ma interessatamente lusingatrice, del ‘vecchio è bello’. Formula banale […] che ha sostituito l’elogio del vecchio virtuoso e sapiente” (Bobbio, “De Senectute”).

Il vecchio imperturbabile di una certa tradizione retorica e il vecchio disperato per l’avvicinarsi della “finis vitae” sono due atteggiamenti estremi. C’è quello sereno e quello mesto, chi ancora assapora i propri successi e chi non riesce a cancellare dalla memoria le proprie sconfitte. Tra questi due estremi vi sono infiniti altri modi di vivere la condizione senile: l’accettazione passiva, l’indifferenza, l’ostinazione di chi rifiuta di vedere le proprie rughe e si camuffa con la maschera dell’eterna giovinezza; oppure la ribellione, attraverso l’incessante sforzo di continuare il lavoro di sempre; o, al contrario, il distacco dagli affanni quotidiani e il raccoglimento nella riflessione e nella preghiera. Una realtà proteiforme esplorata con sapienza clinica dall’analista lacaniano Francesco Stoppa nel libro “Le età del desiderio. Adolescenza e vecchiaia nella società dell’eterna giovinezza” (Feltrinelli, 2021).

L’incapacità di concepire il proprio tramonto, secondo l’autore, è probabilmente il peccato originale della generazione adulta di oggi. A compromettere la tenuta del patto tra giovani e adulti è “l’eccesso di copertura e garantismo con cui i genitori hanno allevato i propri figli, recludendoli in una campana di vetro che li ha esclusi di fatto dal campo delle responsabilità familiari e sociali. La generazione della contestazione ha steso il suo ombrello protettivo sul presente dei propri figli e, anziché passare il testimone e affrontare il “tratto traumatico” del passaggio, “tende a mantenere i suoi legittimi successori in una condizione di dipendenza […]. In questo modo salta la possibilità stessa del patto, e il processo che dovrebbe garantire la trasmissione simbolica e il reciproco riconoscimento tra le generazioni risulta invalidato a monte”.

Stoppa individua nell’adolescenza e nella vecchiaia “le età per antonomasia della vita”, intendendo per età “quelle soglie critiche che ci costringono a rinegoziare il rapporto con noi stessi e col mondo”, e per vita “ciò per cui non siamo mai pronti”. Ma proprio in quanto età della vita, adolescenza e vecchiaia -che sono tempi logici e non solo cronologici- inevitabilmente sono anche “le età del desiderio”. Una definizione di che cosa sia il desiderio non è facile: per desiderio, egli sostiene, non dobbiamo limitarci a pensare semplicemente “alle nostre voglie o ai nostri bisogni”; non è la speranza di tornare a un “prima”, di recuperare o ricostituire un qualcosa di smarrito o rotto che di fatto è perduto per sempre (l’infanzia o l’età adulta); e non è neppure un segno delle stelle che l’oroscopo sembrerebbe suggerire (de-sidera è “un venir meno delle stelle”). C’è un’altra dimensione del desiderio, che riguarda “ciò che si muove in noi nel momento in cui ci troviamo in uno stato di smarrimento conseguente alla perdita delle nostre certezze”. È questo che definisce lo status in cui adolescenti e vecchi sperimentano le loro identità incerte.

Ha osservato Mauro Portello che “Le età del desiderio” è una diagnosi spietata della vecchiaia e del suo volto “acido”, quello dei milioni di individui immersi negli stenti economici o nella nuda sofferenza fisica. Vecchi la cui saggezza è solo fittizia, un banale buon senso figlio di una riflessione povera (“doppiozero”, 5 ottobre 2021).

Ma proprio questo dato di fatto insidiosissimo deve imporre alla vecchiaia contemporanea di essere in ogni senso attiva e reattiva, pena l’autoflagellazione. “Spero di restare vivo fino alla morte”, diceva Jean Paulhan. Un aforisma magnifico, il quale significa che la vecchiaia, contrariamente a quanto pensavano gli antichi, non è sempre sinonimo di rassegnazione.


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Un pensiero su “La vecchiaia o del restar vivi fino alla morte

  1. ginocd41a7e1641 dice:

    bellissimo. per me confortante. da sempre sostengo come sia necessario rimanere agganciati al treno. già nel 1990 individuai la cinica locomotiva nelle prime tecnologie. sono convinto che se staccassi il vagone dal treno alla stazione che gli anglosassoni chiamano “confort zone”, scoprirei che dietro c’è solo il deserto di certi film western: cactus cadaveri e mosche. pertanto… meglio restare vivi, e agganciati al treno fino al capolinea.

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